30 Marzo 2024

Pasqua in Andalusia, ultima fortezza Bastiani d’Europa

Il percorso si snodava attraverso il vecchio sentiero delle miniere, lungo le strette gole di un canyon scavato dall’acqua e dal tempo. Il sole di una primavera non ancora in arrivo aveva appena la forza di illuminare l’acqua dei canali e scaldare la pietra. Tutto era avvolto in un musicale silenzio, unicamente interrotto dal pigro fischiare di un treno lontano. Immoto, percorreva la vecchia tratta ferroviaria ancora in funzione. Quella parte di Spagna era una piatta distesa desertica che comunicava solo con il linguaggio della storia e della memoria: terra di luce e lavoro e dolore era l’Andalusia. Posta al limite estremo occidentale, povera e dimenticata, ultima fortezza Bastiani d’Europa.

Era la Pasqua, Venerdì di Passione di Nostro Signore. Non tornavo nel vecchio regno iberico da quattordici anni, da quando avevo trascorso una mite estate in un collegio marianista tra Madrid e Toledo, introdotto da anziani rabbini toledani ai misteri dei racconti talmudici e cabalistici. Ho vaghi ricordi del rabbi di Toledo, più chiari invece quelli delle foto di alcuni ricercati appese in aeroporto e nelle strade, così simili a quelle dei brigatisti italiani degli anni Settanta o a quelle, assai più comuni all’epoca, di uomini delle reti marocchine del Jihâd Islamico. Non ricordo i loro nomi, se mai avessero avuto una qualche importanza, ma ricordo quegli occhi feroci. Erano i sordi echi del moribondo separatismo basco che aveva deciso di sabotare i negoziati segreti in corso con il governo di Madrid facendo esplodere una autobomba nella capitale. Era accaduto pochi giorni prima del mio arrivo, talmente lontana dalla mia mente di fanciullo da risultare innocua: una bomba disinnescata dall’indifferenza.

Non l’indifferenza ma il disgusto mi colse qualche anno dopo, atterrito e sorpreso di fronte alla tentata rivoluzione in Catalogna. Non perché il fiero popolo catalano, erede del glorioso regno di Granada e della repubblica che si sollevò per tenere la schiena dritta di fronte all’assalto franchista, non potesse reclamare il diritto ad esprimere l’anelito all’indipendenza. Ma perché quella rivoluzione, prima che un male, mi parve un assurdo. Mi faceva pensare a quello che scrisse Daniel Defoe nel 1698 di fronte alle rivolte contro il papismo. “C’erano nelle strade di Londra centomila manifestanti pronti a battersi fino alla morte contro il papismo, senza sapere se il papismo fosse un uomo o un cavallo”. Assistemmo in Catalogna alla distorsione della natura sostanziale della sovranità popolare. La sovranità si autolimita infatti nelle Carte costituzionali, espressione della volontà popolare che le ha volute o della concessione del monarca che le ha garantite. La Corte suprema di Spagna dichiarò il referendum catalano incostituzionale, perciò illegale. Ma gli insorti catalani, irretiti dalle ragioni della forza, non si lasciarono persuadere dalla forza della ragione. Frantumarono così la pietra della chiave di volta dell’arco democratico, nascondendosi dietro l’alibi del franchismo. Ma il franchismo, se mai ebbe un unico volto che non fosse quello grinzoso del suo fondatore, fu la sospensione della democrazia usque ad mortem del caudillo, mentre la democrazia riguarda le forme di legittimazione del potere e non solo le modalità del suo esercizio. Causa farsesca quella rivoluzionaria, dunque, di una ideologica minoranza dotata però di grande potere di immagine. La rivoluzione come esercizio del potere di apparire, spirito ben adatto a sovvertire gli Stati, ma perfettamente incapace di migliorarli.

Di fronte all’assurdo, la monarchia quale istituto mistico emergeva ai miei occhi nella sua sostanza materiale e reale. La Corona non trae infatti la sua legittimità dall’astrazione di un principio ma dalla biologia e dalla storia, attraverso la personificazione dello Stato nella sua unitarietà nel corpo mortale del re. Il corpo mistico del sovrano esiste in virtù del suo corpo mortale e dunque della sua realtà, non della sua astrazione. La monarchia, punto fermo in un mondo che cambia, primo motore immobile, principio di trasmissione della verità attraverso la tradizione, roccia che tutto sostiene ma su cui nulla poggia, di fronte ai disordini catalani torreggiava nel silenzio del suo re con tutta la sua forza storica. Una forza che prim’ancora che nel re scorsi nella esile e diafana Principessa delle Asturie. Chi non l’ha mai veduta giurare dedizione incondizionata al suo paese ed al suo popolo di fronte al padre ed al nonno infermo non può capire. Era come la Stella del mattino, scrisse Burke della Delfina di Francia. Così mi apparve la Principessa delle Asturie, alla cui difesa avrebbero dovuto accorrere mille spade e scudi dalla Navarra e dalla Castiglia, fosse anche solo per difenderla da un malizioso sguardo o una ingiuriosa allocuzione.

Volli allora visitare i bastioni della reazione, la Vandea di Spagna, tra minatori comunisti asturiani, sindaci socialisti, meccanici del Guadalquivir e agricoltori dell’Andalusia. Attraversai in macchina il deserto e le città dell’antico regno dei Mori durante la Semana Santa, tra le processioni delle hermandad vestite di Nazareno e cappucci capirote, suggestioni moresche o marrane, antichi riti di alcune vecchie brujas gitane di Ronda e rigurgiti di falangismo in una terra tradizionalmente socialista. Vidi soldati della Legione straniera portare a spalla la vecchia croce di nodoso legno del Cristo de la buena muerte, copia del 1941 dell’originale del 1660 distrutto dalla violenza anticlericale che si abbatté sulla Spagna nei giorni tra il 10 e il 12 maggio del 1931. Ma neanche quella cieca barbarie poté definitivamente abbattere con le fiamme il Cristo, di cui sopravvisse un ligneo ginocchio. Cantavano i legionari di Malaga, con il sudore a imperlare la fronte e il petto nudo che si offre alle frecce del sole, semidei scolpiti dalla fatica, fieri sollevavano con un braccio il Cristo morente. El Novio de la muerte, si chiama l’antica canzone. Ascoltai l’omelia della Pasqua di Nostro Signore nella cattedrale di Siviglia, dove il vescovo, simbolicamente protetto dal trono dei Borbone e dall’altare di Santa romana Chiesa, rivendicava tonante tra i fumi di incenso che “sì la secularizacion triunfa en todas partes de Europa occidental, aqui no avanza sino que retrocede”. La secolarizzazione in Europa è stata, come scriveva Pasolini del capitalismo, una modernizzazione senza sviluppo, non un mezzo per un fine, ma un fine in sé. “Sono morte tutte le lucciole”. Ma non nel Venerdì di Passione a Siviglia. Avvolti nei loro mantelli, nascosti dai loro cappucci, fasciati nei loro eleganti completi, tra le genuflessioni davanti alla fatica dei costaleros e peccati da cui essere assolti, eccola qui la “guardia delle libertà” di cui parlava Machiavelli. Il popolo di Dio, il popolo del Re, il popolo di Spagna. Non che mi sfuggisse l’ipocrisia della massa di turisti attirati da una versione più mistica del Dia de los muertos messicano. Dove la tradizione diventa mercatura, smette di essere tradizione e diventa consumo. Nondimeno, difendere quell’angolo remoto di Spagna mi sembrò in quel momento, di fronte agli incappucciati che si versavano la cera calda sul collo del piede, significare difendere l’Europa tutta. Non dai mori o dai parti o dagli ottomani di Lepanto, ma da se stessa, dalla sua pulsione ad autodistruggersi. L’errore era stato quello di confondere l’indipendenza con la libertà; tutto sommato, noi europei abbiamo peccato di scarsa fantasia non essendo riusciti in altro se non a cadere nel medesimo autoinganno di coloro che per primi colsero l’orbe nei giardini di Eden.

Il Sabato Santo discesi lungo la strada per Cadice e San Fernando, di lì spostandomi più a sud per raggiungere Tarifa, estremità occidentale d’Europa, e infine Gibilterra. Il Mediterraneo riposava tra quei due lembi di terra quasi a voler separare due amanti che cercano un faticoso contatto. Chissà se tra gli arabi e i berberi che verso la fine dell’estate del 711 passarono con il loro naviglio quello stretto braccio di mare che separa l’Africa dall’Europa, Tangeri da Tarifa, c’era qualcuno che conosceva la leggenda dell’Ercole greco. D’altronde, la dinastia umayyade di Damasco aveva assimilato la cultura greco-siriaca delle terre a nord d’Arabia, al punto da far propri il cerimoniale e gli usi sociali bizantini, lasciandosi addirittura irretire dalla scultura di figure umane in contrasto con gli insegnamenti dell’Islam. Ma eccolo, all’improvviso arrivare da dietro una curva, il punto estremo di Ercole, dove Ulisse e i suoi compagni giunsero vecchi e stanchi. Se ne stava lì, in quell’angusto spazio di mare a ricordare l’importanza del limite come misura della libertà degli uomini. Quel punto che segnava la fine stava in realtà lì ad indicare un inizio. La periferia, la fine del mondo, il limite posto acciocché l’uom più oltre non si metta. Tutto questo mi sembrò sconfessare l’idea stessa di Rivoluzione, dal momento che quest’ultima nega il nodo del limite sciogliendolo nell’assurdo dell’astrazione. Proprio nella Spagna, l’abuso della ragione aveva voluto reclamare l’espunzione della Storia e della Corona in nome non della affermazione della libertà catalana ma della sua negazione. Di fronte a ciò, si poteva partire o restare; fuggire nel dolce sonno del mare o resistere nell’amara veglia al limite estremo del mondo. L’Andalusia resisteva e così avrei fatto anch’io.

Mario Palma

Da un viaggio in Andalusia, nella Pasqua di Nostro Signore del ‘22

*Le fotografie a corredo del reportage sono di Mario Palma

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