22 Luglio 2020

“A una vita senza limite sono rivolti sentimento e sguardo”. Quando Goethe ci consegnò Oriente

Goethe sembra sempre sapere tutto. Mentre si occupa di mineralogia traduce la Vita di Benvenuto Cellini; mentre studia Spinoza e abbozza il Wilhelm Meister, è il 1784, “scopre, sia nell’uomo, sia negli animali, la presenza di un osso intramascellare”. Tra osso e verso non c’è differenza, il morso è medesimo, al millimetro: Goethe è il punto di giunzione tra poesia e scienza, filosofia e biologia. È come se volesse convogliare tutto il vivente nelle sue vene, in una sovrana impresa di sintesi. Tutto va conosciuto, appreso, catalogato. Non tanto riferito – riscritto, piuttosto.

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Quando, nel 1814, si avvia a scrivere il Divan, stordito dal genio del poeta persiano Hafez, nato cinquecento anni prima, si comporta come uno studioso, ammette che i secoli sono futili, lo scintillio di un’ape. “Un solo potente vortice sgretola e travolge passato e presente, si solleva, si espande, precipita… L’Eufrate straripa nel Reno, il Mediterraneo dilaga all’improvviso confondendosi dentro al Mar Rosso e al Mar Nero… Le lingue, i libri, le figure, le storie del mondo si ammassano alla rinfusa nella smisurata, irrequieta memoria di Goethe” (così Ludovica Koch in Il Divano Occidentale Orientale, Bur, 1990). Il poeta, ora, è il punto di sintesi tra Oriente e Occidente, l’innesco: le tradizioni vengono rifatte, tutto è l’istante, il punto è abitare la rivelazione, stare nella sua accecante spirale di luce.

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L’opera immane di Goethe – risolta con avida freschezza, come sempre, con il demonico genio di chi conosce il fruscio del verbo, la trasparenza del lamento – ha termine nel 1819, l’anno in cui il poeta, alla fine di agosto, compie 70 anni. Ha avuto varie vite, Goethe, ormai: ha scritto I dolori del giovane Werther e Le affinità elettive, ha pubblicato, qualche anno prima, Teoria dei colori e ha appena risolto il Viaggio in Italia. Tra poco procederà nel progetto definitivo, il Faust. Il compito che si è dato Goethe è quello, come sempre, di “riunificare”: la sapienza persiana si orienta nella lingua tedesca, “e quel che un tempo si era separato/ poteva nuovamente amarsi” (Ritrovarsi). La chiave è l’eros prima che la mente, perché si apprende amando. Goethe, in effetti, non si crede meno di un dio.

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Il Divan è opera dalla felicità meridiana, solare, non certo irenica – il poeta, sempre, irrita, anche quando è azzurro – ma sapienziale. Questa dal “Libro del malumore” (cito il ‘Meridiano’ Mondadori che raduna Tutte le poesie di Goethe, a cura di Roberto Fertonani, 1997), s’intitola Tranquillità d’animo del viandante.

Di quanto è spregevole
nessuno mai s’affligga,
perché è il potere,
qualunque cosa ti si dica.

Nel male spadroneggia
per il suo profitto,
e col bene si regola
del tutto a suo arbitrio.

Viandante – a tale distretta
tu ti vorresti opporre?
Vortice e mota secca,
lasciali girare e farsi polvere.

Goethe non imita: mette fiamme nel remoto, lo rinnova. Nel “Libro delle massime” – i riferimenti sono i proverbi biblici, la sapienza egizia, i detti apodittici islamici – la poesia si stempera in dottrina, in dono miliare, amuleto morale. “Brava gente, non turbatevi!/ Chi non sbaglia sa quando altri sbagliano;/ solo chi sbaglia è sulla giusta via,/ il loro retto agire sa che cosa sia”. La vitalità (“Sei al riparo finché vivi”) si adempie nell’adesione alle cose della terra, dove le pietre danzano e i fiumi vanno compresi come un rotolo biblico. “Splendidamente l’Oriente/ varcò il Mediterraneo./ Solo chi ama e conosce Hafis/ sa che cosa Calderón ha cantato”.

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Non c’è gioco in Goethe, né il giogo dell’orientalismo, in festoni ottocenteschi, un carnevale a palmeti e giugulari coraniche per stupire i funzionari di Francoforte o i duchi intubati di noia. Goethe sa che la sapienza si maschera, agisce nell’evocazione, ossifica le scintille. La poesia, infine, è un preludio ad Est.

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Nel saggio Per una migliore comprensione Goethe riassume la storia dei grandi poeti persiani, di cui è il regista più che il prosecutore: Firdusi e Enweri, Nizami (“Grande è la grazia, infinita la varietà”) e Rumi (“cerca con la dottrina dell’unità, se non di soddisfare almeno di dissolvere ogni anelito, di indicare che da ultimo ogni cosa si immerge e si trasfigura nell’essere divino”), Hafis (“i suoi componimento… scrutano da lontano i misteri del divino”) e Saadi. Ama l’idea del principe che si circonda di poeti, arde per l’era in cui le conoscenze astronomiche collimavano con quelle liriche, quando addestrare un ghepardo richiedeva la stessa pazienza del teologo perché unica è l’ascesa. La morale la conficca tra le bocche di un eloquente ambasciatore persiano a Pietroburgo: “La sciabola è bella a vedersi, ma i suoi effetti sono sgradevoli. Un uomo dal pensiero retto stabilisce rapporti con gli estranei, il malvagio si aliena anche i vicini… Nel mondo si acquista una fama buona o cattiva, si può scegliere fra le due, e poiché ciascuno deve morire, buono o malvagio che sia, felice colui che ha preferito la gloria del virtuoso”.

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Poi, certo, Goethe, sempiterno giovane, è travolto da eros per compiere il Divan, perché è amore a muovere l’arazzo verbale. Il “Libro di Suleika” è dedicata a Marianne von Willemer, “bella di una bellezza esotica, calda e soda, vivacissima di spirito, pronta d’intuito, impetuosa di natura” (così Giuseppe Gabetti), figlia di un fabbricante di strumenti musicali, attrice e ballerina, sposata a un banchiere, amico e mecenate del poeta. Marianne – che aveva fatto folle d’amore Clemens Brentano – conosce Goethe nel 1800, ma è dal 1815 che i due si frequentano assiduamente. Lei ha trent’anni, il poeta 65: fu un amore mentale, anzi, lirico, in una quinta d’Oriente, babilonese, nel senza tempo della letteratura. Lui l’aveva chiamata Suleika, s’era fatto suo amante, attraversava i secoli con la dignità di un angelo; lei accettò il dono gratuito e squillante del più grande tra i poeti. “E ora con una tensione lancinante/ si cerca chi è fatto l’uno per l’altro,/ e a una vita senza limite/ sono rivolti sentimento e sguardo…/ A creare il mondo non sia più Allah/ siamo noi che lo vogliamo creare”. Questo gioco d’astri e di specchi (“Uno specchio ho avuto in sorte,/ e mi piace guardarvi,/ come se portassi al collo l’ordine/ dell’imperatore con un duplice astro”) è speculare alla crudeltà dello scherzo poetico: fino a che punto si mente, scrivendo? Non fu supina al genio, Marianne: la vicinanza di Goethe le ispirò versi di orfica potenza. “Marianne si spegne nel 1860, portando con sé il ricordo di una dedizione di altri tempi. Possiamo immaginare che si sia commossa quando avrà saputo che, pochi giorni prima di morire, Goethe aveva pensato a lei” (Roberto Fertonani). Goethe fa ingresso tra gli inaccessibili, sa che il poeta, svelando, tradisce. Così, nel “Libro del coppiere”, si rivela, “Il poeta invano è discreto:/ far poesia è di per sé tradimento”. D’altronde, solo tradendo si confermano le forme, lasciando un viso ne rendi imperituro il sigillo. (d.b.)

*In copertina: Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, “Goethe nella campagna romana”, 1787

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