29 Settembre 2026

William Faulkner o della scrittura come eclissi 

Nel film di Wim Wenders Ritorno alla vita, del 2015, c’è una scena che riscatta un film altrimenti opaco: in una piccola cittadina canadese innevata, una donna è talmente catturata dalla lettura di Faulkner da astrarsi dal mondo esterno. Mentre sfoglia una pagina, sente dietro di sé una porta che si apre, poi uno scatto, infine delle ruote che frenano sul manto stradale ghiacciato, finché si accorge che l’inevitabile è accaduto: suo figlio, che usciva per giocare sulla neve, è stato investito.

Da allora ho sempre associato i libri di Faulkner a circostanze ineluttabili e irruente, in cui il destino non prepara il proprio corso attraverso subordinate e intrecci, ma sfonda semplicemente la porta ed entra. E ogni libro era come una cartuccia a favore di questa convinzione, perché in questo scrittore che quasi quarant’anni prima della Macondo di Garcia Márquez (che confesserà di essersi ispirato a Faulkner) decide di creare la contea immaginaria di Yoknapatawpha nel profondo Sud degli Stati Uniti per dare un terreno ai propri personaggi, ho sempre visto l’opera disperata di un uomo che cerca minuziosamente di costruire, pagina dopo pagina, libro dopo libro, una cattedrale nel deserto contro i colpi del destino, e che aumenta la tinta di violenza dei suoi libri nella stessa misura in cui sente avvicinarsi il passato a grandi falcate, quel passato che, come scrive in uno dei suoi libri più violenti, è “una cambiale fornita di clausola capestro che può essere regolarmente negoziata finché va tutto bene, ma che il fato o la sorte o il caso possono rendere esigibile senza preavviso”.

Uno dei libri più utili per cogliere il caravaggesco chiaroscuro dei contrasti in Faulkner è anche uno dei meno noti, che ritorna ora in libreria nella bella traduzione di Carlo Prosperi per La nave di Teseo. Requiem per una monaca, uscito nel 1951, sequel ideale di Santuario, è abbozzato già dal 1933: in una lettera all’editore Faulkner confessa di avere in mente qualcosa di “un po’ sull’esoterico, come Mentre morivo”. Le pretese sono alte: Faulkner sa di doversi cimentare con il suo capolavoro uscito vent’anni prima, e per farlo decide di servirsi di una struttura piuttosto bizzarra. Il libro nasce come testo teatrale, perché Faulkner lo prepara così per l’amica Ruth Ford, ma durante la stesura compie un’inversione ingegnosa di generi: la forma teatrale non è l’unica impostazione dell’opera, ma semplicemente la postazione visiva migliore per ammirare i chiaroscuri faulkneriani. Il lettore si trasforma quindi di colpo in spettatore di una rappresentazione teatrale cupa e in visitatore di un fastoso museo barocco ricco di Mattia Preti, Zurbarán e Gherardo delle Notti, dove nature morte e cartigli preannunciano la fine: la forma teatrale dei dialoghi consente a Faulkner non soltanto di sfondare l’ovattata cortina del romanziere per catapultarsi sul proscenio, come accade a Melville in Moby Dick, ma anche di ripercorrere la genesi della leggendaria contea di Yoknapatawpha a partire da un semplice pezzo di ferro: un lucchetto – “quindici libbre di inutile ferro” – che sarà usato per la prima prigione della capitale della contea, un luogo in cui “la libertà e l’arbitrio personali erano quasi una condizione fisica come gli incendi o le inondazioni”.

Il nocciolo della trama è tanto intricato quanto dozzinale: una coppia di sposi, Temple Drake lei, Gowan Stevens lui, due nomi biblici che schiumano furore: e infatti Temple Drake non è la studentessa modello che vuole far credere, ma nasconde un passato di bordelli e ribellione, condiviso anche dal marito, che però è più circospetto sulle proprie origini. Hanno una figlia, e come nutrice decidono di assumere Nancy, una “negra, prostituta e mezza drogata”: non per perbenismo, come sembrerebbe, o per salvarla dalla strada, ma perché Temple Drake vuole continuare a parlare di bordelli, e chi meglio di una prostituta? 

Temple Drake, ricamata nel suo mutismo coniugale, si confessa a Nancy senza inibizioni, perché tutti abbiamo bisogno di 

“qualcuno con cui parlare, non perché chiacchieri con te e nemmeno ti dia ragione ma soltanto perché ti ascolti in silenzio. Ci dicono che il proliferare di stupratori e ladri e assassini sia dovuto alle difficoltà di adattamento, ma non è così: è semplicemente che i potenziali ladri e assassini non hanno avuto nessuno che li ascoltasse”. 

Ma la confessione non è il vero nodo del romanzo: ammesso che esista un Dio nei romanzi di Faulkner, sono abbastanza sicuro che sia più vicino a una divinità pagana che a un’entità monoteista. Una sorta di Bacco ubriaco che non fa in tempo a consacrare il proprio tempio.

Temple Drake scopre che il corollario della confessione è il perdono e che non c’è ricatto peggiore dell’essere costantemente perdonati. Allo scandalo del perdono segue per lei lo scandalo della gratitudine: “l’unica cosa peggiore del dover mostrare gratitudine – dice Temple Drake – è doverla ricevere”. Sembra di leggere Tacito, quando a proposito di una scaramuccia tra la fazione di Vitellio e Vespasiano annota che “è più facile ricambiare un’offesa che un beneficio, perché la gratitudine diventa un peso e la vendetta, invece, un guadagno”. 

Forse è questa la reale dimensione di Faulkner: di passioni così potenti da risultare antinomiche; di contrasti così esiziali da trasformarsi in fratture insanabili, dove microcosmo e macrocosmo coincidono soltanto nella lotta degli opposti: il disprezzo razziale coincide con il giudizio umano di inappellabile bassezza. Tutti gli uomini, in Faulkner, sono al tempo stesso resi nemici e fratelli dal loro odio. 

È stato detto che la dimensione autentica dei libri di Faulkner sarebbe la rovente estate del profondo Sud americano. Piuttosto, la sua temperatura, la coreografia dei suoi libri mi sembra essere l’eclisse: quella di un sole tanto più smagliante in quanto incalzato da una minaccia costante di oscuramento. Solo un buio del genere è il palcoscenico e il sipario perfetto per le opere di Faulkner. E solo la luce corrusca della sua prosa, composta di cirri, di rasoiate radenti, di improvvise radure che si aprono sulla pagina bianca, è capace di perforare questa oscurità. Vale per ogni suo libro l’aforisma di un altro umbratile per eccellenza, Andrea Emo: 

“questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce”.

Andrea Muratore

Gruppo MAGOG