“Fare una cosa bella”. John Crowe Ransom, poeta

“Fare una cosa bella”. John Crowe Ransom, poeta

John Crowe Ransom morì i primi giorni di luglio del 1974, aveva compiuto da poco ottantasei anni, aveva tre figli. L’anno prima era stato nominato al Nobel per la letteratura (vinto, per la cronaca, dall’australiano Patrick White); dieci anni prima l’edizione dei suoi Selected Poems, edita da Knopf, aveva ottenuto il “National Book Award”; lui […]
Poesia
L'editoriale
di Davide Brullo

La parola illegittima. Sia lode ad Angela Mellini, illetterata briciola

Imprimatur della poesia: ascendere all’illetterato, alla parola illegittima. Nessuna compromissione con l’incolto: occorre capire però la natura del coltivo, qual è mai la coltura. La poesia a volte porta il miele, a volte frutta coltelli. Trattativa con la tradizione – cioè, trapanare il cranio della tradizione. La forma chiusa non occlude, apre i recinti, squaderna il selvaggio. Un sonetto è una voliera se scegli che tale sia – altrimenti: è il falco. La difficoltà di dire – l’impossibilità. La balbuzie di Mosè, le labbra sigillate di Isaia, il canto-incanto di Davide che allontana il male, è vero, ma non lo vince (e lui, il cantore, se ne fa avvincere). Dono delle lingue o lingue degli angeli? A chi parli quando parli? Diffondere il Verbo, cioè: diffidare di ogni verbo. Significar per verba non si poria. Ogni cristiano è analfabeta – il suo sigillo è quello: non più lingua sacra, non più lingua/tempio, non più lingua. Il Dio che si fa corpo e Verbo viene a smuovere il vocabolario, a snaturare le parole, pure carcasse. Insensato il dire dopo la Venuta: Lui ha fatto razzia delle parole, di cui resta il vuoto guscio, l’odoroso vello. Ne resta la conchiglia. Soffia dentro ogni parola – dai nuovo verde al suo blaterio, al suo balbettio. Annuncio, soprattutto, è questo: il sovvertimento del linguaggio. Che il catechismo si strutturi per lo più come un codice civile qualunque, secondo latina legalità è indice dell’incompresa, incompiuta indole del cristianesimo aurorale. Il cristianesimo non va capito – e c’è chi vuole rabbonire il Verbo, tosare l’agnus finché il biancore non si intenerisca al giogo, ridurre il leone in passerotto. Pasquale: pascolare nell’insensatezza. Immondo piegarsi al linguaggio del mondo – moltiplicare il gregge è opera di macelleria. Il cristiano non è pecora, ha un cuore con gli artigli. Angela Mellini, mollica tra le mistiche, neppure degna d’essere detta mistica – ultima tra le ultime, la servetta, l’inservibile, fogliame di fogli sepolti nell’Archiginnasio bolognese. Lei mi affascina – e nella sua tarpata sapienza mi sembra figura della poesia. Cucitrice, analfabeta, nubile, Angela Mellini impara i rudimenti dello scrivere dal confessore, Evangelista Biffi: il gioco dei segni – parola frugale, nient’altro che un frantume, nenia del me, nastro verbale che cela arcano splendore – le viene arduo, le viene imposto. “Scrivere fu per lei una tortura per l’inadeguatezza della preparazione, ma bene accetta come risorsa per esprimere lo stupore indottole nel cuore da esperienze inattese”. Giovanni Pozzi Senti come prega, Angela angeluccio, con parola impaniata di fango, tirata su con le assi, senza palafreni scolastici: O padre o figliuolo o spirito santo o amore o Giesù o Giesù o Giesù mio amore e rifuge di memia rifuge e conforto del memi pene speranza del memi speranza anima dela anima mia cuor del mio cuore sapienza dela mia innurnaza allegrezza dele mie aflicione dio mio dio mio tutte le cose vi amo vi benedico vi lodo vi rigrezze e vi prego che io vi possa ludare e benediri e arigercare in eterno amen. Vostra reverenza mi comanda che io scrivi e sa che io non so scrivere e non poso se non cometere molti difato e gofagine m’ame poco in porta mi basta contitare il mio Giesù sono conteta e di fido de ma stesa e confide tutte al mio Giesù et in Amaria Amen. Poeta: piglia questa lingua madre per andare al padre, smuovila con la vanga e con le mani astrolabio – rifalla orba, rifalla Adamo, sia sole il suo sì. Retorica non è malizia, ma milizia da arcieri: colpire i polmoni della bestia. Le figure retoriche: dardi per sobillare la lingua. Creano intrepide connessioni tra le cose, mettono le zampe e il becco e gli artigli alle parole. Angela Mellini, cucitrice del XVII secolo. Cucire parole sbrindellate – come si cuce un sacco – come si cuce il cadavere dell’animale e del re: al posto delle viscere, piume e fiori secchi. Dal corpo, il pupazzo. Di Angela Mellini non abbiamo certi riferimenti di nascita, di morte. Morì, orsolina secolare, mendicando, tra diversi stadi di oscurità, perché è questo il cristianesimo: sommare niente a niente e farne scaturire la luce, la voce di rogo. Subì la delazione di un’amica: al Sant’Uffizio, che scelse di punirla, la descrisse “minuta di vita, bellina di volto, di carnagione bianca e rosa, di capelo che tira al biondo, occhio greso, volto ben fatto in tutto tondo, con la bocca un poco scaffa”. Gelosia trasuda nel non essere tale avvenenza nerovestita. Il nuovo confessore, Giovanni Battista Ruggeri, s’era innamorato di lei; lei lo frenò, intimandogli di chiamarla madre, artefice di una suprema gravidanza dello spirito. Si sentì appellare a zingara. Il frainteso fa giorno nella vita del poeta, l’impotente. Angela non ha la sapienza di Caterina da Siena, l’avvenenza visionaria di Maria Maddalena de’ Pazzi o di Angela da Foligno, tanto meno la verbosa onnipotenza di Veronica Giuliani. È lì, smasticata mistica neppur degna di stare al mistico desco, muta, stanata, snaturata d’ali. Il suo andare – come di danza del verbo – è tutto tra “di fido” e “confido”, tra diffidare e confidare. La Mellini si confinava in un Getsemani privato: l’“orazione mentale” – gusto secentesco, ‘teatrale’, dell’immaginare – si applica per estraniarsi da questo tempo, da questo mondo, e abitare in una quinta evangelica. La malia mentale spiazza e soggioga le norme del potere terreno: il qui-e-ora acquista oltremondana tempra. “Mi disposi ad andare a trovare il mio Gesù nell’orto; e posta che fui, vidi il mio caro Gesù con la faccia impallidita e tutta bagnata di sangue”. Cos’altro annunciare se non la perdita della parola, la fine del verbo che ha imposto templi, palazzi, ponti? Che ha sagomato i campi, impalcato forche, organizzato guerre? Dio-Verbo: crocefissione del vocabolario. D’un tratto, l’abbrivio retorico: “O benedetto patimento, voi siete la spada che uccide in me il peccato, voi siete il cannocchiale che mi ha vicino la lucentezza della bella faccia del mio Gesù”. Non si tratta di rinominare le cose – faccenda da classificatori, da enciclopedisti, da intellettuali chierichetti,  da nuovi tiranni – ma di porsi in adorazione. Come si faceva da bambini: baloccare con il linguaggio. Ormeggia sulla P, lettera-paperella, lettera-pipistrello; arma la baleniera B, che ammette marosi senza caglio; è violetta la V, lettera concava, lettera-vaso, da bere in un sorso; rapina la D, il Dedalo dell’alfabeto, la diga che mutò in labirinto: tana luminosa del mostro. Sulla lingua tradita si fonda la chiesa, è vero – del suo nome si fa soprammercato: chi dicono che io sia? Il mago: formula che fa risorgere i morti. Il profeta: esegesi che scuote la sinagoga. Barabba è il nostro abbecedario. L’umilissima Mellini, il quasi nulla, orbata briciola, ci sovrasta.

Dialoghi

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