Lorenzo Calogero, l’elemosinante, la bontà infinita, il poeta che fa paura

Lorenzo Calogero, l’elemosinante, la bontà infinita, il poeta che fa paura

Un uomo si è aggirato inosservato per lunghi anni nei luoghi dell’Italia del primo Novecento: dalle peregrinazioni in Calabria, sua terra natale, al soggiorno napoletano, passando per la Toscana senese; dalle sfortunate Milano e Torino fino alla piccola somma d’amicizia con cui lo accoglierà Roma, dove incontrerà Leonardo Sinisgalli, che insieme a Giuseppe Tedeschi sarà […]
Poesia
Blu Temperini
L'editoriale
di Davide Brullo

Che ve lo dico a fare: questo è un Paese che assassina i suoi grandi. Intorno a Mario Praz e Sergio Solmi

Il collezionismo sfrenato, l’esasperata ostentazione del “gusto”, una certa affinità con il pettegolezzo, la mandorla delle raffinatezze caustiche, sadiche: tutti attributi di una civiltà morente, di una stirpe lunare e senza luna, afflitta dalla nostalgia, dall’esagitato umor nero. Eppure, di tutto questo Mario Praz riuscì a fare furia creativa – La casa della vita, edito da Mondadori nel 1958, ripreso da Adelphi, oggi ovviamente introvabile, è un capolavoro ambiguo e impossibile, specie di teologia del dettaglio, di filosofia del capriccio, “l’opera più complessa del Praz”, secondo Vittorio Gabrieli –, facendone teatro, teatralizzando, esasperando la finzione, visto che la storia è il regno stucchevole degli stucchi, ormai, copia di copia di copia, dittatura in cartongesso. Si era laureato su Gabriele d’Annunzio, insegnò a Liverpool, Londra, Manchester, prima di piazzarsi alla “Sapienza”, e poi, acciambellato come una lince, una lonza, comunque un animale medioevale, meglio se in estinzione, a Palazzo Ricci, in via Giulia, Roma. Scriveva con fervore bizantino, consapevole di vivere in un’era assediata, sotto il fuoco del progresso, sfinita dal realismo socialista, dal benessere sociale, dalla ‘società dei costumi’; sapeva essere perentorio, come un re d’eleganza che combini condanne a morte. Gli inglesi lo adoravano: il “TLS” elogiò il suo studio più noto – e più volte ristampato, per fortuna – La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica (passato, in Albione, come The Romantic Agony); T.S. Eliot – che, nel tempo libero, tradusse – lo stimava; Edmund Wilson scrisse che “lo si deve considerare innanzitutto un artista”; la regina Elisabetta II lo nominò cavaliere dell’Impero britannico. Apprezzava le formalità sulla soglia di un mondo in frantumi: alla luce meridiana, in effetti, preferiva quella riflessa, il gioco di specchi, la bizzarria, il genio nell’acquario. La sua Storia della letteratura inglese – datata, certo, è ovvio, e per questo affascinante – spicca, in un tempo, questo, dettato dal buon senso e dal cattivo gusto, dei critici inascoltati perché inascoltabili, senza carisma, carrieristi cabarettisti, per i giudizi sommari, le brevi cattiverie, la bella scrittura. L’ampiezza di sguardo, micidiale, panottica, si fonde al pregio del particolare, alla preziosità improvvisa, al gioco di prestigio verbale, al pregiudizio, perfino, al talento di non capire (la cantonata che ha preso con Pound, il Joyce a suo dire inutile). Dicevano portasse iella; la iattura, piuttosto, è leggere, ogni giorno, il commento di letterati gazzettieri atti a nutrire il proprio ego, vegano, iniquo. “Intellettuale non comune, «Professor Saturno» – genio, spirito e demonio caustico e discepolo di Michel de Montaigne, Mario Praz era ovviamente l’esatto contrario dell'aura satanica di cui la maldicenza e l’invidia lo avevano circonfuso: semmai era dolce, gentile, affettuoso racconta chi lo conobbe. Forse molto solo e malinconico”, ha scritto di lui, di recente, Luigi Mascheroni, ribadendo che per lo più Praz è scomparso dal desco editoriale odierno. Fa eccezione Misteri d’Italia (Aragno, 2022), brevissima raccolta di articoli pubblicata su “il Borghese”, a cura di Giuseppe Balducci (autore, in appendice, di un ottimo Profilo di Mario Praz). Anche in questa sorta di oblò anti-oblio non è difficile ricavare alveari di sapienza anticonformista, come questo paragrafo: “Sì, il paesaggio italiano è bello, visto con occhio di pittore, ma talmente sottomesso all’uomo, talmente umanizzato, da poterlo dire addirittura infestato da antropotossine: come una camera in cui han dormito degli uomini, impregnata del loro odore... Viaggiando per le belle campagne della Toscana e dell’Umbria, quante volte si vorrebbe premere quel bottone che eliminasse l’invadente presenza dell’uomo!” Sagace, solitario, aristocratico, autentico Lancillotto della forma, Praz non può funzionare in un oggi in cui anche i contrari e i contrariati sono funzionali al gregge. Guardando Manhattan, d’altronde, Praz intuì la vertigine al vetriolo: “Un grattacielo ti fa pensare, tra le prime cose se non per prima cosa, a come sicura sarebbe la morte buttandosi dalle sue finestre”. Nato nel 1896, Praz muore dove è nato, a Roma, nel 1982: non stupisce che uno degli intellettuali italiani più noti e riconosciuti nel mondo occidentale passi come un dimenticato; la morte di un genio è sempre liberatoria per i cretini, i livorosi. Lo stesso è accaduto nei riguardi di Sergio Solmi – morto nel 1981, a Milano – critico non diversamente prodigo, prodigioso, eppure diametralmente opposto rispetto a Praz. Francesista, leopardista, poeta, funambolo nella riservatezza, rimbaudiano a contrario, legato al nitore dei pensatori in ombra, dei sapienti ustionati da riserbo e candore, la capacità di Solmi è stupefacente, va appresa senza malizia, appoggiando l’orecchio sul dorso della stanza a fianco. È autore, tra l’altro, di un libro dalla bellezza letale e sottile, Meditazioni sullo scorpione, da sbandierare in ogni istante; leggete questo brano, per dire: “Laddove la più alta fantasia medioevale aveva concepito l’Eternità come ‘profonda e chiara sussistenza’ d’un alto lume, come verità in sé sedente e consistente, sola sé intelligente e da sé intelletta, luce assoluta entro cui lo stesso volto umano s’assume e s’imprime, facendosi per sempre partecipe della sua unità, sembra che, al contrario, il più intenso struggimento della lirica moderna sia stato di rendere questo senso dell’eternità puntualizzata nell’attimo, nel respiro fugace e vano della vita: Elle est retrouvée.Quoi? l’Eternité.C’est la mer alléeavec le soleil. Il mare se n’è andato col sole, le braci di seta del crepuscolo marino accendono d’un supremo bagliore l’indolente, svagata canzone di marcia. Ogni possibile realtà si disgrega in un rosso brulichio di fuochi serali... L’eternità di Rimbaud, così localizzata alla fine d’una giornata di vagabondaggio, è una sorta d’eternità impressionista, en plein air”. In effetti, questo è un Paese che ammazza i suoi grandi, li conficca nel sepolcro, li piglia a calci in faccia. Preferiamo i corvi dell’ovvio, gli avvoltoi del rancore. Buona lettura, buona vita. ** Il “canone” Praz. Frammenti dalla Storia della letteratura inglese William Blake. La complessa e ineguale personalità d’artigiano, di veggente, di rivoluzionario, di maniaco del Blake era troppo eccezionale perché potesse inserirsi nella tradizione inglese, anzi, nella europea, e far scuola; egli resterà un caso a parte, un grande isolato a cui, dopo la scoperta fattane dai Preraffaelliti nel 1862, di richiameranno, di tanto in tanto, temperamenti estremisti di tardi romantici (per esempio André Gide). George Gordon Byron. Se riserbo, cautela, meticolosità, senso d’economia, percezione del limite sono qualità classiche, Byron potrebbe a ragione chiamarsi un romantico per aver dato esempio nella sua vita e nella sua opera di qualità opposte. Non andava per il sottile né con le donne né con le Muse; non sapeva tenere un segreto né praticava l’arte della sapiente aposiopesi, la sua stessa eccezionale avarizia, negli anni matura, era l’inevitabile risucchio d’una prodiga generosità, e quanto a percezione del limite, essa esisteva solo come incentivo a valicarlo, perché nella trasgressione soprattutto s’esaltava il suo senso vitale. Era un aristocratico, eppure aveva l’ostentazione di un parvenu... Era indolente e amava l’azione, disprezzava gli uomini e anelava al loro plauso. Percy Bysshe Shelley. Ci sono poeti le cui idee sono più remote da noi di quelle di Shelley – il quale dopotutto credeva a un progressivo affratellamento degli uomini e a una migliore organizzazione della vita terrena: ideali di oggi) eppure non ci urtano come le sue. Non crediamo più al sistema tolemaico, ma i cieli di Dante non c’infastidiscono come il paradiso terrestre di Shelley. John Keats. Keats era una lastra impressionabile, un camaleonte, com’egli ebbe a dire, assimilava istantaneamente e (ancor più sorprendente) con una prontezza tale da sbalordire restituiva gli elementi assimilati in una visione nuova in cui essi erano a stento riconoscibili... Padre dell’estetismo, Keats non è un esteta: il succo della sua poesia è a base etica: egli esalta contro il razionalismo l’intuizione della vita accettata integralmente e, come tale, configurantesi in Bellezza. Robert Louis Stevenson. Il suo è un realismo irreale, in quanto che l’essenza stessa dei suoi racconti è formata da qualche immagine o visione irreale, allucinatoria, a cui talora il magistero dello stile par conferire un valore metafisico di simbolo. Joseph Conrad. Una dolorosa curiosità lo attira verso le vite umiliate, gli fa immaginare casi di coscienza complessi negli avventurieri e nei rifiuti della società, lo fa indugiare con una fissità magnetica intorno a persone e a fatti che in tanto l’ispirano in quanto rimangono per lui avvolti nel mistero: in tutti i protagonisti dei suoi romanzi si riconosce la stessa anima desolata, distaccata e solitaria... oppressa dal peso d’un passato incancellabile e da un complesso di colpa. Gerard Manley Hopkins. In lui si è voluto vedere una specie di Rimbaud inglese, un Rimbaud, per così dir, illuminato da una luce d’aurora boreale anziché dalla luce dei soli africani; autore d’un manipolo di poesie in cui s’è riscontrata una qualità terribilmente patetica e cristallina e un errore per i luoghi comuni. Ezra Pound. Ma i Cantos di Pound son rimasti, dopo tutto, soltanto improvvisazioni, scucite filastrocche di ogni genere di conoscenza e di pettegolezzo. James Joyce. Egli pescava nella macedonia delle lingue a lui note, e combinava suoni e forme in una moltitudine di ibridi. A quest’ultimo vezzo il Joyce s’abbandono senza ritegno o limite in Finnegans Wake, creando così un nuovo linguaggio il cui suono può provocare vaghe o magari violente reazioni nella fantasia, ma il cui preciso senso sfida la comprensione di un lettore che non sia disposto a spendere moltissimo tempo alla soluzione di enigmi il cui senso il più delle volte non arricchisce in alcun modo lo spirito. Virginia Woolf. La tecnica della Woolf potrebbe accostarsi a quella del pointillisme (puntinismo): essa ci sottopone a una doccia d’immagini come la vita ci mette sotto una doccia di sensazioni. Che poi, avviatasi per questa strada, la Woolf dovesse finire per sentire l’oppressione dell’enorme fardello dell’inespresso... sembra essere provato dal fatto che la scrittrice offrì a Vita Sackville-West come ‘ di gran lunga il suo miglior libro’ un volume elegantemente rilegato le cui pagine erano tutte bianche.

Dialoghi

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