Comprende solo chi si lascia comprendere
Sacro
Alessandro Deho'
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. (Mt 16,13-20)
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In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”
“Perché ha nominato il fondatore della città? Perché ce n’è anche un’altra, quella di Stratone, e li interroga non in quella ma in questa, allontanandoli dai giudei perché, liberi da ogni preoccupazione, dicessero in piena libertà quello che avevano nel loro animo. E non ha detto: Chi dicono che io sia gli scribi e i farisei?, benché spesso costoro si avvicinassero e parlassero con lui, ma: Gli uomini chi dicono che io sia?, per esaminare l’opinione imparziale del popolo. Anche se infatti questa era molto più bassa del dovuto, era però priva di malvagità, mentre quell’altra era piena di grande iniquità”.
(Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo da La Bibbia commentata dai Padri, Matteo 14-28, Città Nuova 2006)
Da quanto tempo non vado a Cesarea di Filippo? Da quanto tempo ad ogni obiezione che mi raggiunge in ambito di fede mi illudo di dare risposte? Da quanto tempo non mi lascio più incalzare radicalmente dalla domanda che può sconvolgere la vita?
Farmi trascinare in luogo “libero da ogni preoccupazione” dove poter dire in piena libertà quello che ho nel mio animo su Cristo è movimento che non voglio compiere. L’ho già fatto, più volte, sono vecchio e stanco, nessuna intenzione di rimettere in gioco i fondamenti della mia vita.
Così questo brano rischia di scivolarmi via senza farmi male. Non sono un pagano, mi illudo di non essere fariseo, credo di stare nel giusto. Perfino scrivo, sempre, sul Maestro, come potrebbe trafiggermi ancora una domanda per cui produco continuamente risposte?
Ma Cristo, all’inizio, non chiede quel che penso io di lui ma quello che pensa la gente di lui. E io, tristemente, devo ammettere che non lo so più. Cosa dice di Cristo la gente? Non so nemmeno dove andare a cercare. Questo è drammatico. Le persone che incontro, quelle che mi vengono a trovare non sono “gente”, spesso sono uomini e donne che sono feriti dall’incontro con Lui. Sanno bene chi è Cristo, ne portano le stimmate, caso mai devono decidere se affidarsi ancora a Lui.
La gente che legge i miei articoli è gente in ricerca, con mille domande. Ma siamo pochissimi. Non siamo gente. Se allargo lo sguardo mi verrebbe da dire… che non dice più nulla. Che la gente non dice nulla di Cristo. Al massimo parla di preti e di istituzioni ma di Cristo? Di lui, cosa dice?
Ma forse sono io che ho smesso di ascoltare.
Non so cosa dice la gente, come posso parlare di lui?
Mi sento discepolo che insiste a fornire risposte per domande che non intercetta più. Che ci sono, non possono non esserci, ma non si manifestano più secondo le attese. Le domande nella Cesarea del mondo si muovono sotterranee, sono sgrammaticate, vivono di grida e di silenzio, non hanno più l’impalcatura del pensiero comune e condiviso.
E io, invece di andare a caccia delle domande, mi ostino a raffinare ipotesi di risposta.
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Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
“Tutte queste opinioni non sono semplicemente sbagliate; significano accostamenti più o meno vicini al mistero di Gesù, a partire dai quali è senz’altro possibile la via verso il nucleo essenziale. Non raggiungono tuttavia la vera natura di Gesù, la sua novità. Lo interpretano a partire dal passato e da quanto generalmente accade ed è possibile, non a partire da se stesso, non dalla sua unicità, che non è inseribile in nessun’altra categoria”.
(Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007)
Le risposte della gente al tempo di Gesù sono appigli perfetti. Sono volti, storie, sono pagine bibliche. Aggrapparsi a quelle intuizioni per proporre strade percorribili fino al riconoscimento del Messia non era difficilissimo.
Oggi cosa sappiamo di Giovanni Battista o di Elia, o di Geremia? Cosa griderebbe nel deserto l’ultimo dei profeti per convincere la gente a lasciare le proprie case e immergersi nel Giordano? Quali battaglie all’ultimo sangue condurrebbe Elia e contro quali falsi profeti? A quale grotta ci condurrebbe per ascoltare la Parola nel fiato di silenzio? E quale profilo assumerebbe oggi il combattimento di Geremia contro le classi sacerdotali e gli anziani, e la sua passione, e il suo martirio?
Saranno state sbagliate le risposte della gente ma erano frammenti di verità, luoghi da cui si poteva partire, materiale con cui costruire.
Perché non sappiamo più essere domanda per il mondo? O sono io che non sono più capace di vedere e di sentire la ricerca della gente? Io che rischio di illudermi di sapere già abbastanza di te solo per averti sequestrato nei miei miseri schemi? Aprimi gli occhi Signore!
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Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
“Questo messia è proprio il figlio di Dio, nel quale il Dio vivente opera «con noi». (…) il Dio vero, capace di operare concretamente nella storia, a differenza degli idoli morti dei gentili”.
(Ulrich Luz, Matteo 2, Paideia Editrice, 2010)
Un Dio vivo, non solo un concetto. Un Dio che opera. Con me. Queste le coordinate.
Non è la domanda a essere problematica, non la domanda intellettuale a essere assente, forse non è tempo di grandi dibattiti, forse è tempo di diventare noi stessi domanda per il mondo. Che il discepolo trasformi la propria vita in una provocazione.
Se Dio è vivo è nella vita di chi tenta di seguirlo che deve esserci traccia visibile di lui. Vivo e complesso come tutte le cose che respirano, vivo e in movimento, vivo e irriducibile. Vivo e impossibile da addomesticare in un concetto.
La domanda e la risposta sono già nelle parole del Cristo: voi chi dite che io sia? Cosa state dicendo di me con il vostro modo di parlare e di fare silenzio, con i vostri pensieri, con il modo di amare, come sto, vivo, tra le vostre paure, i vostri errori, i vostri tradimenti?
Quel che dice Pietro è vero ma ancora acerbo e oggi, forse, ancora più inutile. Tanto che Pietro dopo poco inciamperà. Ma sarà coerente, non riuscirà a sbarazzarsi del Cristo nemmeno dopo averlo rinnegato. Non puoi liberarti di lui se lui è la tua vita.
Sentirmi dire che Cristo è il Figlio del Dio vivente è bellissima definizione ma io, oggi, a chi la pronuncia, vorrei solo chiedere di mostrarmi cosa significhi davvero. Senza che mi parli.
Un Dio che vive nelle nostre vite. Che prende casa nelle nostre carni. Quale è la differenza tra il discepolo e la gente? Mostramela nella carne.
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E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.
“Dio ha nascosto tali cose ai sapienti e agli intelligenti (…) è sfuggita ad essi la reale importanza, il loro significato più profondo. Il quale invece è stato “rivelato” (apokalypto) quasi per connaturalità, per una sorta di riflesso spontaneo, a coloro che sono sprovvisti di strumenti intellettuali, sprovvisti perfino della capacità di parlare: “agli infanti” (népioi, che però copre l’area semantica dell’ebr. petajim: “semplici”, “ingenui”)”.
(Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995)
Credere è assumere la condizione di infanti per farsi fecondare dal Padre. Da colui che tiene nascosta la verità ai dotti e ai sapienti ma che si consegna agli umili.
Non io devo andare a conquistare la Verità: solo devo lasciarla germogliare dalla sua Grazia. Accettare la vita, accettarla così come viene, senza volerla addomesticare, accoglierla come un ingenuo, e come tale accettare d’essere considerato. Come chi non sa più nemmeno parlare, come chi non addomestica la belva. Lasciarla la vita essere in noi e lì, pazientemente, riconoscere la presenza fedele del Padre.
Noi diremo davvero di Cristo se sapremo lasciarci attraversare dalla vita come ha fatto lui. Non la nostra carne costruisce il segno della verità, non il nostro sangue, ma una vita consegnata come il Battista, come Elia, come Geremia. Una vita ammutinata del sé profondo nella speranza di essere abitata e trasfigurata dalla Parola. Dalla sua presenza.
Dire ciò che Cristo è, dirlo nei nostri limiti, nella malattia, perfino nel peccato. Trovare il modo di piegarsi all’Eterno, essere suo strumento. Essere insieme domanda e concreta vitale risposta.
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E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Dirò di te solo se saprò incarnare la semplicità di chi crede che le potenze degli inferi non prevarranno mai sul Cristo. Che il male non mi vincerà nonostante me perché sono piccolo, e nelle Sue mani. E questo basta.
Il potere di Pietro è in questa fede. L’autorità è in questa consegna. Paradosso miracoloso che si ripete da duemila anni, il volto di Cristo è raccontato dai miseri, dagli obbedienti, dai consegnati, dai trafitti. Da chi racconta Dio senza nemmeno accorgersi di farlo.
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Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
C’era bisogno di attesa per Pietro e i primi discepoli. C’era la croce da decifrare come crocevia della manifestazione dell’Eterno, c’era da fare i conti con il paradosso di un’onnipotenza svelata nel martirio, e c’era una tomba nuova da decifrare come narrazione piena del suo Passaggio. C’era ancora tanto Vangelo da vivere. In silenzio.
C’era da fidarsi di questi Dodici uomini, avrebbero imparato a dire di Lui?
Ma forse c’è un silenzio che non passa, che non è questione di consapevolezza, è il silenzio dei semplici, quelli che non dicono ma che mostrano di appartenere a Cristo, Vivo.
Io non so cosa dica la gente e forse continuerò a non saperlo, quello che invece devo imparare è a riconoscere il silenzio dei semplici. Luoghi vivi dell’accadimento, oggi, del mistero.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.
*In copertina: Honoré Daumier, “Ecce Homo”, 1850