“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
I waka – per semplificare: le poesie giapponesi di cinque versi – sembrano rondini. Sono, per loro natura, per così dire, primaverili: un trillo, un volo rapido, radente, a forbice, a sezionare il ventre del vento. Natura solubile, quella del waka: leggi e la parola svanisce, tra sibillini sibili. L’immagine – spesso, di precisione al diamante – corre il rischio di sembrare leggera – in verità, avvelena il corpo, avvinghiandolo in una rete di reticenze, di lumi sotto il velo.
I waka muovono il cuore a migrare. Che sembrino futili – dicono gli ordinari dettagli della vita comune: un albero, le navi, la luna, l’attesa e l’amore, l’odio e i capelli, la vecchiaia… – è la ragione del loro genio; l’eminenza gnomica del waka è nel dettaglio. La poesia, cioè, non insegna, rappresenta. Così – miracolo, miracolo – le cose comuni germogliano enigmi; così, una poetessa dell’anno mille, vissuta a mille e mille miglia da qui, straziata in un bozzolo di kimoni, dice ciò che sento, ora, in questo millennio, come nessuno prima. Meraviglia della poesia giapponese – per ciò che possiamo dirne da questo tetro orizzonte occidentale – che trae trame dall’effimero per farne eternità plenaria. Il fiore, il lago, il vento, così, diventano entità metafisiche perché tangibili, in prossimità d’odore.
Monumento più duraturo del marmo – passa di bocca in bocca senza timore d’intemperia, di tempestiva distruzione – l’antologia poetica è l’emblema del Giappone. Ogni imperatore allestiva la propria, in eredità ai millenni; ogni funzionario stipendiava calligrafi perché quel cunicolo di versi fosse il suo tempio, il suo sepolcro.
Versi – graficamente – pari a petali disseminati. Pari a frecce che, ad acquazzone, ti assalgono.
Per lo più, i poeti erano una comunità – a garanzia della continuità della tradizione, del verbo-gesto; poetica, sempre, marziale. Comunità, cioè, di vivi e di morti, di cortigiani e di eremiti: ciascuno pioniere del proprio virgineo modo, a costruire il principio di una identità ‘nazionale’.
Una poesia solerte alle lacrime e al linciaggio, sovverte le anime – ben più penetrante di una norma. Le leggi sono il parto del ‘mondo fluttuante’: da quei flutti la poesia distilla fuochi perenni; dal futile lo stile, dall’aleatorio suggerisce ali d’angelo.
L’Hayakunin Isshu, raccolta ideata da Fujiwara no Teika nel XIII secolo – e di cui qui si dà un ventaglio a partire dalla traduzione in inglese – raccoglie “cento poesie di cento poeti”. Divinità dell’arte compilatoria: lo scopo, in questo caso, è tenere insieme sei secoli di poesia – dall’imperatore Tenji, sovrano nel 668, al deposto imperatore Juntoku, morto nel 1242 – secondo caotica anarchia. In verità, tale poesia – da sorseggiare all’alba, ad ingannare le ‘notizie’ che celebrano il nostro funereo ‘stare al mondo’ – funge da amuleto, a tener lontani i vili veleni del tempo. La Biblioteca giapponese – a differenza di quella di Alessandria o ‘di Babele’ – ricorda un erbario, un florilegio che, in essenza, esige di sbriciolarsi, snebbiando ogni ipotesi di fama. L’unico sapere è ciò che resta di sé: ombra, assenza, servitù dei venti.
La disciplina del verso è imbracciata da poeti ‘di professione’ come da monaci, imperatori, militari. I toni, dunque, sono disparati: alcuni ormeggiano la mente tra dissipate passoni, altri centrano una stagione, un’immagine; l’eremita inneggia alla solitudine, il sovrano maledice i suoi nemici. La poesia è un modo comune di stare al mondo – e di salvarlo.
Su tutto: abbracciare la bestia terrena, preferirla ai bovari ultraterreni, alla stagionatura delle anime nei cieli – boccioli sacri, è certo, ma infelici, alieni al bacio.
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Dall’Hayakunin Isshu, “cento poesie di cento poeti”
I
Giorno autunnale: nei campi si va a raccogliere il grano. Cerco riparo sotto un tatto ma la paura è, come sempre, vana: la manica è pregna di pioggia.
Imperatore Tenji (626-672)
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XII
Venti di tempesta, scardinate le nuvole scandite di grigio i cieli: impedite a queste ragazze di diventare dee confinatele nei lontani regni – che la loro schiena si riempia di ali.
Henjō (816-890)
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XIX
Brevi come le canne di bambù che sorgono in riva al mare tra i ciottoli della spiaggia di Naniwa spero possano essere i giorni che scegli di stare lontano da me.
Ise (875 ca. – 938 ca.)
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XXIII
Notte: cruenta luna fai delirare la mia mente; tutti soffrono da quando l’autunno ha gettato in noi il suo cupo manto.
Ōe no Chisato (X secolo)
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XXX
Odio la luna fredda e ostile che scintilla al mattino; nulla è più triste che restare soli mentre l’alba proclama la giovinezza del giorno.
Mibu no Tadamine (889-948)
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XXXIX
Per le canne è facile nascondersi tra il brusio della brughiera: il mio amore lo rivela il volto – è rosso avvampa e lei mi ignora.
Minamoto no Hitoshi (880-951)
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XLIV
Amare le donne è la mia condanna; potessi apprezzare gli uomini – loro li odio soltanto.
Fujiwara no Asatada (910-966)
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LIX
Aspetto di sentire il suono dei tuoi passi, insonne: finché la luna scivola ai confini del cielo lasciando un’orma.
Akazome Emon (956 ca. – 1041)
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LXVI
Dimoro nella solitudine alieno agli uomini: per questo dobbiamo sodalizzare caro ciliegio di montagna – non ho altro amico che te.
Gyōson (1055-1135)
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LXXX
Dubito della sua costanza non sopporto la mia debolezza: nodi tra i pensieri nodi tra i neri capelli – mi torturo: gli importerà di me?
Taikenmon’in no Horikawa (XII secolo)
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LXXXIX
Non posso nascondere l’orrore per la vecchiaia: un giorno il filo si spezzerà sparse le perle sul pavimento – il tempo non si contrasta.
Principessa Shikishi (1149-1201)
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XCIII
Amo ammirare le barche che tornano nella baia: l’equipaggio arma i remi e avvolge le corde – amo chi si impegna nel mondo.
Minamoto no Sanetomo (1192-1219)
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XCIX
Il sovrano abdica:
Piango gli amici caduti avvolgo nel disprezzo i nemici! Stanco della vita, mi avvio alla fine di questo giorno fin troppo lungo per guadagnarmi il riposo.
Go-Toba (1180-1239)
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C
Nostalgia dell’antico palazzo: la fine avvinghia le grondaie e sopra il tetto il rampicante dilata i tentacoli – eppure, vi prego, non potate le sue foglie.