22 Ottobre 2026

Note su Umberto Eco

Questo intervento si rivolge sopra tutto agli ammiratori di Umberto Eco, quantunque confidi che tra i lettori di “Pangea” non ve ne siano troppi. Se così fosse, mi àuguro di contribuire a suonar loro la sveglia.

Considereremo il professore sotto due riguardi: il primo pertiene alla sua onestà; il secondo alla predisposizione dell’insigne semiologo per le lingue. Spigoliamo un po’.

Per tutta la vita Eco si è accanito a sbertucciare i così detti complottisti e a dimostrare la ridicolaggine e l’insostenibilità d’ogni teoria della cospirazione, portando in essenza tre tesi: 1) le cose sono esattamente così come appaiono; 2) «i complotti o riescono e vengono subito alla luce (l’uccisione di Giulio Cesare) oppure non riescono e vengono subito alla luce (Catilina)» (da un’intervista su “youtube” a “Doppiozero”; un’efficace sintesi del suo pensiero); 3) chiunque sostenga l’esistenza di trame occulte, in qualsiasi dominio, è un perfetto cretino e un fascista, o meglio, pardon, un ur-fascista.

Chi però non si sia abbeverato soltanto al verbo di Eco nelle pause di lavoro è legittimato a restar perplesso davanti all’ostinato negazionismo del sommo laico pontefice.

Basterebbe a esempio aver viste le care e vecchie inchieste giornalistiche – della televisione di Stato! – per dubitare della tetragona tesi di Eco. Forse che, a esempio, la vicenda Aldo Moro è tutta stata chiarita e non esistono sospetti di trame occulte? Forse che la verità su piazza Fontana è soltanto quella giudiziaria?

Peraltro è lecito domandarsi perché questo fustigatore d’ogni eterno fasciocomplottista si precipitò a firmare tra i primi l’appello-condanna a morte apparecchiati da Lotta Continua per Luigi Calabresi, senza incertezza ritenuto da quei difensori del proletariato colpevole dell’assassinio di Pinelli. Avanti.

Sin da giovane Umberto Eco fu saldamente incardinato ai più alti livelli della cultura e dell’informazione, dove soltanto un beota non si avvedrebbe di certe dinamiche. Per maggior precisione, sarà opportuno evocare la stretta e lunga amicizia del Nostro con Eric Linder. Linder per lunghissimi anni fu il dittatore dell’editoria italiana, presiedendo quella sorta di Politburo o Minculpop ch’era l’Agenzia letteraria internazionale (Ali), organismo – fondato da Augusto Foà, padre del più celebre Luciano – che si occupava di trattare i diritti d’autore stranieri per Italia. Ma diciamola meglio: la Ali decideva quali fossero gli scrittori da pubblicare nel nostro Paese e quali da tenere lontani.

Si noti anche un altro particolare: Linder nato a Leopoli da padre romeno e madre polacca e con cittadinanza austriaca, non prese mai quella italiana, eppure dettava legge da noi. Ci si legga l’unica biografia esistente di questo personaggio: Erich Linder. Il dio di carta (Avagliano Editore). L’autore si chiama Dario Biagi, un nome che non dovrebbe dar adito a urfascistici timori. L’unico dato purtroppo assente dal libro è l’appartenenza di Linder ai servizi segreti israeliani.

Accanto all’approfondimento del sodale Linder, suggerisco la lettura dei Sei giorni del Condor di James Grady (da cui hanno tratta la – pessima – pellicola I tre giorni del Condor, con Robert Redford), e del Montaggio di Vladimir Volkoff, un tempo pubblicato da Guida di Napoli e di recente ritradotto da Settecolori. Non aggiungo altro: che il lettore si diverta.

C’è poi da meditare sul caso Pasolini, che mostra, postoché ve ne fosse bisogno, ora l’idiozia, ora la malizia di vasta parte dei nostri intellettuali, sopra tutto di sinistra. Pasolini è colui il quale scrisse «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale», ecceterone, il durissimo j’accuse contro neofascisti e democristiani per stragi e colpi di Stato. Nessuno però gli ha giammai dato di complottista, stigma a cui scampa anche dopo Petrolio, un libro che se adoperassimo i parametri d’alto valore scientifico e culturale del semiologo, dovremmo rubricare di necessità nella letteratura cospirazionistica.

Non resulta nemmeno che Eco abbia rintuzzato chi eccepisca circa la versione ufficiale della morte proprio di Pasolini. L’intellettuale appunto “sapeva” e secondo molti – compreso un notissimo politico italiano di sinistra amicissimo del professore – sarebbe stato ammazzato proprio per questo. È un’ipotesi a mio giudizio fondata, ma esattamente come moltissime così dette teorie del complotto.

Assai più istruttivo è ricordare l’amicizia pluridecennale di Eco con Furio Colombo, col quale entrò, insieme a Gianni Vattimo e Piero Angela, in Rai, in sèguito a regolare concorso. Ebbene, Furio Colombo (una volta accusato in pubblico dall’ormai ex amico Vattimo d’essere un agente del Mossad) scrisse ben tre romanzi, stampati dalla Mondadori, con lo pseudonimo di Marc Saudade: Bersagli mobili, L’ambasciatore di Panama, El Centro, tutt’e tre classici del così detto complottisimo e tutt’e tre, a quanto pare, edificati su concrete informazioni reperite direttamente dall’autore, che per sue (ovvie) ragioni volle diffondere.

E ora attenzione. Quando, nel 1994, Maurizio Blondet, considerato da sempre in Italia il principe dei complottisti, e quindi dei cretini e dei bugiardi, pubblicò per la cattolica Ares Gli “Adephi” della dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico, fu fatto a pezzi e relegato nella suburra del giornalismo, e il libro sparì ben presto dalla circolazione. Quel lavoro era un’accusa durissima ai vertici e agli stretti amici della casa editrice menzionata nel titolo di essere un avamposto anticristico, séntina di molte turpitudini, volta a diffondere idee perverse.

A noi qui non serve indugiare sull’ipotesi. A noi preme di rilevare che tra le fonti dell’opera c’è Marc Saudade, che Blondet intervista.

A questo punto si noti ciò che è impossibile non vedere: Colombo-Saudade passò tutta la sua vita indenne, occupando posti di potere sia nel mondo culturale e giornalistico, sia in quello industriale, Blondet deve ancor oggi arrangiarsi; Colombo-Saudade trovò accoglienza presso Mondadori, Blondet presso un piccolo editore cattolico; Colombo-Saudade non fu mai fatto passare per svitato o politicamente immondo, Blondet è diventato il primo candidato alla camicia di forza; Colombo-Saudade era spesso presente in programmi televisivi delle più importati reti, Blondet mai, a parte quando Enrico Mentana lo invitò a “Matrix” per parlare dell’11 Settembre e se ne pentì due minuti dopo che Blondet aveva aperta bocca. Torniamo al professore.

La memoria cartacea di Sua Maestà Semiologica viene difesa e mantenuta viva – tra i pochi ancòra – dalla Nave di Teseo, la casa editrice fondata da Elisabetta Sgarbi, con le ristampe di numerosi titoli echiani, compreso Il fascismo eterno. È curioso tuttavia vedere accanto a quelle imprescindibili pietre miliari della nostra cultura più raffinata il romanzo Educazione americana, di Fabrizio Gatti, noiosissima ma intrigante inchiesta giornalistica su diversi retroscena della storia italiana. Insomma, esattamente ciò che Eco chiamerebbe spazzatura complottistica.

Insomma, tagliamola corta: se la droga è del cartello rivale, è dannosa e bisogna quindi attivare tutte le forze possibili, legali e non legali, per denunziare e sgominare il pernicioso spaccio; se la droga è mia o di qualche mio socio o amico, viva la droga, e guai a chi me la tocca. Potrei portare altre stranezze riguardanti Umberto Eco e il complottismo. Ma c’è materiale a sufficienza a che al lettore, almeno in parte, cadano le croste dagli occhi.

* * *

Passiamo adesso a un argomento più ameno: la letteratura.

Bisogna ammettere che questo venerato maestro aveva qualche severo problema con la lingua, italiana e non solo. Anche qui, potrei scrivere parecchie pagine; ma mi limiterò a qualche campione. Tra gl’innumerevoli meriti di Eco, narrano cronache e agiografie – che spesso si confondono – sarebbe l’esser stato uno dei pochissimi intellettuali della sua generazione a conoscere l’inglese e l’informatica.

Nondimeno tali primazie non impediscono al professore, nel Pendolo di Foucault, di tradurre Silicon Valley con «valle del silicone», anziché del silicio. La perla è alla pagina 45 della XIX (urca!) edizione dei Tascabili Bompiani, 2001.

Approdiamo ora all’Isola del giorno prima (Grandi Tascabili Bompiani, 1996) dove leggiamo: «Roberto, dopo aver sparato sui moschettieri, mentre ricaricava a fatica con la spalla intontita dal rinculo…» (p. 47, corsivo mio). Né a me né agli autori dei dizionari più affidabili resulta che una spalla o una qualsiasi parte del corpo possa essere «intontita». Sarà perché siamo… intontiti o perché non abbiamo studiato al Dams di Bologna?

Alla pagina 60 invece impariamo che, secondo Eco, quando ci si abbruttisca sino a rassomigliare ad animale, non ci si imbesti, come comanda la lingua italiana, ma ci si imbestialisca. Così infatti canta il poeta alessandrino: «Non possiamo rimproverarlo [il protagonista] se, acceso il fuoco e fattasi una padella di uova con spizzichi di pesce affumicato, aveva stappato una bottiglia e si era concesso una cena da re su una tavola quasi imbandita a regola d’arte. Se naufrago doveva rimanere a lungo, per non imbestialirsi avrebbe dovuto attenersi ai buoni costumi» (corsivo mio). E noi che credevamo che imbestialirsi significasse arrabbiarsi come un animale. Poveri indotti!

Si notino di fuggita anche la sintassi discutibile, l’abolizione del congiuntivo e il rozzo popolaresco «farsi una padella».

Poco dopo arriva un solecismo non dappoco: «… e quel qualcosa era l’unica forma d’essere di cui potesse parlare, l’essere non essendo altro che il gran teatro del visibile disposto nella conca dello Spazio – il ché la dice lunga su quel secolo bizzarro» (p. 62, corsivo mio).

Scusate la pedanteria; ma «ché», così accentato, è scorciatura di perché, poiché, giacché, e nella frase dovrebbe essere privo d’accento. È uno svarione che ho visto commettere solo sui “social”: allora Eco era davvero sempre in anticipo sui tempi!

Poche righe dopo, a pagina 63: «Quella infinità dei mondi di cui gli parlava Saint-Savin non andava soltanto cercata al di là delle costellazioni, ma nel centro stesso di quella bolla dello spazio di cui egli, puro occhio, era ora sorgente d’infinite parallassi».

Qui un doppio genitivo si contende il padrone, e il lettore resta lì – magari in parallasse – a chiedersi che accidenti debba capire.

Adesso porgete bene le orecchie a questo frammento di rara eleganza: «…l’etiqueta dell’assedio concedeva che a un rappresentante degli assedianti fosse concesso accesso alla città assediata, per contatti e trattative, così come il signore della Saletta aveva libero accesso al campo dello Spinola» (p. 87, corsivi miei). Il passaggio è di bruttezza da antologia e non occorre commento.

Un ultimo fiore lo colgo alla pagina 10: «Il giorno gli fa spavento, non solo gli occhi non lo sopportano, ma le scottature che doveva avere sul dorso, e si rintana». Molti passaggi dell’Ulisse sono più comprensibili, ma non essendo L’isola del giorno prima un romanzo sperimentale, e forse nemmeno un romanzo, si tratta solo dell’ennesima abborracciatura.

Non si salva lo “stregato” Nome della rosa. Lascio correre qui la nobile origine del romanzo (Eco voleva uccidere un frate), confessata a Vittorio Messori e mai smentita, e il desiderio, illuministico assai, di contribuire a sporcare l’immagine del così detto Medio Evo pur sapendo di contraffare le carte. Ricordo solo gli errori storici, non pochi e non lievi, presenti nel romanzo, a esempio la presenza d’unità di misura e alimenti nel XIV secolo non ancòra entrati nell’uso. Niente male per un medievista di fama internazionale.

E non basta, ché Eco ha impiegato trent’anni prima di correggere quelle cantonate. Sarà stato per pigrizia o perché davvero così tanto gli è occorso prima di scoprire d’aver scritte delle scemenze? Invece d’impiegare il suo tempo a scovar complotti, avrebbe potuto impiegarlo a emendar sé stesso. Mi domando se gl’impiegati della Bompiani non si siano accorti di tali macelli, oppure abbiano preferito tenere il becco chiuso per non offendere rischiare di farsi scappare una così grassa gallina dalle uova d’oro. Ignoro la risposta; ma mi àuguro che sulla Nave di Teseo ci siano buoni mozzi per pulire questo (ri)pescato.

Resta infine da chiedersi se il lettore d’Umberto Eco non si senta offeso da una presa in giro durata decenni. Ho i miei dubbii; o meglio: li ha lo stesso Eco. Eh sì, perché, a detta del professore, il suo lettore ha – come dire? – caratteristiche speciali.

Durante una conversazione col discepolo e amico Stefano Bartezzaghi, questi interroga il Maestro sul rapporto, nella sua attività, tra scrittura e immagini. Eco risponde con qualche aneddoto personale, poi dice: «Vedere un testo commentato da immagini è sempre stata la cosa più naturale del mondo», e sùbito chiosa: «Forse perché pensavo che i miei lettori fossero stupidi e se non gli facevo vedere anche le figure non capivano».

Tutto torna, compreso l’ennesimo assassinio dell’italiano.

Luca Bistolfi

*In copertina: Umberto Eco nel 1962

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