“Sono un rapace, catturami se puoi”. Nahabed Kuciag: il mistero del poeta armeno

“Sono un rapace, catturami se puoi”. Nahabed Kuciag: il mistero del poeta armeno

Dietro all’indagine, ovviamente, c’è l’immagine, l’immaginazione, la capacità di scoprire un cerbero nel giardino del vicino, la propensione a cacciare chimere con un retino per farfalle. Di Nahabed Kuciag leggo, la prima volta, nell’enciclopedico “tesoro della lirica universale”, Orfeo, ideato “nell’immediato dopoguerra” da Vincenzo Errante ed Emilio Mariano, per Sansoni, con intenti poetici ed irenici. […]
Poesia
L'editoriale
di Davide Brullo

Cosa c’entra Faulkner con il principe Harry? Si accontenti di Ted Hughes

Nel suo libro – di cui si sa pressoché tutto, per cui possiamo evitare di leggerlo – Prince Harry cita due autori, William Faulkner e John Steinbeck. Non risulta abbia letto alcun romanzo di Faulkner, ma ha “apprezzato, direi gustato” Uomini e topi di Steinbeck, “ce lo avevano dato da leggere per inglese”. Il gusto critico di Prince Harry è impeccabile: preferisce Uomini e topi perché è scritto “semplice” e dura poco, “poco più di cento pagine”.   Nel dettaglio – altrimenti misero, esangue – alligna, per così dire, il regicidio. Il duca di Sussex, infatti, cita due autori americani, due romanzieri che hanno costruito e canonizzato l’immaginario degli Stati Uniti d’America, la terra della violenza democratica e degli spazi sconfinati, in reazione ai triti riti della monarchia britannica, ribelli alla perfida Albione. Il canone letterario, la sacra poetica – unico lignaggio – per un monarca sono tutto, la loro sovversione è, appunto, regicidio. Come se, per dire, nel corpus regnante Elisabetta I sostituisse Shakespeare con Rabelais, come se la Regina Vittoria favorisse Verlaine rispetto ad Alfred Tennyson, Flaubert al posto di Dickens. Cazzate, direte – ma è così, per verba, che si giustifica una nazione, che si sancisce un regno. D’altronde, il legittimista François-René de Chateaubriand trovò poco interessante George Washington. Torno in me. Il libro di Prince Harry porta appuntato in esergo una frase di William Faulkner. Nella versione italiana suona così: “Il passato non muore mai. Non è nemmeno passato”. Sembra la frase tratta da un film di 007, Tomorrow Never Dies. Harry ammette di non aver letto Faulkner – libri-cerbero, i suoi, libri-idra, a differenza di Uomini e topi, involuti, complessi, troppo lunghi –, la citazione l’ha trovata “su BrainyQuote.com” e “mi ha molto colpito”. Scritta così, però, la frase – già citata da altri, non proprio sconosciuti: Barack Obama nel 2008 e Woody Allen nella sceneggiatura di Midnight in Paris – è di una stupidità lapidaria: le citazioni, se mitragliate a caso, ti si ritorcono contro. La frase di Faulkner, il più grande romanziere americano del secolo, cardinale di una sequela che da Hawthorne e Melville arriva fino a Cormac McCarthy, è tratta da Requiem for a Nun. La frase la pronuncia l’avvocato Gavin Stevens in faccia a Temple Drake; nella storica traduzione di Fernanda Pivano suona così: “Il passato non è mai morto. Non è neanche passato” (pagina 86 dell’edizione Mondadori del 1964, volume 145 della mitica collana ‘Il Bosco’, che assemblava, tra gli altri, T.E. Lawrence, Georges Bernanos, Chinua Achebe, Simone de Beauvoir, Vittorio Giovanni Rossi, Giovanni Arpino, Ivo Andrić…). L’avvocato Stevens sta cercando di fare chiarezza intorno al terribile omicidio della figlia di Temple: sotto accusa è Nancy, bambinaia per sbaglio, tossica, prostituta alla bisogna. La bimba aveva sei mesi. È stata soffocata. Temple Drake, “la vergine folle”, è uno dei personaggi più potenti della mitologia faulkneriana. Violentata a diciassette anni da un bastardo, Popeye, con una pannocchia – l’episodio è raccontato in Santuario, terribile romanzo ‘nero’ di Faulkner –, Temple ha praticato in un bordello prima di rifarsi una vita, come si dice, borghese, diremmo, da moglie, madre, donna bene inserita nel fordismo sociale – sorrisi, decoro festivo, temperanza feriale – di Jefferson, Mississippi. L’afrore dell’antica vita, l’ardore del sottosuolo, però, la marchia: Temple, prima dell’assassinio della figlioletta, progettava una fuga da quell’eden di provincia con Pete, fratello minore del suo antico amante, Red, l’ennesimo senza legge, che l’aveva, all’epoca, brutalizzata più volte. La meccanica psichica del romanzo è spiazzante: “In confronto a quei sei anni – un uomo – un uomo così unico, così duro e spietato, così impeccabile nell’amoralità, da avere una specie di integrità, di purezza, che non avrebbe mai avuto bisogno né intenzione di perdonare qualcosa a qualcuno”. Meglio la purezza nell’amoralità che la buona morale del mondo puritano, pare dirci Temple. L’antinomismo sociale come scelta, l’abisso che si fa trionfo. Ecco perché, per Temple, The past is never dead. It's not even past. Tra l’altro, qualche battuta prima, lo stesso Stevens dice pressappoco il contrario, “Non esiste neanche il passato”. Deliri del citare a cazzo. Requiem for a Nun è uno dei libri più grandi di Faulkner. Alterna parti teatrali a sontuose placche in prosa, “Il tribunale”, “La cupola d’oro”, “La prigione”, tra le più belle mai scritte da Faulkner, necessarie per entrare nel suo mondo narrativo, conchiuso, sigillato, biblico. Il romanzo, pubblico nel 1951, finì finalista al National Book Award insieme a Il giovane Holden di Salinger, L’arpa d’erba di Truman Capote, La veglia all’alba di James Agee, L’eletto di Thomas Mann, tutti libri bellissimi: vinse Da qui all’eternità di James Jones. L’anno prima Faulkner era partito per la Svezia a ritirare il Nobel per la letteratura. Perennemente ubriaco, andò in estasi per Else Jonsson, il cui marito, scrittore, che preferiva – e traduceva – Hemingway, era morto pochi mesi prima. Else e Faulkner si amarono: quando esce Requiem for a Nun, lo scrittore porta la sua amica a Parigi, poi sui campi dove si era svolta la battaglia di Verdun. Lei aveva “gli occhi violetti”, i capelli rossi, una sfiziosa eleganza. L’anno prima Faulkner, propenso agli amori futili e infiniti, aveva cercato di accalappiare Joan Williams, offrendole di collaborare alla riduzione per il teatro di Requiem for a Nun. La ragazza ha ventuno anni, capelli rossi, occhi verdi, è una sua fan, ma non ci casca. Andava ancora a cacciare il cervo, Faulkner; cavalcava: le sue cadute non erano rare, a volte rovinose. Requiem for a Nun piacque moltissimo ad Alfred Camus, che lo fece tradurre per Gallimard: lo riteneva una tragedia greca in abiti moderni. In Italia il libro è tradotto – limpidamente – come Requiem per una monaca, ma in gergo elisabettiano Nun significa prostituta. Ecco fin dove ci porta una citazione. Resta da capire chi sia la prostituta, in questa storia, o meglio, nella storia narrata da Prince Harry, e per chi venga intonato il requiem. Al posto di citare a casaccio smanettando su Internet, a Prince Harry sarebbe bastato sfogliare l’album di famiglia. Il 21 dicembre del 1984, Ted Hughes, tra i grandi poeti del secolo e del regno, da poco eletto ‘Poet Laureate’, scrive un poemetto per onorare il battesimo of His Royal Highness Prince Harry. Il ‘pezzo’, Rain-Charms for the Duchy, fece felice Ted Hughes, “lo stregone di corte” – a sort of royal witch doctor –, che sotto quel marchio sceglie di raccoglie tutti i suoi laureate poems (stampa Faber nel 1992). Attacca così: Dopo cinque mesi di siccitàil mio parabrezza era incrostato di polvere.La vista si muta in dura membranacontro il bagliore e le particelle.   Ora, un’enfiagione di lacrime scoppia dolorosamente. Tuoni improvvisi, enormi. Li sento schizzare come fasci di petroliotra le formichesul cranio crepato del Cranmere. E nei crateri ulceratidi quelli che un tempo chiamavano laghi. Poi, come prendendo un respiro, ci siamo finiti sotto.Grappoli di lampi martellano la città.La pioggia non cade – in attesa del crollo.I marciapiedi danzano, come le ceneri di un indovinello. Lampi in una pentola, mentre gli uomini corrono.Cade in verticale, tutto, perlaceo, prezioso.Il tuono accompagnato da una banda di ottoniche prepara a qualche festa civica. Grida e fretta. Con osanna turistici. Gli alberi alzano le braccia e si coprono il viso. Il cielo si salda,si sposta in carri regali, oltre gli edifici,con lampi e tonfi. Era quasi passatoe mi attendevo il risveglio. Invece, qualcosa come un otturatoresi scuote, si chiude – la contea cala nell’oscurità.Dunque la pioggia cade per davvero. Sei salito in macchinascuotendo ossigeno come un cespuglio impazzito.Il peso delle calde acque dell’Atlantico. La poesia ‘metereologica’, per così dire, è tipica degli sciamani. Il battesimo di Harry è un diluvio, effluvio di lampi che tiranneggia il regno. Nell’Atlantico, forse, è prefigurato il destino del principe, neonato, in esilio dal suo regno. Ted Hughes, come sempre, aveva capito tutto. Gli altri, continuino a leggere il libro di Prince Harry, a fare bla bla.

Dialoghi

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