“Mi sentivo amato con una intensità insopportabile”. Viel Temperley, poeta in estasi

“Mi sentivo amato con una intensità insopportabile”. Viel Temperley, poeta in estasi

Nel 2014 l’editore Raffaelli – che ha appena compiuto trent’anni di militanza editoriale in direzione autarchica e contraria alle odierne mode – pubblica un libro insolito, insolvibile, risoluto. S’intitola Ospedale Britannico, lo ha scritto un poeta argentino pressoché sconosciuto, Héctor Viel Temperley; nell’introduzione, intensa, Hugo Mujica, il poeta-monaco, tra le voci più potenti della poesia […]
Poesia
L'editoriale
di Davide Brullo

Forough Farrokhzad: una poetessa tra i lebbrosi

Nel 1963 Forough Farrokhzad gira il suo primo film, s’intitola La casa è nera, dura venti minuti. Forough Farrokhzad è una donna, ha 28 anni, è nata tra le maglie della borghesia iraniana, a Teheran, è la terza di sette fratelli. Il film è stato restaurato di recente dalla Fondazione Cineteca di Bologna, è passato nel 2019 alla Biennale del Cinema di Venezia, lo vedete facilmente in rete. Il film è ambientato in un lebbrosario. La telecamera, con grazia celestiale – cioè: senza indugiare nel patetico, senza insignire il maledetto di una gloria di latta, lattescente, ipocrita – guarda l’inguardabile. I corpi tumefatti dalla lebbra; bambini dagli occhi bellissimi sfregiati dalla lebbra; donne dal viso sfondato dalla lebbra; ragazzi a cui la lebbra ha consumato le mani, il naso, i piedi. Ciò che nessuno guarda: l’invisibile. Il film, come dire, fece scandalo. Senza abuso lirico, si vedono i lebbrosi che, a un certo punto, pregano Dio, leggono il Libro e ringraziano Dio di essere venuti al mondo, ringraziano Dio per aver creato la vita. Forse soltanto al lebbroso è concessa la preghiera; il nostro pregare è una lebbra. Forse è Dio il sommo lebbroso: si muove con i campanelli alle caviglie, al collo, non lo senti? Tutto è contagio. Dopo aver visto La casa è nera, Bernardo Bertolucci vola in Iran a intervistare Forough Farrokhzad, a costruire un documentario sulla sua vita. All’epoca, Bertolucci ha 22 anni e ha già realizzato il primo film, La commare secca.  In effetti, è intorno al lebbroso, l’impuro, il puro impuro, verrebbe da dire, che ruota il cristianesimo. Il Cristo secondo Grünewald è arso dalla lebbra, le piaghe del flagello lo divorano, lo sfigurano. Gesù purifica il lebbroso; ed è “nella casa di Simone il lebbroso”, a Betània, che incontra la donna che gli “versò il profumo sul capo” (Mc 14, 3). La meravigliosa sottigliezza dell’evangelista: colui che purifica dalla lebbra, è purificato da una donna. Olio di sapienza, profumo che prelude al sepolcro, morte sconfitta per eccesso di purezza. “E inoltre guarirò, con il permesso di Dio, il cieco nato e il lebbroso, e risusciterò i morti”, è scritto nella Sura 3 del Corano. Guarire il lebbroso è un segno pari alla resurrezione. Bisogna passare per le piaghe del lebbroso. Anche Francesco, l’Assisiate, passa per il lebbroso: l’abbraccio con il lebbroso è conferma della sua chiamata, conversione – inversione. Il lebbroso è il talare, l’abito, il vero bivio. Sfidare il contagio con il contagio dell’abbandono in Dio; depauperare il mostruoso per amare il mostro, la meraviglia. Dunque è ingresso nello splendore il viatico per il lebbroso. Incorporare il lebbroso. Il bianco della lebbra, il biancore dell’innocenza. Dopo aver girato il film, Forough Farrokhzad s’incarica di alcuni di quei bambini lebbrosi. Specchio del suo unico figlio, Kamyar, che le era stato sottratto. Andata in sposa a sedici anni, al cugino, madre l’anno dopo, Forugh si separa dal marito nel 1954. Il figlio, per legge, è affidato alla famiglia paterna. Nel 1955, l’anno in cui pubblica la prima raccolta di versi, Asir, “La prigioniera”, Forugh subisce il primo crollo nervoso, il primo ricovero in una clinica psichiatrica.   Prima di tutto, Forough Farrokhzad è poeta. Ha messo in versi la femminilità, la delusione, la ribellione, l’amore. Di recente, il “Guardian” ha scritto che Forough Farrokhzad è una “Sylvia Plath iraniana”. Paragoni e didascalie sono sempre incongrui, insopportabili. Nell’articolo, si dà conto delle parole di Ebrahim Golestan, cineasta, unitosi a Forughdal 1958.“Ha scritto dell’amore che trascende i confini, senza vergogna, ha contribuito a fondare la letteratura iraniana contemporanea”, ha detto. In una delle lettere che lei gli scrive, “Sei il solo che amo… al punto che ho paura di cosa sarei se sparissi, all’improvviso. Diventerò un pozzo vuoto”. Nitore e pudore avvolgono l’opera di Forough Farrokhzad. Le cose recluse, le cose amate. Gli amori costernati dalla lebbra. Pur ignorata dalla grande editoria, l’opera di Forough Farrokhzad è tradotta in italiano: dall’editore Riccardo Condò nel 2018 (È solo la voce che resta), da Le Cariti nel 2015 (In un’altra terra), da Orientexpress nel 2008 (La strage dei fiori), da Sometti nel 2006 (Crediamo all’inizio della stagione fredda). Spesso, è imbracciata come un simbolo: anche lei, Forough Farrokhzad, ha subito lo stigma della diversa, del mostro. Pur bellissima, l’hanno trattata come lebbrosa. “Questa è la descrizione di una società chiusa e rigida, l’immagine del vivere invano, da emarginati, come scarti. Anche le cosiddette persone sane in una società apparentemente sana al di fuori del lebbrosario possono soffrire degli stessi sintomi, nascosti nelle profondità del loro animo”.Forough Farrokhzad, 1964 Eppure, propriamente, la letteratura va lì dov’è lo scarto, dov’è l’appestato, dov’è il buio. Porta la luce? Veglia sull’oscurità. Ne culla il parto, infero.   Nulla va salvato, tutto dev’essere amato. Le mitiche edizioni americane New Directions pubblicano come Let Us Believe in the Beginning of the Cold Season un’antologia delle poesie di Forough Farrokhzad. La promuovono come “una figura iconoclasta della letteratura contemporanea mondiale”. Ma un poeta non è una figura, è una creatura: non facciamone scempio. Dopo aver fatto visita alla madre, era il 14 febbraio del 1967, era lunedì, Forough Farrokhzad sbanda, sbatte contro un muro, muore. Guidava una station wagon, aveva 32 anni. Dicono che nevicasse, al funerale. Una lenta lebbra ricopriva la terra – le spoglie del cielo. Qualcosa si purifica, qualcosa si infetta. * Il dono Parlo dal fitto della nottedal fondo dell’oscuritàdagli scarti del buio, parlo. Se decidi di venire a casa mia, amicoportami una lampada e una finestraperché possa fissare la follache sciama nel vicolo felice. * Sette anni Già, sette anniecco: il magnanimo momento della partenzaciò che è accaduto dopo di teè accaduto in una rete di ignoranza, ignavia e mania. Dopo di te,la finestra, ponte di luce e di vita,tra l’uccello e noitra la brezza e noisi è rottarottarottadopo di tela bambola di terra che non aveva nulla da direnon è che acquaacquaacquamorteper acqua. Dopo di teabbiamo ucciso la voce della cicalasiamo stati sedottidal suono della campana che si leva dalle lettere dell’alfabetodal sibilo della fabbrica di armi. Dopo di te, il nostro parco giochi sotto la scrivaniaci siamo laureati sotto le scrivaniee dietro le scrivaniee da dietro le scrivaniesulla cima delle scrivanieabbiamo giocato sulla cima delle scrivanieabbiamo persoperso il tuo coloreah, sette anni. Dopo di te,vicendevoli tradimentidopo di te,abbiamo raffinato i ricordidalle scaglie di piombo, dalle chiazze di sanguesopra i templi intonacati dei muri, tra i vicoli. Dopo di tesiamo scesi nelle piazzea gridare:“lunga vita…abbasso…” nel clamore della piazzaabbiamo applaudito cantanti dal conio miserovenuti con insidia a visitare la nostra città. Dopo di tenoi: assassini uno dell’altroamore sotto torchiocuori relegati in tascagiudichiamo il resto dell’amare. Dopo di tesi ricorre ai cimiteri e la morte respira sotto il velo della nonnala morteera l’albero corpulentodove i vivi sul lato dell’originelegano il filo del desiderio, a rami stanchi,e i morti, dal lato della fine,fanno esplodere le radici con il fosforoe la morteassisa su quel sacro mausoleo con quattro tulipani azzurrisplendeva brutale lungo i quattro angoli. Il rumore del vento arrivail rumore del vento tuonaah, sette anni. Mi sono destata, ho bevutole piantagioni della tua giovinezzaanimate da uno sciame di grilli. Quando bisogna pagare?Quanto, perché cresca questo cubo di cemento? Tutto quello che dovevamo perdere, lo abbiamo persocamminiamo senza lanternae la lunala lunail gentile femmininoè sempre lìsopra l’infanzia dal tetto di pagliasopra le piantagioni giovaniimpaurita dal limaccioso suono dei grilli. Quanto bisogna pagare? Traduzione dall'inglese della redazione * Il peccato Peccai un peccato pieno di piacere,In un abbraccio che era caldo e ardente.Peccai tra bracciaChe erano roventi, assetate di vendetta e come ferro.In quel luogo solitario, buio e silenzioso,Guardai i suoi occhi pieni di segreti.Ansimante, il mio cuore trasalì nel pettoAlla supplica del suo sguardo implorante.In quel luogo solitario, buio e silenzioso,Sedetti confusa accanto a lui.Le sue labbra sulle mie labbra stillarono desiderio.Dimenticai le pene del mio folle cuore.Sussurrai al suo orecchio frasi d'amore:Voglio te, o mio amato,Voglio te, o abbraccio vivifico,Te, o folle amato mio.Desiderio divampò nei suoi occhi;Vino rosso danzò nella coppa.Ebbro, il mio corpo contro il suo corpoFremette nel soffice letto.Peccai un peccato pieno di piacere,Accanto a un corpo tremante e privo di sensi;O Dio, io non so che feciIn quel luogo solitario, buio e silenzioso. Traduzione dal persiano in italiano di Daniela Zini

Dialoghi

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