Come un romanzo non tradotto – tutto è rimasto in originale.
Una macchia nera d’inchiostro a fregiare il cassetto sinistro dello scrittoio – sangue di scrittore –, la moquette bordeaux a pois bianchi, il tavolino basso che ha arbitrato innumerevoli partite a scacchi fra Vladimir e Vera.
Nella camera 65 del Montreux Palace il tempo è fermo al 1977. Al sesto piano dell’ala più antica dell’albergo – quella “del cigno” – dal 1961 e per sedici anni, ha dimorato Nabokov insieme a sua moglie.
Per giungere all’attuale, ça va sans dire, “Vladimir Nabokov Suite”, si valicano le sponde di un maestoso salone-transatlantico. In una delle fotografie che lo ritraggono nell’elegante sala ottocentesca, lo scrittore – calzoni corti e calze al ginocchio – è appoggiato al pianoforte che era solito suonare. Pranzava qui, mi racconta François, il giovane d’elvetica cortesia che accontenta la mia richiesta di visitare la camera 65.

Nella fulminea ascesa verso il sesto piano, un’ambigua forma di imbarazzo mi perturba – chi sono, chi siamo, per valicare la soglia privata dei Nabokov? Ma su cosa residui, realmente, del privato di uno scrittore, non ho il tempo di interrogarmi. Atterriamo in corridoio e i miei occhi sfarfallano fra le numerose immagini che attestano gli anni del buen retiro svizzero. Nabokov-romanziere, matita e taccuino bianco, nell’atto di scrivere; Nabokov-falena, con sguardo laterale, assorto in pensieri lunari; Nabokov-uomo, le braccia spalancate, nell’invito a un abbraccio. Nabokov-marito, con l’incantevole Vera, entrambi cinti da soprabiti invernali, a passeggio nei giardini dell’albergo – dove campeggia, oggi, una piscina. Del parco del Montreux Palace, in particolare, era affezionato al suo “cedro ‘piangente’, il corrispettivo arboreo di un cane molto villoso con i peli che gli cadono sugli occhi”, rivelò in Intransigenze (Adelphi, 1994).
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In che lingua sognava, Nabokov? Mi chiedo, prima ancora di scorgerne il letto. Sopra la testata, uno scatto di taglio bergmaniano immortala Vera e Vladimir, in seducente penombra, assorti in una competizione scacchistico-coniugale sulla terrazza della camera, le Alpi a dominare lo sfondo.
Fra il 1965 e il 1968, da qui, Nabokov elaborò tredici dei diciotto problemi di scacchi racchiusi in Poems and Problems (McGraw-Hill, 1969) – libro che mi è capitato di acquistare qualche anno fa. Nel problema formulato il 3 ottobre 1968 – un matto in due mosse ‘non adatto a solutori tradizionalisti’ – lo scrittore specifica che è stato composto “nel bagliore del compimento di Ada”. La camera 65 vide infatti la stesura degli ultimi romanzi, fra i quali Cose trasparenti e Guarda gli arlecchini! – libro del Nobel mancato.
Nell’introduzione a Poems and Problems, stesa a Montreux nel dicembre 1969, l’autore scrive che
“I problemi di scacchi richiedono al compositore le stesse virtù che caratterizzano ogni arte degna di questo nome: originalità, inventiva, concisione, armonia, complessità e meravigliosa insincerità. La composizione di quegli enigmi di avorio ed ebano è un dono relativamente raro e un’occupazione stravagantemente sterile; ma d’altronde tutta l’arte è inutile, e divinamente tale, se paragonata a una serie di attività umane più popolari. I problemi sono la poesia degli scacchi, e la loro poesia, come ogni poesia, è soggetta a tendenze mutevoli con diversi conflitti tra vecchie e nuove scuole”.
Oggi, al Fairmont Le Montreux Palace, è possibile soggiornare fra le mura intatte della “Vladimir Nabokov Suite” – specifica François. Cedere all’ardore nel letto di Nabokov – bizzarria da bibliofili.

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Il tempo senza tempo nella camera 65 volge al termine. Congedandomi, rivedo Nabokov in un’ultima foto, che non avevo notato prima. Mi scruta, al di sopra degli occhialini – fra le dita regge degli iconici pince-nez – con sguardo beffardo, infine bonario. Gli sussurro un arrivederci, nella sua lingua madre, nella mia testa.
La poesia e gli scacchi, la vita, la morte, l’amore – tutto mi si configura come un inquieto gioco di aperture e difese.
Percorriamo a ritroso la via “del cigno” e François mi ricorda che la nucleare famiglia Nabokov – Vladimir, Vera, il figlio Dmitri – è sepolta nei pressi, nel piccolo cimitero di Clarens. Una statua, nei giardini antistanti l’albergo, immortala invece l’autore di Lolita in assetto pensoso, bronzeo, imperturbabile. Preferisco sognarlo coi calzoni corti, in pose di rarefatta frivolezza, in cerca di vezzose farfalle. Gli piaceva andare a caccia a petto nudo.

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La sera stessa, la luna impone per qualche istante la sua sagoma al sole. Dal cielo, sfumature cremisi invadono lievi il lago e i suoi abitanti d’acqua. Mi affaccio dalla terrazza del Montreux Palace ma l’eclissi, dalla camera 65, non è che un fuoco pallido.
Fabrizia Sabbatini
*Le fotografie in copertina e nel testo sono di Fabrizia Sabbatini