“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Dello scrittore e illustratore Mervyn Peake (1911-1968), piuttosto che il suo primo libro di poesie Shapes and Sounds (Forme e Suoni) del 1941 (con H.D. e Huxley come compagni di collana), si ricorda soprattutto la saga incompiuta di Gormenghast, e il suo protagonista Titus De Lamentis, conte* (earl) di Gormenghast, con annesso castello. Titus, però, non è che una parte di quell’organismo che sembra essere fatto di cancrene, «silenzioso come un mostro impalato», o intorpidito da una notte perenne. Tuttavia, il gotico di Pyke non è né austero né sepolcrale: Gormenghast è un crogiolo germinante di forme di vita ributtanti e coloratissime, dove «l’atmosfera è diventata una sensazione fisica» – non sempre piacevole. Sporgersi dai suoi balconi traballanti, come dal ponte di una nave pirata, fa girare la testa, e nelle sue cucine soffocano i Lustrapietre Grigi, divenuti, di generazione in generazione, più simili a rocce che uomini.
Non è difficile riconoscere in quest’edificio deforme elementi che richiamano la Londra vista dagli occhi dell’autore, e neppure ritrovare nei suoi primi componimenti poetici, più trascurati rispetto alla saga di romanzi, quella stessa ossessione edilizia. Andando infatti a leggere la sua prima raccolta di poesie, ci si imbatte subito in una architettura sconcertante. Infatti, nella poesia di apertura, intitolata London (1941), Londra, dopo essere stata ridotta a macerie dal bombardamento intensivo nazi-fascista fra il 1940 e il 1941, viene trasfigurata in una gigantesca allegoria, una donna «half masonry, half pain», metà muratura e metà dolore; la città resa un enorme edificio antropomorfo. Che questa visione vada presa alla lettera ce lo conferma un’illustrazione di Peake che compare nella seconda edizione della raccolta, postuma, nel 1974, dove possiamo vederla rappresentata compiutamente:
Copertina di Shapes and Sounds, 1974
Ma anche la copertina originale andava nella direzione dell’architettura fantastica, con un gioco prospettico, tra muri che non sostengono nessun tetto, in primo piano per le “Forme”, un occhio; per i “Suoni”, un orecchio, mescolati insieme.
Copertina di Shapes and Sounds, 1941
Anche le due poesie che danno il titolo al libro, The shapes e The sounds, sono costruite intorno a due immagini architettoniche. Peake sembra ossessionato dai mattoni: in The shapes, distrutte le forme dal bombardamento, i mattoni ritornano a dominare la scena, the shapes departing and the brick returning, con il mattone che è contemporaneamente materiale di costruzione e lascito della rovina; in The sounds, cinque strade di mattoni convergono e formano the very focal point of silence, il disco vuoto della morte. In queste poesie, si può già intravedere la pianta labirintica, o quantomeno un primo abbozzo di quella lingua aggrovigliata e fantastica che diventerà distintiva dell’autore. Infatti, alle cinque strade di mattoni è complementare, nella stessa poesia, un’enorme cattedrale vuota, attorno a cui una serie di personaggi (sempre allegorici: la donna, il vecchio, il gobbo) compiono i loro gesti enigmatici. Infine, They move with me, my war-ghosts, un angelo e un centauro si contendono il suo spazio interiore, raffigurato come una casa troppo piccola per contenere entrambi i «fantasmi di guerra».
Resta solo da chiedersi cosa ci sia dietro questa fissazione per le architetture allegoriche in Shapes and Sounds, e che sicuramente non è possibile limitare a questa sola raccolta; oltre a Gormenghast, che abbiamo ricordato inizialmente, basta dare un’occhiata al primo libro di cui Peake è autore, il Capitan Scannatutti, del 1939. Anche se rivolto all’infanzia, bisogna cogliere certi dettagli nelle sue illustrazioni, come la tigre decorativa di metallo dall’aspetto cinese, con quelle zanne che le spuntano ai lati della bocca (del resto, Peake era cresciuto in Cina), o gli improbabili Telamoni che sul ponte della nave decorano un arco di legno e gli alberi con le vele, anche loro rivelatori di un’attenzione al dato ornamentale in ambito edilizio.
Illustrazione per Shapes and Sounds, inutilizzata
Ragionando sulle rappresentazioni dei giardini in letteratura, Dmitrij Sergeevič Lichačëv in La poesia dei giardini (1982: Italia 1996) osservava che la differenza principale fra il compito del giardiniere e quello dell’architetto sta nel fatto che il primo nel suo operato fa i conti con l’impossibilità della simmetria: l’elemento vegetale in ultima istanza sfugge a questa organizzazione, dal momento che cresce in autonomia, mentre la pietra offre più possibilità in questa direzione. È quindi significativo che Peake porti gli edifici al punto di rottura, mettendo in scena le architetture di un ordine che viene meno. mentre intorno a lui gli edifici vanno a pezzi; soprattutto per il fatto che anche le sue costruzioni più solide, come la cattedrale e le cinque strade di mattoni in The sounds,stanno in margine all’abisso. Quanto può avvicinarsi l’architettura allo strapiombo della morte prima di iniziare a sanguinare? In questo senso, il castello di Gormenghast è uno sviluppo estremo del problema: non sta sull’orlo della distruzione, ma piazza invece le proprie fondamenta nel suo centro.
Mikel Marini e Rebecca Garbin
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LONDON, 1941
Half masonry, half pain; her head From which the plaster breaks away Like flesh from the rough bone, is turned Upon a neck of stones; her eyes Are lid-less windows of smashed glass, Each star-shaped pupil Giving upon a vault so vast How can the head contain it?
The raw smoke Is inter-wreathing through the jaggedness Of her sly-broken panes, and mirror’d Fires dance like madmen on the splinters.
All else is stillness save the dancing splinters And the slow inter-wreathing of the smoke.
Her breasts are crumbling brick where the black ivy Had clung like a fantastic child for succour And now hangs draggled with long peels of paper, Fire-crisp, fire-faded awnings of limp paper Repeating still their ghosted leaf and lily.
Grass for her cold skin’s hair, the grass of cities Wilted and swaying on her plaster brow From winds that stream along the street of cities:
Across a world of sudden fear and firelight She towers erect, the great stones at her throat, Her rusted ribs like railings round her heart; A figure of dry wounds – of winter wounds – O mother of wounds; half masonry, half pain.
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LONDRA, 1941
Metà muratura, metà dolore: la sua testa, Da cui l’intonaco si stacca via Come carne dall’osso scabro, è girata Su un collo di pietre; i suoi occhi Sono finestre senza infissi col vetro spaccato, Ogni pupilla stelliforme Che dà su una volta così vasta Che come può la testa contenerla?
Il fumo grezzo Si sta attorcigliando sugli spuntoni Delle finestre rotte come il cielo, e rispecchiati Fuochi ballano come squilibrati sulle schegge.
Tutto il resto è fissità salvo le schegge che ballano E il lento attorcigliarsi del fumo.
I suoi seni sono mattone che si sgretola, a cui l’edera nera Si era appesa come un bambino fantastico per soccorso E ora pende alla rinfusa con lunghe strisce di carta da parati, Tendoni bruciacchiati dal fuoco, sbiaditi dal fuoco, di carta floscia, Che ripetono fissi la loro foglia e il loro giglio fantasmizzati.
Erba per il pelo della sua pelle fredda, l’erba di città Avvizzita e ondeggiante sul suo ciglio di intonaco, Per i venti che scorrono lungo le strade di città:
In un mondo di paura improvvisa e luci di fuochi Lei torreggia eretta, le grandi pietre alla sua gola, Le sue costole arrugginite come ringhiere attorno al cuore; Una figura di ferite asciutte – di ferite d’inverno – O madre di ferite: metà muratura e metà dolore.
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THE SHAPES (LONDON)
What are these shapes that stare where once strong houses Rose with their sounding halls and rooms of breath? No, not their skeletons for those have fallen Dragging to earth The coloured muscles from a thousand walls, And all the slow Articulate organs that are now The rubble that a cold well of the night Erects his height Of re-assembled emptiness upon.
What are these shapes that rise so chill and flat? These shapes with pieces torn out of their sides? Jagged from sky to pavement, laying bare The secrets of a sliced blue nursery Where painted jungles flake; or some grey room Of dismal history that only now Holds traffic with the day. Behind each other Rank behind rank their wounded faces stare In silent profile though their skulls have gone. Like squares of vast and rotten cardboard ripped Into these contours stiller than the brain Of him who tore them ever could conceive, They stare and stare.
They are walls of skin, the skin of brick, The brick that warded off the sun and moon: Yet still the ceaseless elements attack them Though what they guarded from the wind is gone. The winds can circle now where blood ran warm, And where the heart once stood the cold mist hovers, Or gusts that whirl about each vacant womb In whistling spirals, carry through the darkness In fitful flight, torn papers that, bespattered, Flutter their hollow wings.
What of this skin that only yesterday Enveloped some far architect’s bright boxes? The coloured boxes that beyond black blinds, Suffused with their especial emanations, Were each a ranging world in microcosm, The tinted projects and the memories, The tear of sweetness and the blood of anger.
What of this skin that once enclosed all this? Oh will it fall to darkness, to cold darkness For it is ichabod and Life had fallen Down into darkness through its quickened crate, And it will fall to darkness, to cold darkness, Where nothing stirs among the dynasties. The rubble that is rotting in the rain Exhales the death of Warsaw and Pompei, Guernica, Troy and Coventry – all cities, And every breathing building that died burning.
The shapes departing and the brick returning.
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LE FORME (LONDRA)
Cosa sono queste forme che scrutano dove prima case robuste Si alzavano con le loro sale sonanti e stanze di di respiro? No, non i loro scheletri perché quelli sono caduti Tirando a terra I muscoli variopinti da un migliaio di mura, E tutti i lenti Articolati organi che sono adesso Le macerie su cui il freddo pozzo della notte Erige la sua altezza Di vuoto nuovamente riassemblato.
Cosa sono quelle forme che si alzano così gelide e piatte? Quelle forme con pezzi strappati via dai lati? A spuntoni dal cielo al pavimento, svelando i segreti Di una cameretta blu esposta da un taglio Dove fioccano giungle dipinte: o una qualche stanza grigia Dalla storia insulsa che solo adesso Traffica con il giorno. L’una dietro l’altra Schiera dopo schiera le loro facce ferite scrutano. Con un profilo muto anche se i loro teschi sono spariti. Come quadrati di cartone vasto e marcio strappati In questi contorni più rigidi di quanto il cervello Di chi li straccia avrebbe mai potuto concepire, Scrutano e scrutano.
Sono le mura di pelle, la pelle di mattone, Il mattone che respingeva il sole e la luna: Ma gli elementi le attaccano ancora senza sosta Anche se quanto difendevano dal vento è sparito. I venti adesso possono circolare dove il sangue scorreva caldo, E dove prima stava il cuore aleggia nebbia fredda, O raffiche che turbinano su ogni grembo vuoto A spirali fischianti, portando in mezzo al buio Con voli disordinati, fogli strappati che, infangati, Sbattono le loro ali cave.
Cosa ne sarà di questa pelle che appena ieri Avvolgeva le scatole brillanti di qualche lontano architetto? Le scatole variopinte che oltre gli scuri neri, Soffuse con le proprie speciali emanazioni, Erano ognuna un variegato mondo in microcosmo, I progetti abbozzati e i ricordi, La lacrima della dolcezza e il sangue della rabbia.
Cosa ne sarà questa pelle che racchiudeva tutto questo? Oh, sprofonderà nel buio, nel freddo buio, Perché è ichabod e la vita era sprofondata In fondo al buio attraverso l’inferriata raggiante, E sprofonderà nel buio, nel freddo buio, Dove nulla si agita presso le dinastie. Le macerie putrefatte sotto la pioggia Esalano la morte di Varsavia e Pompei, Guernica, Troia e Coventry – tutte le città e ogni edificio spirante che è morto bruciando.
Le forme se ne vanno e il mattone ritorna.
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THEY MOVE WITH ME, MY WAR GHOSTS
They move with me, my war-ghosts, my rebeller And my conceder through the lies of hoarding, Through gardens and dark rooms of various colour And over fields of fever; I move them on the asphalt square at evening, Across the rugs of pleasure and the boarding Of rat’s feet and the dust’s voluptuous layer, They beat The warring rhythms in the war-filled weather.
Too small a home they share: An angel’s and a centaur’s body greet Each fiercely on the narrow stair.
Blood beckons to my hand; I am Split tree-wise inly from the zestless morning To when the fatuous moon pursues The daft And obsolete ram.
Split tree-wise; but what alchemy enfolds them? What potion binds them, they, my ill-assorted? (Irreconcilable, an april angel Dazing one half of me and that triumphant Pagan of thoughtless hooves and violent laughter Filling the other.) What surrounds and holds them? Nothing but skin. Only a list of muscles holds them in.
Have I no strong controller of these forces? My brain is webbed like water with slow weeds, These days I cannot trust it. Here within me A civil war makes idiot of my paltry Skull-circled arbiter. The gold nostalgia of the summer sunlight Is mockery.
I walk the streets on imitation legs Culled from a diagram, my hands Hang anatomically at my sides Reaching mid-femur, while I hold above This double cargo in a ship, half love, And half, that rides The self-same sea-groove with wild laugh Across these fickle, these infested tides.
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SI MUOVONO CON ME, I MIEI FANTASMI DI GUERRA
Si muovono con me, i miei fantasmi di guerra, quello ribelle E quello arrendevole attraverso le bugie della recinzione, Per giardini e stanze buie di vari colori E lungo campi di febbre; Li muovo sulla piazza asfaltata il pomeriggio, Sopra i tappeti del piacere e il saliscendi Di zampe di topo e lo strato voluttuoso della polvere, Battono I loro ritmi da guerra nel clima colmo di guerra.
Si spartiscono una casa troppo piccola: Il corpo di un angelo e di un centauro si salutano Fieramente a vicenda sulla scala stretta.
Il sangue attira la mia mano; Io sono Spaccato dentro in due come un albero da un mattino insipido Fino a quando la luna inane insegue L’ottuso E obsoleto ariete.
Spaccato in due come un albero; ma quale alchimia li avvolge? Quale pozione li lega, loro, i miei mal assortiti? (Inconciliabili, un angelo di aprile Che frastorna una mia metà e quel trionfante Pagano dagli zoccoli avventati e la risata violenta Che riempie l’altra.) Cos’è che li circonda e li sostiene? Niente, se non pelle. Solo una lista di muscoli li sostiene.
Non ho un potente controllore per queste forze? Il mio cervello è avviluppato come acqua da alghe lente, Di questi giorni non posso fidarmi di lui. Qui dentro di me Una guerra civile frastorna il mio misero Ispettore nel cerchio del cranio. La nostalgia dorata della luce del sole È una presa in giro.
Cammino per strada sull’imitazione di gambe Presa da un diagramma, le mie mani Mi pendono anatomicamente sui fianchi Raggiungendo metà femore, mentre di sopra reggo Questo carico doppio in una nave, metà amore, E metà, che solca Lo stesso identico flusso marino con una risata selvaggia Attraverso queste mutevoli, queste infestate maree.
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THE SOUNDS
Across the ancient silence of the ear Meandered the lost sounds as aimlessly As those that down the aisles of desolate And cold cathedrals wander when at midnight
A window lost in a high cliff of darkness Is tapped by branches or the wings of birds Brush at its leaded panes; or when a great And gull-winged bible in a sudden draught Rustles its sacred pages and the naves
Whisper of how a midnight leaf of Amos Is lifting in the darkness, or a gust Rattles the sheets of Jonah; from a vase On the high altar a dead frond falls swaying Through a black fathom and the flagstones sigh For a cold second – yet the summer light Played on our faces, warmed the impersonal flesh Of neck and wrist and on the dusty ground Our short, dark shadows anchored us in sunshine,
Five roads converged and where they met it seemed It was the very focal point of silence, Though these five radii were not from worlds Of hypothetic beauty, nor slid in To the dead, crystal centre of a theory Nor, though they met in an unearthly silence Had they through any earthless logic slid Like icy shafts or strings of lunar light; Oh no, they were five roads of broken brick That bred where they converged death’s empty disc, For grief can cut a circle as exact, But deeper than the men of geometry Could ever score in regions of no blood.
How fragile in the emptiness they seem. I can recall a group of lonely sounds, Of little sounds that died as they were born.
Nine persons stand beneath a lifeless building Singing of Jesus; what nostalgia That far, lit name evokes as for a moment Companionless, it wanders through the sunshine. Oh what can be more lonely as it fades Through sunshine than the naked name of Jesus? The empty air decays and hangs; the metal Heel of a soldier’s boot clinks in the same Hollow of sterile space, and in the same Hollow of sterile space an old man coughs; His white beard prods it as he nods his head, Prods up and down through space in sweet agreement At what the woman on the box is saying.
A clock has emptied its steel throat of three Boulders that roll slow globes of cold through sunshine, And as they die the voice they had interred In the doomed notes breaks free again and flows Like water liberated from thick shadows That brood beneath a tunnel of three arches.
Behind the group against an iron railing Leans, like a figure from a Hogarth drawing, A hunchbacked man, and as he strikes a match The sound speaks gunfire in the sunny darkness.
High cliffs surrounding the warm void are staring From lines of dead eye-sockets. There are caves And gulleys where no summer waters flow And gleam with fish or seaweeds pink and gold; The walls are dry and no anemones Cling to the bricks, and though the sun burns on There is no radiance. Above There is no moving cloud to prove the sky Is not a lifeless ceiling of blue plaster Dead as the cliffs of brick; dead as the sun; Dead as the space through which the sounds meander; Dead as the five converging roads that meet Together at the focal point of silence.
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I SUONI
Attraverso il silenzio antico dell’orecchio I suoni perduti si aggiravano senza meta Come quelli che lungo le navate di cattedrali Fredde e desolate vagano quando a mezzanotte
Una finestra persa in un alto strapiombo di buio Viene picchiettata dai rami, o le ali di uccelli Strusciano il suo vetro piombato; o quando una Bibbia Immensa dalle ali di gabbiano a uno spiffero improvviso Fa frusciare le sue pagine sacre e le navate Bisbigliano per come un foglio di Amos Si solleva nel buio, o una raffica Fa stormire il libro di Giona; da un vaso Sull’altare maggiore un ramoscello morto casco ondeggiando Attraverso due metri di buio e il lastricato geme Per un freddo secondo – ma la luce estiva Aveva giocato sui nostri volti, riscaldato la carne impersonale Di collo e polso e sul terreno impolverato Le nostre ombre brevi, buie, ci avevano ancorato alla luce del sole,
Cinque strade convergevano e dove si incontravano sembrava Che fosse il punto focale stesso del silenzio, Benché questi cinque radii non venissero da mondi Di ipotetica bellezza, né scivolassero Fino al centro morto, cristallino di una teoria Né, benché si incontrassero in un silenzio ultraterreno, Erano scivolati attraverso qualche logica non terrena Come aste ghiacciate o corde di luce lunare; Oh no, erano cinque strade di mattone rotto Che dove convergevano nasceva il disco vuoto della morte, Perché il dolore sa ritagliare un cerchio esatto, Ma più profondo di quanto gli uomini della geometria Potrebbero mai incidere in regioni senza sangue.
Come sembrano fragili nel vuoto. Posso ricordare un gruppo di suoni solitari, Di suoni piccoli che morirono mentre nascevano.
Nove persone stanno sotto un edificio senza vita Cantando di Gesù; quanta nostalgia Evoca quel nome lontano e luminoso mentre per un attimo, Senza compagnia, vaga attraverso la luce del sole. Oh cosa ci può essere di più solo mentre svanisce Attraverso la luce del sole che il nome nudo di Gesù? L’aria vuota decade e pende; il tacco Metallico dello stivale di un soldato tintinna nello stesso Vuoto di spazio sterile, e nello stesso Vuoto di spazio sterile un vecchio tossisce; La sua barba bianca lo stuzzica mentre annuisce, Lo stuzzica su e giù attraverso lo spazio in dolce approvazione Per quello che la donna nella scatola sta dicendo.
Un orologio ha svuotato la sua gola di ferro di tre Macigni che rotolano come lenti globi di freddo attraverso la luce del sole, E mentre muoiono la voce che avevano interrato Nelle note dannate si sprigiona di nuovo e scorre Come acqua liberata da ombre spesse Che si annidano sotto un tunnel di tre archi.
Dietro il gruppo contro una ringhiera di ferro Si appoggia, come una figura da un disegno di Hogarth, Un gobbo, e non appena accende un fiammifero Il suono evoca spari nel buio soleggiato.
Alti strapiombi che circondano il vuoto tiepido stanno scrutando Da file di orbite morte. Ci sono grotte E canali dove non scorrono acque estive Né luccicano di pesci o alghe rosa e oro; Le mura sono asciutte e nessun anemone Si aggrappa ai mattoni, e benché il sole bruci ancora Non c’è splendore. Sopra Non c’è una nuvola in moto che dimostri che il cielo Non è un soffitto senza vita di intonaco blu Morto come gli strapiombi di mattone; morto come il sole; Morto come lo spazio attraverso cui i suoni si aggirano; Morto come le cinque strade convergenti che si incontrano Insieme nel punto focale del silenzio.
Traduzione di Mikel Marini e Rebecca Garbin
*In copertina: Mervyn Peake legge, assiso su un albero