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“Ti guardo e lagrimo, Venezia mia!”. In una poesia del 1849 il genio di una città diversa da tutte le altre

Tutto esattamente come nel 1849. La poesia, e il poeta che la scrive, sono un faro che illumina il futuro, che lo racconta con la disperazione che solo le parole possono descrivere, evocare, riempire i polmoni. Si respira la salsedine, la distruzione, il silenzio. Lo stesso che percepisci appena è passato un treno: una quiete ovattata, struggente, che ti scorre nelle vene e ti entra negli occhi. L’assenza di parole, di un pensiero. La rassegnazione…

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L’acqua alta non è un’anomalia: se decidi di sposare il mare – quando Venezia era ancora Serenissima, il Doge salpava con il Bucintoro, la galea di Stato fabbricata dentro l’Arsenale, e nel giorno dell’Ascensione celebrava il matrimonio con il mondo bagnato gettando un anello; ai remi erano per esclusivo privilegio gli operai dell’Arsenale detti Arsenalotti, mentre il comando spettava all’Ammiraglio dell’Arsenale, coadiuvato da prua dall’Ammiraglio del Lido, che verificava la rotta, e da poppa dall’Ammiraglio di Malamocco, che sovrintendeva al timone – ti devi aspettare sia i piaceri del letto che le litigate e le vendette.

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Al Mose manca un accento sulla “e”. Il testo biblico spiega il nome “Mosè” come una derivazione dalla radice משה, collegata al campo semantico di “estrarre dall’acqua”.

Nel racconto biblico (Genesi 6,18) Dio affida a Noè il compito di mettere in salvo le specie animali e quindi, dopo il Diluvio, di divenire il capostipite di una rinnovata umanità, consegnandogli delle nuove leggi inerenti all’uccisione di animali per cibarsene.

Quindi, in apparenza, basta un accento per salvarsi dalle catastrofi…

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L’acqua alta delle ultime settimane – quella che ha affogato Venezia, quella che ha riportato in superficie i conti del Mose con le sue tangenti, quella che è sfociata nelle incazzature degli abitanti, quella che ha allagato i sogni dei turisti, quella che ha annacquato gli spritz, quella raccontata con lucidità e poco rispetto dai media – è la punizione divina, la giustizia che non cala dall’alto ma che sale dal basso, centimetro dopo centimetro. È l’ammonizione di Dio: non si possono sbagliare gli accenti, non oggi. Oggi non più. Passino le doppie che si contraggono, le erre arrotolate e tutti i difetti del dialetto veneziano, ma sugli accenti non si può cadere né tantomeno scivolare.

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Tutto all’incirca come a metà dell’Ottocento: oggi, ieri e domani l’alta marea, l’altro ieri invece l’acqua della politica, che spazzò in un batter di ciglio la libertà di una città millenaria che galleggia sulla liquidità pannonica del mare. A ritmo di jazz del caffè Florian di Piazza San Marco.

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“Addio a Venezia è una poesia sul Risorgimento che narra la sfortunata sollevazione di Venezia nel 1848, in appoggio al tentativo di unificazione dell’Italia iniziato (con prudenza e diffidenza) da Carlo Alberto (Prima Guerra di Indipendenza). Dopo la sconfitta di Carlo Alberto a opera del generale austriaco Radetzky (il re fu poi costretto all’esilio), Venezia e Roma continuarono, com’è noto, l’insurrezione, proclamando la Repubblica. Roma fu soverchiata dalle forze armate del Regno delle Due Sicilie, di Francia e di Spagna, mentre Venezia, assediata dagli austriaci, fu colpita anche da un’epidemia di colera: ‘il morbo’, più volte citato in questo malinconico componimento” scrive Adriano Ardit.

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Una lirica che era praticamente obbligatorio imparare a memoria (e saper recitare con la dovuta passione in piedi davanti alla maestra a alla classe) sino alla metà degli Anni Ottanta dagli studenti e dagli alunni delle scuole veneziane: un ballo dei debuttanti imberbi, il primo incontro con il pathos, il dolore, le parole arcaiche, “aria” che diventa “aere”, “piango” che diventa “lagrimo”. In sintesi, con la poesia. L’ha citata anche Franco Battiato nella sua celebre canzone “Bandiera bianca” del 1981…

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L’acqua alta si annuncia la mattina con la sirena che emette i suoi vagiti. È ancora notte quando ti sveglia – il suo canto arrivava nitido nella camera della mia casa l’Arsenale, come la voce del Moby Dick, come le orecchie e gli occhi aguzzi del Capitano Achab – e il primo pensiero andava alla scuola: portoni chiusi, niente lezione, mattinata con le galosce ai piedi, i sacchetti di plastica sopra le scarpe. I più audaci giravano scalzi per le callette. Era l’occasione per sfoggiare i primi, timidi tentativi di Galateo imparati non in casa ma dalla necessità: piccoli Caronti dalle gambe sottili ma forti, pronti a traghettare anziani, ragazze, amici e persone in difficoltà sulle spalle o in braccio. Da un ponte all’altro, da una passerella all’altra. A Venezia, quando c’è l’acqua alta, impari i primi rudimenti della solidarietà.

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Ti sembra di avvertirlo ancora quel vento che sibilava dopo i fatti del 1848, l’onda scura come l’umore delle persone, le corde che stridono. Ieri erano i sogni a infrangersi sulla camminata che dai Giardini porta a San Marco, oggi sono i batèi sdraiati su un lato sopra le pietre di Riva degli Schiavoni, antichi cetacei spiaggiati che si inchinano al destino e riposano, stanchi. Rassegnati.

Odore di sale che attacca il ferro. Ruggine, alghe salmastre, scoàsse (immondizia) che galleggiano, i tesori delle famiglie che vengono trascinati fuori dalle case. Bambini che si divertono. Ogni anno si celebra un nuovo Addio a Venezia.

Alessandro Carli

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Addio a Venezia è una poesia scritta nell’agosto del 1849 dopo la notizia della resa della città da Arnaldi Fusinato, laureato in legge a Padova, volontario nella difesa di Venezia.

È fosco l’aere, il cielo è muto,
ed io sul tacito veron seduto,
in solitaria malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!

Fra i rotti nugoli dell’occidente
il raggio perdesi del sol morente,
e mesto sibila per l’aria bruna
l’ultimo gemito della laguna.

Passa una gondola della città.
“Ehi, dalla gondola, qual novità?”
“Il morbo infuria, il pan ci manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!”

No, no, non splendere su tanti guai,
sole d’Italia, non splender mai;
e sulla veneta spenta fortuna
si eterni il gemito della laguna.
Venezia! l’ultima ora è venuta;
illustre martire, tu sei perduta…
Il morbo infuria, il pan ti manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!

Ma non le ignivome palle roventi,
né i mille fulmini su te stridenti,
troncaro ai liberi tuoi dì lo stame…

Viva Venezia!
Muore di fame!

Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L’ira nemica la sua risuscita
virtude antica;

ma il morbo infuria, ma il pan le manca…
Sul ponte sventola bandiera bianca!

Ed ora infrangasi qui sulla pietra,
finché è ancor libera,
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l’ultimo canto,
l’ultimo bacio,
l’ultimo pianto!

Ramingo ed esule in suol straniero,
vivrai, Venezia, nel mio pensiero;
vivrai nel tempio qui del mio core,
come l’imagine del primo amore.

Ma il vento sibila,
ma l’onda è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca…

Sul ponte sventola
bandiera bianca!

*In copertina: Canaletto, “Piazza San Marco verso est dall’angolo di nord-ovest”, 1760 circa

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