29 Maggio 2023

L’amore imperdonabile: un romanzo tra manipolazione e sortilegio. Riscopriamo “Il buon soldato” di Ford Madox Ford

È il 1913. A questa altezza cronologica Ford Hermann Heuffer, più conosciuto con il nome d’arte Ford Madox Ford, ha già alle spalle una carriera di tutto rispetto, nel mondo della letteratura. Oltre ad annoverare collaborazioni con Joseph Conrad, l’autore di origini britanniche può infatti vantare la fondazione di una importante rivista letteraria nel 1908, “The English Review”, le quali colonne hanno ospitato i primi scritti di personaggi del calibro di Ezra Pound, D.H. Lawrence e Wyndham Lewis. Ha anche all’attivo diverse pubblicazioni narrative e poetiche, ma adesso, sulla soglia dei quarant’anni, è consapevole di non aver ancora donato, al mondo della letteratura, un vero e proprio capolavoro. Scriverà così, alla sua compagna Stella Ford, in una lettera datata 1927:

«Avevo scritto piuttosto a caso un certo numero di libri – un gran numero di libri – ma avevano tutti il carattere di pastiches, di opere piuttosto preziose, oppure di tour de forces. Ma sono sempre andato matto per lo scrivere – per come si dovrebbe scrivere; e un po’ da solo un po’ insieme a Conrad avevo condotto, già a quell’epoca, studi approfonditi su come si dovrebbero maneggiare le parole e costruire i romanzi. / Così il giorno che compivo quarant’anni mi misi al lavoro per far vedere di che cosa ero capace – e venne fuori Il buon soldato

Comincia così la stesura di un libro tortuoso, drammatico e affascinante, che lo stesso autore riconosce come unicum all’interno della sua produzione.

The Good Soldier vede la luce nel 1915, mentre la guerra infuria in Europa. Il titolo originale avrebbe dovuto essere un altro, ovvero The Saddest Story. L’editore John Lane, però, era convinto che con un titolo del genere non sarebbe riuscito a vendere neanche una copia del romanzo: i tempi erano quelli che erano, ed il pubblico spossato dalle crudeltà del conflitto mondiale ne aveva fin sopra i capelli di storie tristi. Ford non prese bene queste osservazioni, e rispose al telegramma dell’editore in maniera sarcastica: «Caro Lane, perché non Il buon soldato?». Lane non colse la frecciatina, e sei mesi dopo Ford trovò in tutte le librerie il suo nuovo romanzo The Good Soldier.

Più volte Ford Madox Ford fu tentato di cambiare il titolo, nelle successive edizioni; ma indagare più nel profondo questo romanzo ci renderà più comprensivi nei confronti del povero John Lane.

La storia che viene narrata è estremamente semplice, ai limiti della banalità: il ricco e sfaccendato americano John Dowell e la moglie Florence sono costretti tutti gli anni a soggiornare a Nauheim da luglio a settembre, a causa di problemi cardiaci a lei diagnosticati. Qui, i coniugi fanno amicizia con il capitano Edward Ashburnham, ufficiale dell’esercito ed erede di una nobile famiglia britannica, e la moglie Leonora. Ben presto questa amicizia pone le basi per un adulterio, che si concretizza con una relazione tra Florence ed Edward, relazione che porterà ad esiti tragici.

Ora, così raccontata, sembrerebbe la tipica trama di un romanzo sentimentale parco di originalità; ma come in tutti i grandi romanzi, la forza non si cela nella storia in sé, ma nella tecnica con cui ci viene narrata. Anzitutto, a raccontare tutta la vicenda è John Dowell in prima persona, che ci informa di aver deciso di mettere nero su bianco la storia dopo nove anni dalla morte della moglie. Perché avrebbe aspettato così a lungo? Semplice, perché è venuto a conoscenza della relazione che legava la moglie con il capitano Ashbunham. Completamente all’oscuro di tutto, è stato informato dei fatti da Leonora, durante un suo soggiorno nella tenuta degli Ashbunham in Inghilterra. Questa ed altre rivelazioni, come il fatto che Florence non fosse veramente malata di cuore, ma che avesse tirato su questa messinscena per avere una maggiore libertà “sentimentale”, avvenimenti come la tragica fine di Edward, spingono John Dowell a ripercorrere la storia e lo svilupparsi di quell’amicizia, notando solamente a posteriori incongruenze e stranezze che al tempo aveva giudicato invece normali ingenuità in seno a una buona amicizia. A tutto questo, si aggiunga un altro importante tassello: John Dowell è veramente un pessimo narratore. Sin dall’inizio avverte il lettore che, per sentirsi più a suo agio, racconterà la storia come se stesse parlando ad un caro amico accanto a un caloroso camino, nel suo salotto di casa.

Lo stile che ne consegue, ovviamente, è caotico: perde più volte il filo del discorso, non completa le frasi, si lascia andare a digressioni apparentemente inutili, dimentica di narrare passaggi fondamentali della storia, non segue una linea temporale coerente. Il risultato è un estremo disordine narrativo, che però è solamente apparente; nel corso del racconto, infatti, il lettore non può fare a meno di intravedere un disegno, un’architettura che, per quanto pazza, ha una sua coerenza globale. Questo gioco di omissioni e regressioni esemplificative, infatti, ha il potere di manipolare sapientemente il giudizio che il lettore ha sui personaggi che agiscono sulla scena: nelle battute iniziali, è Edward Ashburnham a colorarsi di connotati estremamente negativi, presentandosi come un navigato seduttore che non ha altri interessi al di fuori della caccia e del polo; successivamente, il nostro narratore si accorge di avere dato una immagine sbagliata di Edward, e pone l’attenzione sulle sue opere filantropiche e sulla sua effettiva natura non di seduttore, ma di individuo troppo sensibile e sentimentale, animato da ideali cavallereschi (il “buon soldato”, appunto). A prendere il ruolo dell’antagonista è Florence, che viene dipinta come una giovane americana viziata ed egocentrica, che vuole “usare” il sentimentalismo di Edward per arrivare ai suoi possedimenti terrieri. Per questo, non risparmia umiliazioni pubbliche a Leonora, insultata davanti al marito per essere irlandese e cattolica. Nell’ultima parte del romanzo, Dowell ammette di essere stato probabilmente troppo duro con la moglie, a causa dell’odio che ha sviluppato nei suoi confronti dopo quanto riferitogli da Leonora, ed è quest’ultima, da vittima quale era, a diventare l’antagonista della storia. Tornati da Nauheim, infatti, Leonora si vendicherà sul marito per le sue insane passioni amorose, rendendogli la vita un vero inferno. Tutti i personaggi, insomma, svolgono la parte della vittima e del carnefice, commettono gravi errori e li subiscono. Così facendo, la loro personalità si arricchisce sempre di più, prendendo forma con il progredire del racconto, passando dalle sbiadite figurine bidimensionali dell’inizio a figure sin troppo umane e concrete nelle ultime pagine.

L’unico che rimane fuori da questo sistema, pur subendone i catastrofici risultati finali, è il narratore stesso, privo di qualsiasi tipo di profondità e stupidamente all’oscuro di tutti quei meccanismi che si muovevano alle sue spalle. Stupidamente, sì, perché nel dipanarsi tortuoso degli eventi, il lettore non può fare a meno di meravigliarsi della poca perspicacia che John Dowell non manca quasi mai di mostrare. La voce narrante è costantemente in balia delle contingenze vissute o raccontate; ha pure una tendenza a tracciare teorie sui massimi sistemi e considerazioni generali, partendo da queste sue suggestioni. Con il modificarsi delle vicende e con l’approfondirsi del dramma, però, Dowell muta più volte le sue analisi, arrivando anche a contraddirsi. Dunque, John Dowell non solo è un pessimo narratore, si rivela pure ostaggio delle sue emozioni e della contingenza, dunque incapace di lucidità. Madox Ford sviluppa pienamente la tecnica del “narratore ignaro”, consegnandola come già pienamente matura alle generazioni successive di scrittori di prosa – tanto da influenzare addirittura la costruzione del flusso di coscienza.

Lo stile narrativo del romanzo, infatti, non va ad influire sulla fruizione della vicenda da parte del lettore; anzi, proprio in virtù di questa trattazione apparentemente confusa e caotica, una storia estremamente patetica e consunta si trasforma in un drammatico affresco, rappresentante vite consumate, vizi incancreniti e virtù incomprese. In questo inferno di diffidenze, menzogne e nevrosi, svetta imponente la figura del “buon soldato” Edward Ashbunham, vittima dei suoi eccessi di virtù. Gentiluomo di altri tempi, con una gestione quasi feudale dei suoi territori, è circondato da personalità troppo moderne per comprenderlo pienamente, troppo opportuniste per apprezzare il suo disinteresse. Egli non può che trovare consolazione nella ingenua ammirazione delle giovani donne o delle accanite lettrici di romanzi sentimentali, che vedono in lui il prototipo del principe azzurro. Pure queste, però, possono comprenderlo solo parzialmente: arriva sempre il punto, anche con loro, in cui il suo spiccato altruismo viene male interpretato o equivocato.

La sua tragica fine è testimonianza concreta della conclusione di un’epoca, del trionfo di una realtà ben lontana dagli ideali cavallereschi e dalle virtù aristocratiche. Pure John Dowell, a modo suo, se ne rende conto nella parte finale del romanzo, etichettando Edward come un uomo “sentimentale”, ed evidenziando quanto il mondo non sia fatto per uomini come lui, ma solo per persone “normali” come Leonora. Dietro a questa considerazione grossolana, però, si cela una realtà infinitamente più tragica: la fine del disinteressato altruismo aristocratico e l’affermarsi dell’egoismo tipico delle società mercantili. Edward Ashburnham è uno dei pochi relitti rimasti di un mondo scomparso, sballottato dai tempestosi flutti della modernità fino all’inevitabile inabissamento. Il narratore è testimone quasi inerte di tutto questo, e pur non capendo pienamente lo spettacolo, pur non avendo gli strumenti intellettuali per interpretarlo, ha la chiara sensazione di stare assistendo a una storia tristissima, tanto da superare persino il dolore di una tragedia.

Nicolò Bindi

Gruppo MAGOG