20 Agosto 2026

Mistica, metafisica, terribile Riviera romagnola

Camera 127 dell’Hotel Esedra, Milano Marittima, 14 agosto. Balcone che dà su un piccolo viale alberato. Da lontano si sente il piano bar di qualche albergo. Canzoni popolari degli anni Settanta. La tv della stanza trasmette “Ferragosto Ok”, miniserie televisiva del 1986 con Mauro Di Francesco e Gianni Ciardo. Quando scendo, nello splendido dehor dell’albergo, trovo una copia della “Gazzetta di Modena” che decido di leggere per aspettare la mezzanotte e tornare in camera, a dormire.

Sempre più articoli (l’ultimo è questo I sogni sbiaditi della riviera adriatica – Alessandro Calvi – Internazionale) parlano della decadenza rivierasca raccontando di come la costa era quella lingua di divertimenti e solitudini tanto care a Tondelli e Fellini. Da quando lo scrittore e il regista hanno iniziato a raccontare la loro visione della costa ecco che i giornalisti, da allora e fino ad oggi, hanno continuato a speculare su questa narrazione romantica e cinematografica. Da una parte lo spleen dei viali luccicanti di Riccione, dei gay e degli uomini muscolosi, delle spiagge infinite ed assolate. Dall’altra parte la nebbia del fuori stagione, dei confini sconfinati, dei personaggi alla ricerca di loro stessi. L’immaginario rivierasco si è cicatrizzato dentro la stessa inutile narrazione da ormai cinquant’anni. Ovviamente per chi legge quegli articoli, per chi ascolta un certo tipo di musica, per chi guarda vecchie pellicole o per chi legge determinati libri. Il turista nazional-popolare se ne è sempre sbattuto le palle di tutta questa storia e ha sempre accettato la Romagna per quello che è, un semplice posto fatto di mare e pinete dove trascorrere le vacanze d’estate. Oggi (a parte forse Alessandro Gori) nessuno può permettersi di passare più uno o due mesi in hotel. Oggi (ma ormai da vent’anni esatti) le vacanze sono fatte di veloci week end per un bagno e una piadina nei sempre già citati posti Tondelliani o Felliniani (Rimini e Riccione su tutti) per una serata in discoteca (ma ormai nessuno parla più del divertimentificio rivierasco) e sempre meno per frequentare la spiaggia (torbida, assolata, calda) ormai svuotata dal rito collettivo del sole e del bagno al mare. In spiaggia si va verso mezzogiorno per un pranzo (sono tutte dotate di ottimi ristoranti) e forse poi, qualcuno, decide di fermarsi per un’ora di sole sul lettino a bordo riva. 

Crisi costiera, cristi vacanziera. Insomma, si leggono sempre le solite cose da circa vent’anni. Fellini, Tondelli, spleen adriatico e gente che preferisce andare altrove. Ma la costa adriatica non sono Rimini e Riccione, non è solo il divertimentificio, il sapore vintage della vacanza di una volta o la piadina nel chiosco. C’è tutta una geografia di posti, di luoghi, di mappe, di situazioni sconosciute o semi-sconosciute che fanno della costa il paradiso dei paradisi terrestri. Un luogo di astrazione, lontano dalle luci della ribalta tanto cara ad autori e creativi, che disegna sensazioni mistico-costiere solo per chi davvero la Romagna prova a viverla da adepto e non da turista. 

Intanto la costa inizia da Casalborsetti, luogo metafisico fatto di pinete, alberi, pigne e pinoli, con un campeggio (la vacanza in camping, ancora molto amata e dai prezzi sempre più proibitivi ma poco considerata negli articoli di cui parlavamo sopra) immerso nelle ombre tremende del bosco di pini marittimi a ridosso di una spiaggia selvaggia ed infinita che pare più una spiaggia del Galles che dell’Adriatico. I silenzi, le visioni mistiche, gli ululati notturni (le pinete si stanno recentemente popolando di lupi scesi dagli appennini) rendono questo posto spettrale, magico, silente. Marina Romea è uno squarcio di villette, negozi e qualche bar intrappolato, come sopra, da una pineta selvaggia (cavalli allo stato brado) e poi chimici in bella vista, che la notte sono illuminati come navicelle spaziali parcheggiate a bordo lago. Lì si possono trovare ancora le pizzerie economiche, le statue delle Madonne nei cortili dei villini che sembrano disabitati, i tavoli da ping-pong posizionati negli angoli di alberghi remoti. 

Il porto canale di Ravenna, da dove partono navi cargo per le zone più lontane del mondo, divide Marina Romea da Marina di Ravenna, una specie di Los Angeles in miniatura. La struttura è quella di Venice Beach. Il paese, tra porto e cemento, senza alberi è un luogo sperduto fatto di case e negozi alla moda per il passaggio della movida ravennate. Poi una lingua d’asfalto percorre la strada costeggiata a destra e a sinistra da una pineta ombrosa. Da una parte qualche camping e qualche piccolo albergo, dall’altra gli stabilimenti balneari che offrono ristoro, relax, inquietudini, musica dal vivo, piante tropicali, cibi esotici, tamarrate assortite. Punta Marina pare il seguito epico di Marina di Ravenna (recentemente è stata invasa da più di duemila pavoni liberati da un giardino privato) con un piccolo centro termale per i fanghi e le visite mediche, la discoteca sulla spiaggia che sa di sabbia e polvere, la solita devastante pineta zeppa di more selvatiche, stronzi di cane, fazzolettini usati, qualche slip, cartacce, pinoli, insetti vari, ombre. 

Lido Adriano è un isolato centro urbano fatto di cemento e grigiore sorto dal nulla tra il mare e la pineta. Comunità gitane, slave e magrebine convivono girovagando in ciabatte tra le vie fatte di casermoni popolari e villette con giardino fino al gradito sconfinare della spiaggia, libera e abbronzatissima, dei soliti stabilimenti balneari che ospitano l’umanità più disperata.  

Lido di Dante è isolata, ritrovo di omosessuali e nudisti, campeggi luridi e sordidi, una spiaggia con due o tre stabilimenti scopre il lato oscuro e sudicio, tra scambisti e vacanze naturiste fino a farsi inglobare nella pineta delle pinete. 

La pineta di Classe, citata persino da Dante nella sua Commedia, si aggroviglia su sé stessa per chilometri. Canali di scolo, canalini, stradine impercorribili, lunghi viali battuti da corridori e ciclisti, ragni malefici, lupi e cerbiatti, zone militari invalicabili, porzioni di spiaggia chiuse al pubblico per la nidificazione dei volatili. Lì ho trovato, tra le frasche, uomini libidinosi, gente afflosciata nei terricci, hippie addormentati tra gli stronzi dei merli, cesene malinconiche, voci dall’oltretomba. 

La Romagna delle pinete dolorose e oscene termina qui. Inizia una seconda Romagna più vitale e caciarona, ma anche più malinconica e spensierata. Parliamo sempre di costa, perché la regione offre anche pallide scorciatoie nell’entroterra che mai ho voluto investigare o visitare. Per me esiste solo la costa, splendida e tremenda, la costa dove i sogni si spengono perché le vacanze finiscono. Lido di Classe, cittadina abitata prevalentemente da transessuali, villette misteriose, ombre di camping spariti, cinema all’aperto tra zanzare e sedie arrugginite, parcheggi di camper infiniti. Lido di Savio, una strada come in qualche film western, da una parte gli alberghi, dall’altra sale giochi, lavanderie a gettoni, bar, gelaterie, qualche negozio di abbigliamento. Il mare con i suoi stabilimenti balneari è come un impiccio, un’aggiunta. 

Milano Marittima, luogo mitico e fantastico, lontano in realtà dalla sua celebrità televisiva dovuta a vip di terza fascia e napoletani in vacanza, offre una zona di ombre oscure, rigurgiti fascisti grazie a colonie rimaste ancora in piedi (dal terreno geologicamente alchemico come sosteneva Paulo Zeder) caserme, spiagge spiegazzate dal tempo, parcheggi spartani, immancabili camping fatti di tende, roulotte con veranda, terricci, lampioni e ancora seducenti malinconie che svuotano il respiro e riempiono l’aria circostante. La zona centrale è un tripudio di grattacieli, ristoranti, plastica e bar alla moda. Una moda decaduta, una moda che risorge su sé stessa ogni anno. Funzionale per il turista di passaggio, per il giovane che cerca svago, per il nordafricano coatto che sogna l’Italia del successo e delle ambizioni occidentali. Ma è anche un concentrato di piccoli alberghi, che frequento spesso quando raggiungo quelle lande, per un rituale che è solo mio. Il dehor silenzioso della pensione, la camera con il balconcino e la tv che trasmette film marittimi, l’atmosfera della vacanza rilassante. I muscoli finalmente perdono le tensioni cittadine ed è qui che si sciolgono definitivamente rivelando cervicali e lombalgie acute mai apparse prima. L’esperto di geopolitica Alessandro Pasi prende lo stesso lettino al Bagno Ancora da trent’anni e ancora non si è rotto i coglioni. Il Momento (una caprese perfetta a solo 9 euro) è forse il ristorante che meglio identifica l’ambivalenza del posto. Struttura da pub tedesco, menù infinito, prezzi abbordabili: scarta e dribbla i ristoranti costosi del centro per un attimo di tranquillità prima di scendere nell’inferno dei propri pensieri e ricordi vacanzieri. C’è il trauma degli hotel chiusi e abbandonati che affiorano qua e là tra le viette addormentate, il Conte che racconta e scrive di una Milano Marittima differente e diversa e auspica un ritorno agli anni Sessanta, le fontanelle pubbliche sempre più rare. 

Cervia con il lungomare che pare non finire mai, Pinarella (che ripiomba nel vizio oscuro di pinete e ombre) tra minigolf, colonie per anziani e disabili, bar e centri commerciali che sorgono dalla terra, tra cemento e piastrelle, e raccolgono librerie con vecchie edizioni a prezzi scontati, qualche boutique senza firme, bazar e paninoteche notturne. 

Cesenatico è divisa in due da un grande porto, fortuna per chi possiede barche a vela o yatch a buon mercato, tra un affastellarsi di colonie abbandonate occupate da abusivi (gitani, zingari, nordafricani) e merde di cane coperte con fazzolettini di carta Tempo. Poi c’è una Cesenatico di viali, hotel pensione completa, spiagge moderne, stabilimenti balneari con gli scivoli (visti nel film Acapulco, prima spiaggia a sinistra) un grattacielo compatto ed immenso ed un vialone che sfocia verso Valverde (e da quelle parti abitava il Re di Cesenatico, Marco Pierantoni detto Il Presidente – autentico outsider che viveva in una villetta con i suoi cani e le sue mutande da donna che provava a vendere al mercato). San Mauro Mare e Gatteo senza alberi e ripugnanti, sono un concentrato di alberghi e strade accaldate, Bellaria e Igea Marina appaiono così diverse; speculari sia come frequentazioni che come struttura. Bellaria è alberata, tranquilla, con la stazione che divide la città in due come un paesino della Liguria, con gelaterie e anziani, bambini e sale giochi, una sensazione di morte e monotonia tesa al massimo. Igea è una lingua di fuoco che procede la sua corsa verso Viserba (prima di cedere il passo alla grandezza di Rimini) con la spiaggia mitica fatta di sole accecante, pensieri abbacinanti, donne in topless dalle tette sode e perfette, ragazzine minorenne dai facili costumi, hotel con piscina e vetri a specchio. Una Miami disgraziata, disperata e bellissima che si perde via per sempre, attraversandola e assaporandola magari alla maniera di Elia Tazzari (camminatore romagnolo di quelli veri).

Rimini e Riccione sono già state raccontate (sono sempre raccontate) dagli articoli citati prima, dai film di Fellini e dai libri di Tondelli quindi trovo insensato parlarne. Lo farà Alessandro Gori in qualche suo scritto o spettacolo. Lui scrive molto meglio di me. 

Passo direttamente alla fine della costa concentrandomi su Misano Adriatico, tra giovani e meno giovani che passeggiano in serata tra le strade animate del posto, i rombanti motori del vicino autodromo, lo sport sentito e praticato da tutti. Misano sembra una cittadina di vacanze per sportivi sotto allenamento spensierato. Ma bisogna ricordare che a Misano si potrebbe morire mangiando per un gelato come cantava Il Lungo Addio. Cattolica distrugge la costa adriatico-romagnola con le sue badilate di cemento, calcestruzzo e caldo asfissiante. Cattolica è un baluardo mistico-vacanziero-religioso fatto di mistiche presenze, negozi standardizzati, piccole spiagge insipide e una zona (quella del porto canale) che pare davvero al confine con il mondo.

Dal satellite Cattolica sembra l’Area 51, e vederla dal vivo sono strade ritmate dal vento caldo del deserto, dal sole osceno e lurido, da un caldo che non dà scampo a nessuno. Neppure agli sportivi come Lorenzo Soavi che affrontano, ogni anno, le strade oscene del posto in bicicletta nelle ore più tremende del giorno. Il grande caldo lì sepellirà!

La costa è un continuo e perpetuo rigurgito di sogni, visioni mistiche (religiose), terricci dove poter sprofondare (i terricci accanto ai dehors degli alberghi, illuminati di notte da lampioni sferici quasi incastonati nel terreno) dalle merde che si trovano in pineta. Qualcuno ha affrontato una stagione come guardiano in un camping spinto da visioni cicatrizzanti popolate da personaggi inquietanti come un uomo con il volto ricoperto di calce o un altro con le croste su gambe e braccia (qui:  https://amzn.eu/d/081ltPJN). Non mi interessa ricercare qualche cosa di ormai perduto, l’immaginario Tondelliano o Felliniano, oggi poi, mi sembrano delle pose accartocciate su sé stesse, ma vivere l’essenza estrema e tremenda della costa fatta di silenzi, di ombre oscure, di echi lontani, di piano bar, di camere d’albergo afose, di sole abbacinante, di mare putrido, di olezzi e altre amenità assortite.

Giosuè Gorinzi 

*Le fotografie nel servizio sono di Giosuè Gorinzi

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