“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Un messaggio su WhatsApp, inaspettato, il 1° febbraio di quest’anno, che suona più o meno così: “D’estate andiamo in Scozia qualche giorno? Vorrei vedere i Castelli”. Per chi ci è già stato, sa bene che oltre al “mal d’Africa” esiste anche il “mal di Scozia”: i suoni delle Great Highland Bagpipe, le cornamuse scozzesi che senti anche quando torni a casa e che ti riecheggiano per mesi e mesi nelle orecchie, la vista infinita del lago di Nessie, Lochness, dove gli occhi si perdono tra il cielo e l’acqua, e i fiumi, le montagne, quel punto di verde che altrove non trovi, quei continui paragoni con altri posti che, davanti al ricordo della Scozia, perdono sempre.
La Scozia è questo, è anche questo: kilt e whisky sono solo le prime parole, poi si apre un universo e non riesci a farlo stare tutto dentro il corpo. I giorni che coincidono sono pochi, due o tre: impossibile noleggiare una macchina e viaggiare nell’incanto delle estremità, John o’ Groats, avamposto sull’infinito che strizza l’occhio alle Shetland, o Portree, o Kinlochleven, o Glenfinnan (località dove si trova lo spettacolare viadotto ferroviario), o Balmoral Castle (la residenza estiva più amata dalla Regina Elisabetta II). Occorre essere pragmatici e ottimizzare il tempo e le distanze: le propongo il “Fringe Festival” di Edimburgo, due notti.
Veronica, con la o chiusa, nella vita fa la coreografa e mi racconta di aver sognato, in passato, i castelli scozzesi e una distesa di campi di papaveri: mi dice che va bene. Edimburgo è la destinazione esatta, perfetta: ci accordiamo per partire l’11 agosto e tornare il 13 agosto. Il Fringe ospita, per tutta la durata del festival, circa quattromila eventi: l’offerta è abbondante e non c’è il rischio di annoiarsi o di perdersi qualcosa.
Lo spettacolo-civetta del Fringe Festival di Edimburgo del 2026 – anticipato da innumerevoli polemiche – è andato sold-out in pochi giorni: impossibile trovare un biglietto per il monologo di Amanda Knox, intitolato “Cartwheel” e di scena al Gilded Balloon dal 7 al 17 agosto 2026. Il monologo satirico, si legge nella presentazione, affronta la sua vicenda giudiziaria per il caso di Meredith Kercher e la gogna mediatica, scatenando forti polemiche e la condanna della famiglia della vittima. Mi affido, con millemila milioni di perplessità, alla rassegna stampa. Le prime recensioni hanno registrato un quadro variegato. Il “Guardian” ha assegnato quattro stelle, apprezzando lo spirito di sfida e il tentativo di Knox di riappropriarsi della propria storia. Più severi il “Times” e il “Daily Telegraph”, che hanno attribuito due stelle, contestando soprattutto la componente comica. Il “Times” ha definito lo spettacolo sincero ma rigido, sostenendo che Knox avrebbe avuto bisogno di una regia più solida, mentre il “Daily Telegraph” ha criticato la recitazione e l’assenza di un vero senso del ritmo comico. “Broadway World” ha sottolineato che il problema non riguarda tanto i contenuti quanto il modo in cui vengono presentati, concludendo che il materiale, pur non risultando offensivo o inappropriato, sarebbe “semplicemente non molto divertente”. La critica sembra concordare almeno su un punto: “Cartwheel” è soprattutto il tentativo di Knox di raccontare la propria esperienza e interrogarsi sulle conseguenze del trauma, più che uno spettacolo di stand-up nel senso tradizionale del termine.
Ma il Fringe non è solo, per fortuna, Amanda Knox: è altro, tanto altro. È in primis una via, conosciuta come Royal Mile, un miglio (circa 1,8 km) che collega il Castello di Edimburgo con il Palazzo di Holyroodhouse e dove centinaia di artisti provenienti da ogni angolo del globo terracqueo portano in scena la loro poetica: teatro, comicità, danza e musica dall’alba – si inizia alle 9 – sino a mezzanotte inoltrata.
A differenza di quanto accade in Italia, il Fringe, (nato nel 1947) segue una filosofia “open-access”: chiunque può partecipare e presentare uno spettacolo, senza una giuria di selezione. Gli spazi sono molteplici: oltre al Royal Mile, gli eventi vengono rappresentati anche negli spazi al chiuso pagando un biglietto. Come accade a Londra, anche nella capitale scozzese molti luoghi applicano una politica rigida e non permettono l’accesso in sala a spettacolo iniziato (no latecomers), il che significa non doversi alzare dai propri posti né tantomeno vedere teste che passano alla ricerca delle loro sedie.
Affido a Veronica, anzi, a Verònica, la scelta delle proposte di danza: lei la conosce, la vive e la diffonde nei panni di insegnante. Imparare a decodificare il linguaggio assieme a una “madrelingua”, a capirlo, a entrare nei segni è un privilegio. Gli altri spettacoli, quelli che incontri lungo il Miglio Reale, accadono perché ti chiamano: uno sguardo, un frammento o una luce particolare ti fanno capire se sono fatemorgane, maghe Circi o lampi di poetica visuale e visionaria.
Ci lasciamo avvolgere dalla magia dell’atmosfera: unica prenotazione fatta da casa, la visita al Castello di Edimburgo (una promessa fatta al suo sogno), poi solo intuito.
Sul Royal Mile gli incontri più inaspettati e meravigliosi: Luke Gajdus con il suo pianoforte, piantato proprio in mezzo alla strada, che suona una specie di pianoforte (ma senza fare la fine dei personaggi dell’umanofono raccontati da Alessandro Baricco in “Castelli di rabbia”) che porta lontano, Hanny Junee e la sua chitarrina amplificata impegnati una versione strepitosa di “Yellow” dei Coldplay, lucamusicuk e la sua chitarra acustica, partito da Pisa ventenne per Londra, una storia straordinaria. Lo incontriamo, a fine pomeriggio, sul ponte della stazione di Edimburgo Waverley: per venire al Fringe ha preso il treno da Londra (doveva portare gli strumenti e tutto quello che gli serviva), 250 sterline. Ci racconta che ha suonato ovunque, anche grazie a Eddie Jordan (oltre alla sua carriera nei motori e in Formula 1, suonava la batteria e si esibiva dal vivo a scopo benefico o per passione con la sua band rock) e che non rimpiange l’Italia.
La mattina si scende Victoria Street, un incanto: andata in discesa e ritorno in salita, circondati dai colori delle case, caldi e familiari come un abbraccio in autunno, quando fuori fa freddo. La visita al Castello, però, è una promessa invernale. L’ingresso era stato accordato tra le 11.30 e mezzogiorno di mercoledì 12 agosto: alle 11 attraversiamo “Esplanade”, la grande piazza che anticipa il portone della turrita edificazione. Per il 12 agosto è tutto “sold out”, ci ricorda un cartello. Fila di pochissimi minuti, i biglietti vengono scannerizzati senza problemi, si entra.
Fa caldo: anche a Edimburgo può far caldo. Veronica si ferma a prendere due bottiglie d’acqua. Il Castello domina la città (come tutte le fortificazioni, è stato costruito in cima per avere una visuale ampia) e la panoramica è a 360 gradi: il mare, la Princes Street, Arthur’s Seat (l’antico vulcano spento situato all’interno del Holyrood Park). Vediamo la Crown Square, la cittadella situata in cima al castello. La piazza è contornata dal National War Memorial a nord, dal Royal Palace ad est, dalla Great Hall a sud e dal Queen Anne Building a ovest. La Crown Room è una sala a volta che contiene i gioielli della Corona scozzese, realizzata in oro con 94 perle, 10 brillanti e 33 pietre preziose (non si può fotografare). Veronica osserva, fotografa tutto quello che è legalmente fotografabile, respira e parla poco: non le chiedo nulla e nulla voglio sapere del suo sogno, di qualche vita fa vissuta in Scozia (ma probabilmente, mi dice, non a Edimburgo), delle risposte e delle domande che le sgorgano nella mente. Mi chiama Carlo, come il Re, come il figlio di Elisabetta II. Divento Carlo, ma con 27 anni in meno. Non credo che sarei in grado di fare il Re, però sorrido al pensiero: forse sarei la versione maschile del libro “La sovrana lettrice” di Alan Bennett. Un regnante alternativo, però in kilt. Sempre e rigorosamente in kilt, portato, ovviamente, alla scozzese.
Il tempo ci è amico: usciamo dal Castello poco dopo le 14, per scendere il Royal Mile, prendere l’autobus e andare a Portobello Beach, la principale spiaggia urbana e località balneare situata a circa 5 km a est del centro cittadino. Sul mezzo di trasporto, l’incontro con due donne italiane in vacanza: si parla con loro di danza, viaggi, luoghi da vedere e programmi televisivi. Portobello Beach è una camminata che si estende per circa 3 km: in pieno stile vittoriano e georgiano, è piena di caffè indipendenti, gelaterie, pub tradizionali e chioschi. Veronica prende un gelato ma non lo reputa all’altezza di quelli italiani. Sulla passeggiata si incontrano tanti cottage: giochiamo a quello preferito. Io ne scelgo uno con un bel giardino, da ristrutturare, lei uno più in condizioni più che ottime, a parte il terrazzino. Il mare però non la convince: le mette, per dire, un po’ di timore. Nota che i bagnanti sono pochi e nota anche che la sabbia è piena di cenere nera. Si chiede e mi chiede il perché: non lo so. Forse qualche grigliata sul bagnasciuga, più probabilmente un incendio, qualcosa che è andato a fuoco.
Si torna in città, si cena al pub, si riesce per un giro sul Royal. Inizia a piovere, ma per due minuti, non di più: indossiamo le cerate, entriamo in un negozio di abbigliamento. Io scelgo due sciarpe tartan, lei un cappello blu in lana. Mi giro, la vedo e mi scappa un complimento involontario ma spontaneo: “Sei incantevole”. Mi dice che mi sono venuti gli occhi a forma di cuore, io mi scuso, ma senza troppa convinzione. Una famiglia italiana ci sente, sorride. Si parla di Scozia, di Inverness, di Highland, di Italia. Il 12 agosto termina sui gradini del Royal, quasi all’incrocio con Victoria Street, seduti a terra a parlare di danza, di arte, di vita e di teatro. Nello zaino, oltre ai biscotti scozzesi a forma di Scottish Terrier, una camicia di cotone a quadrettoni e l’immancabile guida di ogni viaggio, “In Patagonia” di Bruce Chatwin. Chatwin qui era di casa: quando cominciò a interessarsi di archeologia si iscrisse all’Università di Edimburgo. La frequentò per diversi anni, pagando le rette e mantenendosi con la compravendita di dipinti. Quasi nessun riferimento invece a Sir Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, nato proprio qui. Nel 1949, al numero 11 di Picardy Place, è stata istallata una targa commemorativa. “Arthur Conan Doyle creator of Sherlock Holmes, was born at No.11 Picardy Place, formally opposite here, on 22nd May 1859”. Una grande statua in bronzo di Sherlock Holmes si trova più o meno nel punto in cui un tempo sorgeva la sua casa. Poco altro. Troppo poco.
Tra il Royal Mile e la Princes Street c’è un parco verdissimo: le chiedo di scendere lì, di sdraiarci all’ombra di un albero. È la mattina del 13 agosto, giorno di ripartenza verso l’Italia. Acconsente. Lei “spatacca” col cellulare, cerca canzoni, scrive, risponde a messaggi. Qualche pissi pissi, una disfida musicale (a me quel cielo fa venire in mente “Nothern sky” di Nick Drake), qualche parola su Edimburgo, ma senza insistere. Il bus, anzi, il coach, parte verso le 14: facciamo in tempo a fare un giro nel negozio Primark, io prendo una t-shirt blu con scritto “Edinburgh”, lei altro. Sorride serena, ma non le chiedo nulla. Non le chiedo perché sorride, però la vedo felice. Un accenno di pioggia ci accompagna verso la fermata: passiamo l’Accademia Reale Scozzese e la National Gallery of Scotland a piedi per raggiungere il ponte della stazione, Waverley.
In tutta la Gran Bretagna si deve mangiare al pub. Non tanto per la cucina – anche se la cucina è un’ottima civetta di un Paese – ma per gli incontri, rigorosamente davanti a qualche pinta di birra (la mezza pinta è da mezzi uomini: meglio ordinarne una e magari non finirla che chiedere la misura piccola). Davanti a un Steak and Ale Pie o a un Fish&Chips si parla meglio. Buona la prima: il “Malt Shovel Inn”, in Cockburn Street, è diventato per tre giorni il quartier generale dei nostri ristori. Ottimi piatti e ottime birre cask ale, a cascata, senza troppa anidride carbonica e servite non troppo fredde. Una famiglia tedesca è seduta vicino a noi: è il giorno dell’eclissi di sole. La ragazza passa le foto a Veronica mentre io parlo con il padre. Ci chiede da dove veniamo, Rimini. Non la conosce. Provo a spiegarmi: Valentino Rossi (anche se non è di Rimini), Federico Fellini. Zero. Provo con Bologna: la conosce, e anche Florence, Firenze, e Napoli, e Roma. Il ragazzo mangia a parla: briciole ovunque ma sembra non accorgersene perché è troppo preso dal raccontare la sua passione per il calcio. La famiglia è di ritorno dalle Highland, bellissime. Confermo: dico che le ho visitate assieme a Livio, un carissimo amico di Rimini, nel 2016, in un fly&drive matto, fool, ma necessario.
L’ultima immagine è dal finestrino del coach, dell’autobus, lungo la strada che ci riporta all’aeroporto.Sulla destra, un palazzo meraviglioso, incoccato in un giardino verdissimo. L’ultimo pensiero è una frase che mi ha detto Veronica appena siamo atterrati: “Quanto verde. Anzi, quanti verdi”. Quanti Verdi, con precisione, non lo so. Uno, direi. So solo che non mi chiamo Giuseppe ma Carlo III.
Alessandro Carli
*Le fotografie che corredano l’articolo sono di Alessandro Carli