“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Agli amici ricordava sempre, tra il serio e l’istrione, come sempre, che da ragazzo, aveva vent’anni, era iscritto al Partito comunista britannico e al Carlton Club, il circolo riservato del Conservative Party. Questo diceva molto – diceva – della sua indole: al contempo indefettibile e indifesa, determinata e divisa.
Tutto, ad ogni modo, era inciso nei geni. Nato nel luglio del 1917, nel Worcestershire, il padre, Robert Folger, veniva dagli States – durante la Prima guerra aveva servito guidando le ambulanze, ricavandone una Croix de Guerre –; la madre, Rosamund, era inglese. Da bambino, Robert Conquest visse, per un po’, a Sanremo, in Liguria: in casa i suoi gli parlavano, oltre che nella lingua materna, in italiano e in francese. Studiò al Magdalen College, Oxford; poi a Grenoble e in Bulgaria; durante la Seconda guerra fu a Sofia, nei ranghi del Foreign Office. Terminata la guerra, impiegato presso l’Information Research Department con il compito di arginare la propaganda sovietica, entrò in contatto, tra gli altri, con George Orwell: lo scrittore si era impegnato a stanare eventuali simpatizzanti comunisti in terra d’Albione.
Per farla breve – e rimarcare ciò che tutti sanno –: Robert Conquest ha svelato il meccanismo delle “Grandi Purghe” ordite da Stalin; i processi farsa contro i pavoni bolscevichi, i massacri di massa, la strategia degli interrogatori atti a estorcere artificiose verità. Per molto tempo, Conquest fu un uomo solo alla conquista dell’impero sovietico. Il suo libro più noto, The Great Terror, uscito in origine nel 1968, è un classico, costantemente ristampato – in Italia è edito da Rizzoli. In sostanza, Conquest pubblicò una cinquantina di saggi sul tema, tra cui uno studio sulla Kolyma: The Arctic Death Camps (1979) e le biografie di Lenin (1972) e di Stalin: Breaker of Nations (1991). Nel 2005 George W. Bush lo insignì della Presidential Medal of Freedom: insieme a lui, nella stessa sessione, venivano onorati Muhammad Ali e Aretha Franklin. ‘Collezionò’, per così dire, quattro mogli; sposò l’ultima, Elizabeth Wingate, figlia di un colonello della Unitate States Air Force, nel ’79. Vent’anni prima, per la casa londinese Hutchinson, Conquest aveva curato Back to Life, pionieristica antologia di “Poems from behind the Iron Curtain”. Nel libro, riassunto di “uno straordinario movimento creativo che ha travolto gli scrittori russi e dei paesi dell’Europa orientale”, Conquest avanza una tesi importante. Il poeta – a differenza dello scrittore ‘impegnato’, o meglio, ‘ingaggiato’ da un partito – pende sempre, prima o poi, per l’uomo. Pur avendo una visione del mondo e finanche una esplicita visione politica, il poeta non si fa sopraffare dall’ideologia: tiene fede all’umano.
“La maggior parte dei poeti qui pubblicati erano ‘impegnati’ nel senso in cui impieghiamo questo termine. Erano poeti che accettavano le teorie sociali proposte dal Partito comunista e ne sostenevano la causa. Eppure, hanno dimostrato che esiste un impegno più importante rispetto a quello verso il partito o la dottrina professata: l’impegno nei confronti della verità e della vita. I regimi totalitari, nonostante tutto, non sono riusciti a produrre scrittori di talento e al contempo servili. La visione romantica del poeta si è rivelata, in questo caso, sorprendentemente fondata. Alla lunga, anche un talento lirico modesto si dimostra inseparabile dall’onestà e dall’umanità. I poeti che hanno accettato le teorie comuniste non sono stati disposti a mentire in suo nome per giustificare le sofferenze inflitte al popolo”.
Che idea mirabile pensare che la Storia possa sterzare grazie ai poeti, che un popolo sia salvo per tramite dei suoi poeti. Non si tratta – dice Conquest –, “di una raccolta di poesie anticomuniste”: la bellezza, l’amore, la vita sono sufficienti a ledere un’ideologia. A distanza di decenni, l’antologia incuriosisce: al di là di Evgenij Evtušenko, infatti, la maggior parte dei poeti sono pressoché ignoti ai più – penso alla russa Margarita Aliger, al rumeno Victor Felea, al ceco Jaromír Hořec, al polacco Mieczysław Jastrun –: andrebbero riscoperti.
Back to Life serve come gancio per parlare di un aspetto meno noto di Robert Conquest. La poesia. Ricercatore presso la London School of Economics dal 1956, proprio quell’anno Conquest costruisce un’antologia, New Lines, dagli sviluppi decisivi per la letteratura inglese. Conquest, di fatto, inventa ‘The Movement’, una gang di poeti che si rifà alla tradizione inglese con scanzonata spavalderia, rigettando, ad un tempo, gli estremismi del ‘modernismo’ (Ezra Pound) e le asperità dei nuovi apocalittici (Dylan Thomas). Nel gruppo spiccano Philip Larkin, Kingsley Amis, Thom Gunn. L’anno prima, per Macmillan, Conquest aveva raccolto i suoi Poems, esito di un lungo lavoro di scrittura. In questa opera eterogenea, in cui il poeta alterna poesie cristallizzate in toni georgiani ad altre più narrative, tra Kavafis e Thomas Hardy, sono raccolti testi scritti sul fronte italiano e nei Balcani. Le poesie più belle – alcune le abbiamo tradotte in calce: Conquest è poeta assente dal panorama italico – sono dedicate a Paul Klee e ad Hart Crane; Catullus at Sirmio è folgorante perché raffigura l’icona del poeta contro il potere, il suo essere, sempre, nel cuore dell’era in cui vive – dunque, oltre la cronaca e l’epica dei potenti. Nel 1977 tradusse come Prussian Nights l’iliadico poema di guerra di Aleksandr Solženicyn.
Continuò a scrivere poesie, Conquest, perfino durante l’attività da consigliere di Margaret Thatcher. Philip Larkin lo installò nell’Oxford Book of Twentieth Century English Verse, tra Ted Hughes, Malcolm Lowry e Wystan H. Auden. La loro amicizia fu fatale: Eric Homberger, nel ‘coccodrillo’ pubblicato dal “Guardian”, ricorda che Conquest “inviava a Larkin le ultime novità in fatto di pubblicazioni pornografiche; quando Larkin lo andava a trovare a Londra, lo accompagnava sempre in un certo porn shop di Soho”. No Sex Please, We’re British. L’amicizia con Kingsley Amis era altrettanto fraterna: entrambi appassionati di fantascienza, Conquest lasciava a Amis l’appartamento libero quando l’amico aveva bisogno di incontrare l’amante. In tale ménage si è sviluppata la letteratura inglese recente: per Martin Amis – figlio di Kingsley (ma diceva di essere il frutto di una scappatella della madre con Philip Larkin….) – Robert Conquest era un mito. Lo storico & poeta – figura fantomatica in un mondo di mondo di figuranti e di ‘esperti’ – eccelleva nell’arte – tutta britannica – del limerickspesso in aura di malandrina licenziosità:
“Quando un uomo è troppo vecchio per tirarsi una sega, trova conforto nella filosofia: l’interesse per Spinoza cresce mentre ti si ossidano i coglioni”.
Quest’altro ha la pretesa di riassumere la vita umana in poche, rampanti lasse:
“Da bimbo vomiti e frigni a scuola t’incazzi – seguono scopate e sequela di risse infine, giudichi i fatti altrui finché non sbavi, in pantofole”.
Conquest è morto quasi centenario, nel 2015, a Stanford, rotto dal Parkinson. Era agosto, il sole tiranneggiava. Amava che qualcuno gli leggesse le poesie che aveva scritto da ragazzo. La cortina di ferro: terribile metafora dell’uomo terribilmente diviso.
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Catullo a Sirmione (56 d.C.)
È inverno, ormai, a Sirmione. I salici sono istoriati nel ferro la neve fermenta nei solchi; la nebbia nasconde il grigio scudo del lago: questo clima non fa per me. Luce che filtra dal cielo basso con i bagliori obliqui del ghiaccio. Qualche poeta, forse, saprebbe trarne bellezza: le montagne dal vago profilo, il vento feroce che sbalza l’acqua…
Portatemi del vino caldo. Questo clima è come Cesare: fermezza assoluta e qualche artificiosa raffica contraria – perversioni. Ne ho già scritto. Dice che fama infame infinita gli ho arrecato. Ma avrà il potere – se non glielo sfila quel fantoccio di Pompeo – e avrà i suoi poeti. Che le mie stilettate lo turbino mi eccita: non se ne curi. Relitti di vergogna davanti ai civilizzati. Passeranno.
Piuttosto, bellezza, datemi, datemi la vita, la passione; e l’orgoglio, se vi va. Dolcezza ho tentato in versi facili, di pura lussuria. Inutili facezie. Ho trovato la poesia e vi ho segregato il vero; questo è il bene. Guardate Clodia: seno che mozza il fiato; verde odore del piacere; il mio cuore ferito dalla sua crudeltà come questo lago dal vento – ecco la bellezza! Ma c’è di peggio: rimanere congelati nel cupo nero iceberg dell’era di Cesare. Sistemeranno tutto. La massa vuole pace e quiete. Introneranno un dittatore: se vogliono simili capi, marciscano pure. I poeti scriveranno di vittorie e di lavori pubblici tesseranno pezze di bellezza sulla coscienza dei ‘governanti’ saranno i trapezisti del loro cuore.
Un po’ di caldo. Mezzogiorno scioglie le acque; la corrente è libera; gli alberi sprigionano le foglie che ora possono parlare. Bellezza, dicevo. Cosa mi ha concesso? Morirò giovane, senza aver dimostrato nulla se non una fatua manciata di versi, qualche notte folgorante e un livore, senza fine. Eppure, non so fare calcoli. Timidezza e strategia non si addicono a Valerio. Non potrei vivere nell’epoca del disgusto. I grandi mi nauseano le donne sono puttane. E la poesia? Essere poeta non mi importa. Un giorno ci saranno altri come me. Siano dannati i posteri: leggeranno i miei scritti se i galoppini di Cesare non li bruceranno – così sarà sfamato il mio orgoglio
e consumerò la mia vendetta.
*
La morte di Hart Crane
All’inizio, la sua alta tensione ispirata seppe muovere la città elettrica mentre sotto il grande ponte si sganciavano le onde, piatte, iridescenti di petrolio vestigia dell’oceano infinito.
O Queen’s, tieni a bada il vento assassino. O Bronx, lega le stagioni alla terra. O Brooklyn e Richmond, lasciate la via al mare. O Manhattan, Manhattan, spalanca le tue radici, vivi.
Per anni la città delirante si è nutrita delle sue proteine e di milioni di cuori ma la fame silenziosa dell’oceano persiste.
Se Manhattan si fermasse per trenta secondi in preghiera non sarebbe più l’insensata città che lo ha ferito fino a costringerlo a morire – era la sua sola casa.
Accecato infine dall’alba neon ha tentato l’oceano con diverse formule: galeoni perduti e foche che ti scrutano.
Tra i porti del Bacardi scoprì che la città agiva come una dissennata che il mare aveva in sé troppa morte.
*
Nantucket
Giaceva tra nebbia e vento.
Forse Karlsefni la vide a dritta nel viaggio da Hép a Straumfjord.
La baia arrotata dai venti, dagli scogli lunari fu popolata da marinai, fattori e teologi.
Un giorno, si accorsero delle balene. Falce scheggiata che miete l’oceano. Che mirabile impero! L’oceano offriva ai mercenari mostri arditi e redditizi. I Folger e gli Hussey, gli Starbuck e i Coffin sigillarono l’ira salmastra con le loro chiglie.
Melville scelse gli uomini più audaci della terra come eroi sui mari indemoniati del suo cuore. Eppure, morirono. Anche Achab morì. Le acque trascinarono il superstite verso altri mari.
La caccia migrò altrove – ora usavano i cannoni. L’isola riposa tra le aule parrocchiali del passato.
*
Lamartine a Filippopoli
Dalle persiane turche gronda un’alba pallida, calda. Il poeta le spalanca e contempla la Tracia: pianure e città ispirano al suo spirito la verità che puoi dedurre da fatti e luoghi.
L’aria del mattino gli sfiora le labbra rannicchiata come acqua – la rosa sfiorita dei Rodopi a sud – è di una limpidezza inattesa.
La luce tersa delle rocce sopra il corso ocra del Marizza penetra il suo cuore e schiude il parapiglia politico degli ultimi quindici anni:
l’azzurra onda su cui si è infranto i motivi del canto volti in maledizione la storia che diventa un unico accordo mentre i rostri modulano eroici versi…
forse, nel vivifico lezzo dell’osteria tra le urla dei mercanti che salgono dalla strada, può intuire dove si sono spezzati i suoi aurei ideali:
la pensione elargita dal tiranno la poesia che esce, come sempre, sconfitta.