“Violento e romantico”. Tre poesie di Dylan Thomas in una nuova traduzione
Poesia
Gabriele Tinti
Un silenzioso giorno d’inverno
Fa freddo, la giornata ha la luce cruda dell’inverno che sta per svanire, siamo a metà marzo, è mattina presto, le nuvole sono di zinco, si sentono solo i miei passi nel cimitero di Kerepesi a Budapest: è gigantesco, larghi prati, stradine pulite, un uomo lavora l’erba, da lontano vedo un carro funebre e poche persone; nessun rumore. Il tempo non passa nei cimiteri, o passa in un modo che non è dato sapere ai vivi.
Sono alla ricerca della tomba del poeta Attila József, dovunque mi giri ci sono lapidi, fiori e solitudine, percorro i viali, leggo molti nomi non ne ricordo uno, mi smarrisco di continuo, mentre cammino, al centro di un largo viale, incontro la tomba di Endre Ady, una imponente e malinconica scultura copre i resti del grande poeta ungherese, indugio, la guardo, mi sembra eccessiva, forse vuol far credere che là sotto lui ci sta meglio degli altri. Su Ady nel 1930 József scrisse una poesia.
È morto. Perché allora ucciderlo ogni giorno
Con parole, con azioni, con silenzio?
Nel 1942 gli amici più stretti, guidata dall’editore Imre Cserépfalvi, fecero forti pressioni sulle autorità per ottenere l’esumazione del corpo di József, morto nel dicembre 1937 a Balatonszárszó. Il governo fascista di Horthy, pur vedendo ancora con sospetto il passato socialista del poeta, diede il permesso; i resti vennero portati a bordo di un furgone grigio, arrivò al cimitero di Kerepesi la mattina presto; le due sorelle del poeta, Jolán ed Etelka, con lo scrittore Gyula Illyés, riuscirono a finanziare la traslazione raccogliendo piccole donazioni private.
Durante l’esumazione a Balatonszárszó c’era stato un momento di paura, nella fretta della prima sepoltura la bara era stata calata in una fossa scarsamente segnalata, solo il riconoscimento di alcuni dettagli personali da parte dei familiari permise di confermare l’identità di Attila. La seconda sepoltura avvenne in un pomeriggio piovoso alla presenza di ammiratori, giovani studenti, operai dei quartieri industriali in cui József era cresciuto e una rappresentanza del mondo letterario ungherese; il cimitero di Kerepesi fu circondato da agenti in borghese e poliziotti a cavallo pronti a intervenire in caso di disordini. Tra la folla silenziosa c’erano il poeta Miklós Radnóti e Kálmán Rátz, un esponente dei fascisti ungheresi (le Croci Frecciate), anni prima giocava a scacchi con Attila József nei caffè letterari di Budapest.
La poesia letta dal giornalista Béla Horváth, un’elegia funebre che descriveva la morte di József come omicidio sociale, diventò un atto di accusa contro l’indifferenza della classe dirigente e l’isolamento politico a cui il regime di Horthy aveva condannato il poeta. Venne subito arrestato.
La quiete si trova ovunque a Kerepesi, specie dove sonnecchiano i platani, gli ippocastani, le querce; seguendo un sentiero casuale mi ritrovo di lato un terreno ricoperto di foglie gialle, marroni con brevi ciuffi di verde qua e là, su vecchi tronchi il tempo si fa verticale per la presenza dell’edera che li avvolge, mentre dove le foglie ricoprono antiche tombe ottocentesche il tempo poggia orizzontale. Entrambi con la stessa malinconia della fine. Un muro stanco di stare in piedi prova a proteggerle. ll primo funerale di József avvenne davanti a poche persone, in pieno gelo; le autorità locali e il clero, trattandosi del suicidio di un intellettuale noto per le sue simpatie comuniste, organizzarono le esequie in fretta. Fu sepolto in una tomba umile del cimitero del paese, contrassegnata da una semplice croce di legno. Il 3 dicembre 1937, poco prima delle 19:30, il poeta annunciò alle sorelle che sarebbe uscito a fare una breve passeggiata, si diresse con passo calmo verso la vicina stazione ferroviaria di Balatonszárszó, la sera era fredda, faceva scuro già da ore, le sbarre del passaggio a livello abbassate. Il merci n. 1284 diretto a Nagykanizsa lo travolse intorno alle 19.36; il capotreno, posizionato in uno dei vagoni di coda, notò un sussulto anomalo del convoglio e attivò il freno di emergenza. Il treno si bloccò a poca distanza dalla stazione. Il ferroviere di turno, Károly Zábó, insospettito, si incamminò lungo la massicciata insieme ad altri colleghi muniti di lanterne a petrolio per verificare il problema. Fu proprio Zábó a scorgere per primo i resti del poeta incastrati sotto le ruote. Erano le 19.43. Suicidio. Ma fu suicidio?

*
I testimoni
János Budavári era un ragazzino che la gendarmeria dell’epoca non inserì nei verbali ufficiali: il giovane raccontò di aver visto József infilarsi tra i due vagoni del treno merci fermo per passare dall’altra parte dei binari, un’abitudine comune all’epoca per non attendere. Proprio in quel mentre il treno si avviò all’improvviso: una ruota agganciò il lungo cappotto del poeta, lo trascinò sotto il convoglio e lo fece girare su se stesso, uccidendolo sul colpo.
János Bóza, addetto al carico merci, dichiarò di aver visto un uomo dall’aspetto trasandato e nervoso aggirarsi sulla banchina poco prima della partenza. Aggiunse di aver sentito il violento stridore dei freni e di essere corso a vedere, trovando il corpo dilaniato sotto la parte centrale del convoglio. Spiegò che l’area era buia e che il passaggio a livello di Balatonszárszó era sempre bloccato dai lunghi treni merci, spingendo i residenti a scavalcare o a infilarsi sotto i respingenti per non fare giri lunghi.
Károly Zábó, casellante locale, si trovava vicinissimo alla sbarra del passaggio a livello, notò che il poeta camminava avanti e indietro lungo i binari mentre il treno era fermo. Specificò che si trovava già a ridosso del convoglio. Quando il capostazione diede il segnale di partenza e il treno emise il primo strattone per muoversi, lo sconosciuto finì sotto la giunzione tra il 15° e il 16° vagone.
Il macchinista Ferenc Borbély affermò che il treno si era avviato lentamente, a passo d’uomo. Sentì l’allarme dei freni d’emergenza azionati dai frenatori posizionati sui vagoni di coda solo dopo che il treno era già avanzato di qualche metro. Concluse dicendo che era impossibile vedere una persona che decideva di infilarsi o scivolare in mezzo al treno, poiché l’angolo cieco copriva la visuale della locomotiva.
Il capotreno Imre Karsai sostenne che il treno si era appena mosso e aveva percorso pochissimi metri quando sentì attivare i freni manuali. Scese subito e trovò la banchina nel caos, scoprendo il corpo sotto le ruote dei vagoni centrali.
Il medico condotto Imre Csapláros raccolse il racconto di due bambini del posto. Raccontarono che il treno merci era rimasto fermo alla stazione di Balatonszárszó per quattro minuti. Notarono il poeta camminare nervosamente davanti alla sbarra abbassata del passaggio a livello. Poi, non appena il convoglio iniziò a muoversi, lo videro scivolare sotto i vagoni, inginocchiarsi sui binari e distendere le braccia in avanti.
Ha duro il pugno come travi di binari, e dorme
come nel seno della vecchia madre;
a brandelli il vestito; ancor giovane, ragazzo.
*
Il dolore cresce assieme alle ossa
Sono in giro da quasi un’ora senza arrivare alla tomba, non la trovo, le nuvole si abbassano, quasi schiacciano Budapest che si comprime nel freddo.
La vita di József fu segnata dalla miseria materiale, dall’abbandono della famiglia da parte del padre, un operaio saponaio di origine rumena, quando Attila aveva solo tre anni; crescendo, tra gli stenti, studiava e si arrangiava con mille lavori precari. Borbála Pöcze, sua madre, per campare cominciò a fare la lavandaia. Nelle sue poesie József la ricordava spesso piegata su imponenti “montagne di biancheria”, sfinita dalla fatica e dai dolori causati dalle infinite ore passate a stirare e lavare per i padroni. “Le lavandaie muoiono presto”, scrisse, la mamma infatti si spense nel Natale del 1919, consumata dal cancro all’utero a soli 43 anni. Attila aveva 14 anni, in quel momento si trovava in campagna dai nonni per alleggerire le spese di casa; a causa della povertà e dell’isolamento venne a sapere della morte della madre solo un mese dopo, quando lei era già stata sepolta. Da quel giorno il dolore crebbe assieme alle sue ossa.

Da giovane aderì al partito comunista, tuttavia la sua visione eterodossa lo portò a violenti scontri, secondo lui il vero socialismo non imponeva le sue idee al popolo e la lotta di classe non esisteva; chi combatteva per il socialismo doveva ottenere il sostegno della maggioranza della società. Egli, inoltre, considerava la violenza bolscevica identica a quella nazista, queste idee lo isolarono e nel 1934 venne espulso dal partito. Attila fu costretto a vari ricoveri in cliniche psichiatriche e si ritrovò in diverse e irrealizzate storie d’amore, tra cui quella per la sua analista Gyömrői Edit e per la giovane intellettuale Flóra Kozmutza. La poesia di József diventò presto la voce disperata della classe operaia urbana e ai margini della periferia di Budapest, descrivendo fabbriche, ferrovie e la solitudine delle notti metropolitane, gridò il dolore dell’infanzia, il desiderio d’amore e la ricerca della giustizia sociale, era comunista ma nei suoi versi lo scandalo che gli provocava la sofferenza umana prevaleva sull’ideologia. Lui mendicava la verità, quella agli angoli delle strade, quella che bruciava le mani della gente e si spegneva spesso nelle loro vite.
Dal dolore
ciechi ormai, invano,
avanziamo, senza
più sentire delle cose altro
che questo: orribilmente fanno male.
*
La tomba
Vedo un edificio, un uomo fuma a breve distanza, mi avvicino, lo saluto ma non comprende, gli faccio il nome di Attila József, senza aggiungere altro mi fa un gesto, lo seguo, attraversiamo un prato, infine mi indica una lastra appena visibile e se ne va. La sepoltura è a terra, scarna, umile, priva di gloria, sul margine del marciapiedi, ci sono viole secche e piccoli cespugli bruciati dalla noia, sui lati, in alto, un vaso da fiori vuoto e l’altro con un fiore poggiato sopra. Il terriccio è scuro, c’è un corona a cui è attaccato un nastro con i colori della bandiera ungherese. Non ci sono insegne, indicazioni, nulla, solo una pietra consumata dal tempo. Non sono deluso, non sono sorpreso.
Lo senti tu pure, osso, il silenzio?
Attorno alla sepoltura l’erba è spelacchiata, mi affaccio per leggere cosa c’è scritto sul marmo, stando attento a non calpestare i nomi. József Áronné, (1876-1919); Attila József (1905-1937); Jolán József (1899-1950), Etelka József (1903-2004), i figli di Etelka, Péter Makai (scenografo e regista, 1932-1991) e Zsuzsanna Makai (1929-2015). Genealogia dell’indignazione. E la madre? Dov’è la madre? La madre è József Áronné, che significa “Signora József”; in quegli anni le donne sposate perdevano legalmente il proprio nome di battesimo sulle iscrizioni ufficiali e sulle lapidi, venendo indicate attraverso il nome del consorte con il suffisso -né. Il nome di Attila è sotto il suo, o meglio, sotto quel paravento, si va in ordine di decesso non di importanza; è tutto così semplice, dimesso, un sussurro di pietra. Resto in piedi, davanti alla tomba, non mi sento un intruso, non ho portato con me nulla, né fiori né bigliettini con su scritto qualcosa, me ne sto solo immobile, senza particolari pensieri sulla vita e sulla morte o sulla poesia di József, forse mi lascio prendere dalla natura della morte, chi lo sa. Ricordo solo che a 14 anni, a scuola, non sapendo che fare, sfogliai il manuale di letteratura all’istituto Nautico, dove mi ero iscritto, lessi per caso una poesia di questo poeta ungherese, Il postino, non sapevo fosse famosa, non sapevo nulla, ma mi ha portato qui, davanti alla sua tomba, dopo decenni.
I nomi messi l’uno sotto l’altro sembrano versi essenziali di una triste litania, sequenza malinconica di donne e di uomini, di vite brevi e lunghissime, di legami parentali stretti, in fondo a dirci della vita è quel trattino tra le date di inizio e fine, trattino sempre uguale quando invece dovrebbe avere misure diverse in base al numero di anni; lì c’è la sintesi muta di ogni esistenza, del nostro passaggio veloce. Non altro.
*
Gli altri funerali di Attila József
Il 21 marzo 1959, sotto il regime comunista di János Kádár, fu inaugurato il monumentale Munkásmozgalmi Mauzóleum (il Mausoleo del Movimento Operaio) all’interno del Kerepesi. Il partito aveva bisogno di riabilitare la propria immagine dopo la sanguinosa repressione della Rivoluzione del 1956, per questo motivo i funzionari decisero che la prima salma da spostare dovesse essere quella del poeta. József riposava nel tranquillo settore 35, quando i resti furono riesumati e collocati nel punto più in vista del viale. La cerimonia fu militare e di partito. Il viale occupato dai massimi esponenti dell’apparato del Partito Socialista Operaio Ungherese (MSZMP), da delegazioni di operai precettate dalle fabbriche di Budapest e da gruppi di pionieri (i bambini comunisti) in uniforme con i fazzoletti rossi. József venne dipinto come il “poeta delle masse” e il “martire della lotta di classe”.
È una foresta in movimento
la massa, se è ferma
ha il sangue per radice.
Venne censurato il fatto che il partito lo avesse espulso, che avesse sofferto di gravi disturbi mentali e che si fosse suicidato. La tomba rifletteva i canoni del realismo socialista: un blocco di pietra squadrato, rigido, geometrico. Nel 1963 morì Judit Szántó, l’ex compagna di József ed esponente ortodossa del comunismo; per decreto politico, le sue ceneri furono inserite nello stesso identico loculo del poeta.Per Etelka fu l’ennesima violenza alla memoria del fratello, poiché la relazione con Judit era stata tormentata e interrotta anni prima della morte di Attila. József si ritrovò in mezzo alle tombe dei protagonisti della dittatura ungherese come József Révai o Árpád Szakasits, fino al leader János Kádár, che alla sua morte nel 1989 venne seppellito a pochissimi metri dal poeta.

Mentre camminavo, prima di arrivare alla tomba di József, avevo visto una scultura: un operaio che, con un martello in mano sollevato, picchia un tozzo metallo; roba da realismo socialista. Di lato, però, delle statue e un crocifisso. Non mi sarebbe piaciuto trovare la tomba di József nel rumore della propaganda. Il maggio del 1994 fu l’anno della quarta e definitiva sepoltura di József, l’allora novantunenne Etelka non aveva mai perdonato al Partito Comunista l’esumazione forzata del 1959 e l’oltraggio di aver inserito nel 1963 l’ex compagna Judit Szántó. Sostenuta dal nuovo clima democratico, dai familiari e dall’opinione pubblica pretese e ottenne dalle autorità cittadine di Budapest il permesso di estrarre il corpo del fratello dal Pantheon del Movimento Operaio. La bara del poeta lasciò il monumentale e grigio viale dei gerarchi comunisti, tornando nel settore originario (il 35/2), dove c’era la sua famiglia. Non so dove sia il viale del Pantheon, forse ci sono passato e non me ne sono accorto, ma ormai sono qui, dove volevo essere. Mi sembra così simile alla sua poesia, che aveva addosso la fatica dei giorni.
Un poeta che scende in una fossa è solo un uomo che cerca, come gli altri, un posto dove trovare riparo dal male.
*
Presto arriva la fine
Il poeta alloggiava presso la Pensione Horváth, dove Etelka viveva con i suoi bambini in condizioni di estrema povertà economica. Attila alternava momenti di assoluta apatia a improvvisi attacchi di pianto, camminava per ore o fissava il vuoto per l’intera giornata, assumeva massicce dosi di Medinal e Sopor(potenti barbiturici dell’epoca) prescritti dai medici per calmare l’ansia e la forte insonnia, passava giornate seduto al tavolo a scrivere indirizzi sulle buste delle lettere. Nelle tasche dei suoi vestiti logori furono recuperati pochissimi oggetti personali: il taccuino di appunti, un pugno di spiccioli (pochi fillér), un mozzicone di matita, il pettine e il fazzoletto. Nella sua stanza rinvennero il messaggio per l’ex compagna Judit Szántó: una nota breve e disperata in cui le dava l’ultimo saluto; delle raccomandazioni per il suo editore (Imre Cserépfalvi), in cui parlava dei suoi manoscritti; la lettera a Flóra Kozmutza: “Perdonami, Flóra. Credo che non ci sia altra soluzione per me. Ti amo molto e ti ringrazio per tutto. Cerca di essere felice con qualcun altro. Io ho finito”; il biglietto per il suo psicanalista Róbert Bak: “La diagnosi era esatta: sono totalmente incapace di vivere”.
Niente alle sorelle, a loro toccò il mistero.
Tra i suoi documenti personali c’era anche la richiesta di un passaporto. József desiderava lasciare l’Ungheria per sfuggire al clima politico opprimente e cercare cure migliori all’estero, ma le autorità gli avevano rifiutato i documenti per l’espatrio. Fu ritrovata anche una poesia, una delle ultime, scritta alla fine di novembre: Ecco infine la mia patria.
Ecco infine la mia
Patria ho trovato, la terra dove il nome
Mio senza errori scriverà
Chi mi vorrà seppellire.
Mi allontano da quella tomba così povera, che non prova a somigliare alla vita, non sono sicuro di aver preso la direzione giusta per uscire dal cimitero, sono avido di nomi, ne leggo ancora sui marmi mentre vado via, quante esistenze, quante foto, quante date, mi volto a guardare da lontano quella lastra poggiata a terra che ormai mi è familiare, infine sparisce.
Davide Palmieri
*Le poesie sono tratte da “Gridiamo a Dio”, Guanda, 1963, a cura di Sandro Badiali e Gilberto Finzi.