19 Agosto 2026

“Sai, io sono una strega”. Dialogo con Olivia Balzar

La prima volta che ci siamo conosciuti, Olivia ci ha tenuto a mettere le cose in chiaro: “Sai, io sono una strega”. “Io invece sono uno stregone”, le ho risposto. Da quel momento le cose tra noi sono filate lisce. 

Poi un giorno a un reading mi fa: “Hai i pantaloni corti alla Angus Young”, facendomi realizzare così il mio sogno rocker di bambino. Perciò, nonostante io mi ritenga un allievo di Erich Fromm che ha cercato nella vita di intraprendere un percorso di progresso interiore, per un pomeriggio scegliamo la regressione adolescenziale e decidiamo di ascoltare in una stanza Thunderstruck, dalla potenza musicale degli AC/DC. Entrambi conveniamo sul fatto che più di tre volte di fila non riusciamo ad ascoltarla, perché dopo la terza siamo carichi come molle ché potremmo correre il GRA per intero. 

Così, prima di partire con il quarto ascolto – incuranti di dove ci condurrà – decidiamo che è bene pubblicare questa intervista.

Olivia, partiamo dal “Salotto letterario” di cui sei promotrice al Lettere Caffè di Trastevere, dove ospiti una certa eterogeneità di autori – ritrovi in loro una diffusa mentalità sui temi poetici e letterari?

Il “Salotto Letterario di Olivia Balzar” nasce dall’urgenza di dare una casa alle idee, al desiderio di condividere, di creare una scena. Ci siamo prefissati un obiettivo difficile. Creare un fronte comune nel mondo dell’editoria è quasi impossibile, i poeti e gli autori sono battitori liberi, ma al Salotto intravedo una speranza. Da noi sono passati autori molto diversi, si sono creati dibattiti, amicizie e collaborazioni tra artisti che si sono conosciuti proprio in questo contesto. Vedo tanta diversità, molto fermento e ciò che accomuna tutti questi mondi che si incontrano è il desiderio di farsi ascoltare.

A Roma si rileva un’abbondanza di autori e una penuria di animatori culturali, come mai secondo te?

Penso che ultimamente, invece, ce ne siano fin troppi di animatori culturali. Per certi versi è un bene, per altri si crea un’inutile concorrenza. Al Salotto cerco di proporre serate in collaborazione con le realtà che stimo, come il tuo format di letture poetiche nato all’Horafelix o come Sisters in Poetry ed EscaMontage. Spero di allargare sempre di più la visione del Salotto verso un’idea di factory. Fare cultura ormai è come stare in trincea e ciò che più mi lascia perplessa è il fuoco amico.

Sempre a proposito di Roma, come hai avvertito il ritmo di “Roman Beat Generation” (alla presentazione mi hai dato dell’Angus Young, per i pantaloni corti…)?

“Roman Beat Generation” è Rock’n roll. Rompe le regole, le riscrive (a iniziare dal formato del libro), parla a tutti, coinvolge linguaggi diversi, suggestioni comuni, visioni che portano altrove. Mi auguro che questo progetto cresca sempre di più. Io mi sono trovata molto rappresentata, in ottima compagnia, tra poeti e poete che stimo e che ho avuto modo di scoprire grazie ai componimenti scelti per l’antologia.

Passiamo alla tua poetica – fra maghe e stregoni, Genius Loci e spiritualità – a quali temi è rivolta, principalmente, la tua ricerca?

Proprio adesso sto rispondendo alle domande da Benevento, dove ho organizzato una fuga sulle tracce delle janare, le donne che custodivano la sapienza antica, la cui storia è ancora viva e presente nel retaggio culturale del Sannio. Io ricerco le storie. Infatti, il mio ultimo libro Storie di spazio e tempo (Ensemble, 2026) è un catalogo di luoghi, non luoghi, ricordi e litanie. Mentre scrivevo i versi che ho raccolto in questa silloge, ero ispirata dai miei viaggi, dalle persone che incontravo sul mio cammino, dalla posizione della luna, dai libri di divulgazione astronomica, di filosofia orientale e dal folklore popolare sul quale tengo anche una rubrica sulla rivista “Finestre”.

Come si lega invece, la poesia, alle tue esperienze di recitazione teatrale?

Credo profondamente nel potere della parola, della lettura ad alta voce, della rappresentazione. Da quando ho memoria ho abbinato la presentazione dei miei libri alla performance. Ricordo che avevo creato un format con la rigger Red Lily in cui la parola poetica, la musica e lo shibari si incontravano in uno spettacolo di grande suggestione. Aprimmo così il concerto al Blackout a Roma della band Belladonna. Fu bellissimo. Da un paio di anni, col cantautore Nico Maraja, giro l’Italia con uno spettacolo che intreccia i miei testi con la sua musica. Per la prima volta questo spettacolo debutterà a Roma al Teatro Ivelise il 9 e il 10 ottobre e vedrà nel cast la partecipazione degli attori di The Act Studio.

Lei è Olivia Balzar

Un commento conclusivo sulla realtà della poesia in libreria – alla luce del tuo quotidiano lavoro per Feltrinelli –, qual è l’interesse dei lettori?

La poesia dal grande pubblico viene ritenuta ostica, relegata a ricordi scolastici poco felici o a fantasie romantiche che poco hanno a che vedere con la realtà di un genere letterario sempre più in espansione. I lettori forti, invece, stanno iniziando a considerarla, ad esplorarla, a lasciarsi incuriosire, consigliare. I reading di poesia stanno aumentando e con essi le iniziative correlate. Con la Libreria Feltrinelli di Ostia, ad esempio, questa estate ho organizzato una serie di appuntamenti dedicati alla poesia e alla performance all’Amanusa Beach, mentre alla libreria di Largo di Torre Argentina, con Elisabetta Cilenti, portiamo avanti un bookclub di poesia e proprio a settembre abbiamo già in calendario un po’ di presentazioni. E funzionano. La gente ha bisogno di coltivare la propria interiorità, di fermarsi a riflettere, di incontrare altre persone con la propria sensibilità. In un mondo che crolla, senza più certezze, affidarsi alla parola è un modo per risorgere.

Edoardo Piazza

*In copertina: Olivia durante una performance, photo Stefano Borsini

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