Diffidare dei poeti vivi
Politica culturale
Fabrizia Sabbatini
La notizia arriva mentre sto lavorando a questo pezzo. Bruno Di Pietro non c’è più. Non è più qui, ha passato la soglia, è giunto all’altra riva. L’avevo sentito pochi giorni fa via Whatsapp, dopo aver riletto il suo ultimo lavoro, Elea. Quando verrà il passato (Les Flâneurs, 2024) e aver finalmente deciso di scriverne, conscio della sfuggevolezza delle parole e di non poter dire perché la sua poesia sia una pietra scolpita a cui sempre ritornare. Ma conscio altrettanto che la vita è un tentativo, e che se anche non si sa dire perché, si può e si deve balbettare almeno «che». Anzi, non balbettare, ma asserire. È così perché sì. Venite e vedete, venite alla poesia di Di Pietro e poi ditemi se non è realtà che amplifica la realtà, essere che si aggiunge all’essere e ce ne rimostra il miracolo e il dono.
E allora superiamo lo stordimento e l’imbarazzo, raccogliamo gli appunti – che restano veri anche adesso che la polvere sembra vincere, soprattutto adesso che la polvere sembra vincere. Perché la poesia di Bruno era una meravigliosa allegoria dell’essere e quella che sembra una coincidenza tematica – Parmenide che si appressa alla fine e scopre il divenire col suo essere per la morte – in epoche meno scettiche e più attente l’avremmo forse detta un accompagnamento dell’anima al corpo, un presentimento, una profezia.
Scriveva Adriano Tilgher in un luminoso libretto di circa cent’anni fa:
«È di Pindaro come di Dante: la concentrazione e il vigore straordinarii delle immagini dantesche sono condizionati dall’abito filosofico della mente di Dante. Immaginate un Dante afilosofo ed impressionista, e avrete reso impossibile ciò che di più dantesco ci affascina in Dante. Nell’opera dei grandi poeti le singole parti che un’analisi astratta può distinguervi si condizionano e si suppongono mutuamente, e tutto vive in tutto di vita armoniosa e possente, come nelle opere della natura».
(La visione greca della vita, 1922)
È questa la cifra della poesia di Di Pietro, discepolo di Parmenide, ultimo degli eleati: quella di una visione vigorosa ed esatta, di un logos e una praxis – uso questi termini in senso tecnico – preceduti da una theoria, da una visione che orienta lo sguardo e amplifica i sensi. Li amplifica, non li elide, ed è qui forse che tra maestro e discepolo si incunea la prima linea di faglia. Perché il mondo poetico di Di Pietro non è un mondo simbolico, in cui «a» sta per «b», ma un mondo allegorico, dove «b» emerge soltanto per mezzo di «a» e del suo corpo. Una parola forte – anche quando taciuta o sussurrata – e chiare immagini visive, una forma sensibile che prima e al di qua di tutte le possibili polisemie dà l’impressione di una voce che parla con l’intento di dire qualcosa a orecchie possibilmente tese ad ascoltare. Una parola come detto radicata in una theoria, in un pensiero che precede, orienta e dà senso – cioè direzione – e che soltanto attraverso questo orientamento si apre a possibili sensi altri.
E proprio la maschera del maestro Parmenide è la forma che l’allegoria dipietresca assume in Elea, alternando e a volte sovrapponendo la propria voce con quella dell’autore, o di un io esterno che molto gli somiglia. Un Parmenide sui generis, quasi intimista nella scoperta di un mondo che diviene e che nel suo divenire lo fa struggere di nostalgia e desiderio. Che se è vero che l’«essere è e non può non essere», che il logos viene prima – o meglio: sta a parte, separato dal mondo sensibile – e che non è dando retta ai sensi che sapremo mai spiegare razionalmente il reale, il reale pure c’è, ci definisce e strappa dall’abisso piombato dei nostri cuori la nostalgia del perfetto.

Anassimandro è forse il primo a dircelo così chiaramente, che bellezza e giustizia sono avvinte l’una all’altra e che in ciò che perisce si nasconde il segno dell’imperituro, che nel nascere delle cose è inscritto il loro morire, «secondo il dovuto, perché pagano l’una all’altra giusta pena e ammenda della loro ingiustizia». E il Parmenide di Di Pietro, «convertito al divenire» e «in buona salute»,[1] come Anassimandro entra in dialogo con l’appressarsi della morte, con quel punto radicale del nostro vivere che possiamo disperatamente eludere ma non cancellare.
Tutta la prima parte del libro, Eos, è una ricognizione sorpresa di questo essere che si ostina a non stare fermo, a muoversi, a perpetuare la propria ingiustizia. Così, a un Parmenide che resta «testimone/ del non essere»,[2] in un alternarsi di giorni che «illumina illusioni»,[3] dove non c’è nessun inizio o un termine su cui affannarsi, ché «il passato/ deve ancora arrivare»[4] e «il presente è ricordo»,[5] si insinua un tremore nelle gambe, «fragili (…) nell’attesa/ di ciò che è già arrivato», di questa inesorabile profondità delle cose che «indica la via d’uscita/ dalla cella del presente».[6] Nel cuore della materia e del suo morire, sorge la domanda che contesta il mondo come volontà e rappresentazione – perché l’essere piuttosto che il nulla? – e l’intuizione di una presenza ultima dentro le cose prime («C’è più mistero nel creato/ che nel creatore»).[7]
Ma se la grazia è un istante, la pena è durare oltre quell’attimo, combattere tra luce e fango nella fatica di credere a ciò che si è visto. E mentre il tempo costruisce, abbatte e umilia, mentre la sua scoperta porta insieme alla verità delle cose la coscienza del loro morire, Parmenide si scontra con quella paura della morte che la natura senza grazia non può evitare. Il «sentore della storia» è «scoria del tempo negato»[8] e lo sfaldarsi delle forze è umiliazione e rivelazione a un tempo: «Ho incontrato da vecchio/ il tempo./ E mi umilia».[9] Il tempo che distrugge mostra l’illusione della disillusione («Un abbaglio l’eterno presente»),[10] lo smacco di essere nel tempo e di smaniare per l’eterno («Quanta eternità mi circonda!/ E non mi appartiene»),[11] la scoperta che all’ultimo orizzonte «l’Essere è solitudine».[12] Ma è in questo stesso tempo, in questo stesso accelerare verso la morte che si conserva l’indizio di un altro senso, di come il bene il male la vita la morte il dolore non siano un male necessario ma un corpo necessario – il corpo di Dio. Nello «sguardo paziente/ dei muli al frantoio», bello di una «bellezza vera./ Forse eterna»[13] o «nel viandare disadorno/ della (…) vecchiezza»,[14] mentre «il sale impregna la gola» e Parmenide respira «la bellezza del mondo»,[15] le stelle che punteggiano il coperchio del cosmo svelano finalmente il senso, «il sentiero dell’incalcolabile».[16]

C’è una giustizia, nello sfiorire delle cose, ed è a questa giustizia che l’uomo – in quanto culmine della creazione – deve dare voce e mani. «Il reale non è razionale»[17] gracchiano le cicale, non è computabile, ed è facile pensare qui al Caproni di Altro inserto, al topo o al fiore che scombinano la logica in apparenza ferrea della ragione.
“Per quanto tu ragioni c’è sempre un topo – un fiore – a scombinare la logica. Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d’accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non mi bruciasse la mente – con dolcezza) quest’odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest’odore di tronchi sbucciati (d’alba e d’alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sempre più sbiadito) blu della notte.”
(Giorgio Caproni, Altro inserto)
Il tempo che chiama l’eterno, l’eterno che attraversa il tempo. «Only through time time is conquered» scrive nei Quartetti Eliot, che di Bruno era un maestro dichiarato. E così mi piace pensarlo adesso, conquistatore dell’eternità e dall’eternità conquistato, con gli occhi aperti di fronte alla morte e alla vita nuova, stupito di fronte all’ignoto, come in quel pezzo che letto adesso, come tutto questo libro, fa passare per le spalle e nella pelle un tremore lieve, il brivido delicato della profezia.
Mi seccherebbe morire nel sonno.
Devo avere occhi ben aperti
mentre salgo la strada della Notte.
Vedere se il mare
osserva la consegna del silenzio
se fra i pioppi della via del Nume
si fermi il mormorio delle foglie
se le pietre di Elea
si saranno accorte
che me ne sono andato.
Intanto le api dormono
fra i noccioli essiccati
delle pesche.
(Physis, 17)
Daniele Gigli
**
In limine
I grilli normalmente molesti
parlano più che frinire
nel pomeriggio di prima estate.
Parmenide convertito al divenire
è in buona salute.
Zenone si è offeso.
La bouganville è in rigoglio
il melograno in fiore
ponente pettina il grano.
Nella piana di Elea
tutto è e sarà
come è sempre stato.
(Io invecchio).
***
Eos, 3
Nei pressi
del pozzo sacro
resto testimone
del non essere.
Avanza
il popolo dei sogni
con la notte che domina
gli uomini e gli Dei.
***
Eos, 6
Ai margini
del campo di fave
ho chiesto ai padri
notizie dell’inizio.
Mi hanno risposto:
«non pensare
a ciò che è già stato:
il passato
deve ancora arrivare».
***
Eos, 7
Il presente è ricordo.
Inaugura il mondo
uno scialbo mattino.
Fra la rugiada
i primi germogli.
Solo il mare
rumoreggia.
***
Eos, 8
La prima luce del mondo
Illumina illusioni.
Suoni di alberi
Scossi dai vènti.
Fra i canneti
Si intravedono i fiori
Del vecchio pruno.
***
Eos, 15
Antichi spiriti mediterranei
attraversano il giorno,
si dispongono nell’ora mediana
dove preciso è il taglio del tempo.
Sparite le ombre.
Fragili le gambe nell’attesa
di ciò che è già arrivato
e indica la via d’uscita
dalla cella del presente.
***
Eos, 16
Sulla via che dall’acropoli
scende al quartiere meridionale
la pioggia d’oro del sole autunnale
illumina rovi selvatici di more.
C’è più mistero nel creato
che nel creatore.
***
Kronos, 1
Dall’acropoli Parmenide
volse lo sguardo alla baia
dove sbarcarono i padri.
Giunse il sentore della storia.
La scoria del tempo negato.
***
Kronos, 2
A fatica
l’età mi consente
di scendere alla marina.
Dalla collina
vedo il monte Stella
a Occidente.
Immagino i resti
dell’antichissima Petilia.
Ho incontrato da vecchio
il tempo.
E mi umilia.
***
Kronos, 4
Guardo le ombre in fuga
mentre abbruna.
Il mio viso una ruga.
La luna è a metà viaggio
la marea è bassa.
Un abbaglio l’eterno presente
l’ora che non passa.
***
Kronos, 6
Cresce nella sabbia
battuta da venti di sale
in mezzo a sassi e scogli
fiore delle dune
l’elicriso immortale.
Quanta eternità mi circonda!
E non mi appartiene.
***
Kronos, 8
Di bellezza vera mi appare
lo sguardo paziente
dei muli al frantoio,
la sapienza della chiocciola
che nel guscio sverna.
Di bellezza vera.
Forse eterna.
***
Kronos, 10
La luce di cui le stelle
sono il presagio
indica il sentiero
dell’incalcolabile.
Nel tempo seriale imploso
irrompe il dono
l’avvento, il senso.
***
Kronos, 11
Vegliato notti intere.
Interrogati gli astri
per carpirne le leggi,
so che Vespero e Lucifero
sono la stessa stella.
Così nel viandare disadorno
della mia vecchiezza
provo ad illudermi
che ci sia un ritorno.
***
Kronos, 13
Il sole inciampa nelle nuvole.
Resta poco del giorno.
all’orizzonte
l’Essere è solitudine.
Almeno i vènti
riportino gli Dei.
La sacra moltitudine.
***
Kronos, 15
Il silenzio abita
il tempo del mare.
Una barca all’alba
scivola nel porto di Elea
le reti gonfie
di pregiate boccadoro.
Il sale impregna la gola
la parola non ha suono.
Respiro la bellezza del mondo.
***
Physis, 10
Parmenide riposa
all’ombra di un faggio.
Nel bosco si alza
un coro petulante di cicale:
«il reale non è razionale,
il reale non è razionale».
Bruno Di Pietro
*In copertina: John Singer Sargent, Atlas and the Hesperides, 1922-1925
[1] In limine.
[2] Eos, 3.
[3] Eos, 8.
[4] Eos, 6.
[5] Eos, 7.
[6] Eos, 15.
[7] Eos, 16.
[8] Kronos, 1.
[9] Kronos, 2.
[10] Kronos, 4.
[11] Kronos, 6.
[12] Kronos, 13.
[13] Kronos, 8.
[14] Kronos, 11.
[15] Kronos, 15.
[16] Kronos, 10.
[17] Physis, 10.