Francis Thompson è stato il poeta “maledetto” inglese per antonomasia: scrisse da rapito, agglutinato in una gioia scabrosa; la sua maledizione mostra le pene di Abele, dei reprobi per eccesso di purezza. La sua opera appartata ha influenzato i più audaci scrittori inglesi del Novecento. Secondo Gilbert Keith Chesterton, “Francis Thompson è stato il più grande poeta in lingua inglese dei tempi di Browning”; lo disse, con rapinosa arguzia, “un timido vulcano”. Tolkien acquistò il volume delle sue opere nel 1913, rimanendone folgorato; Cormac McCarthy lo teneva tra le letture più care. Piaceva a Giorgio Manganelli che lo definì “Maudit miracolato in extremis ad una rivelazione poetica e religiosa”. I suoi versi – da leggere, come consuetudine, tra stentate luci, tra sdentati soli – hanno trovato un traduttore complice in Giulio Solzi Gaboardi, orfico, melomane, toccato da un talento che ha nel candore dello scandalo il suo stemma. Anche qui, si tratta di essere agguerriti – cioè di avere il coraggio di darsi, di farsi azzannare.
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Illustrazione in copertina di Angelo Borgese