Caro Lorenzo Calogero,
quanto ho amato i due tomi delle tue “Opere complete”, con la copertina di tela rossa, pubblicati nel Sessantasei dalla Lerici. Al tatto sapevano di familiarità, di cosa sicura, perenne, amorosa, in soccorso a te che eri morto nel marzo del 1961, a cinquantun anni, uomo fatto pena, stimmate vivente della poesia, riscattato da questa. Ti confido che la presente è l’ennesima lettera che scrivo a un poeta. A che cosa voglio arrivare?, mi chiedo. È ben inteso, agli altri, a te, più direttamente, in quanto credo che si possa aprire un cuore, in forma di via maestra.
Hai messo a tema l’amore, questo l’assunto tuo, Lorenzo. Metterlo a terra, sprofondarlo, seminarlo nel punto più profondo della letteratura, farlo germogliare, dargli radici, perché avesse vita, ma di struggimento, di negazione sepolta, qui sulla terra. “Se io sono qualche cosa non è vero” (pag. 80, vol. I°), hai scritto. Tema incantato, non disperso, goduto se non in spasimi, desideri incompiuti affidati alla poesia, per renderli carne, sangue, cielo, paesaggio interiore, vere e proprie formazioni linguistiche di germogli, “[…] ed era vero egli, forse, od era vero egli forse in fiore?” (pag. 235, vol. II°).
Infiniti richiami, devozioni, tendere all’apice della poesia, nell’impossibilità di sottrarvisi, parole per incarnare quanto è del cuore e dell’animo.
Si assiste allo scandalo della morte, cioè la morte desiderata, che pianta lì il suo discorso, dichiarante l’estrema vocazione di non poter realizzare altro, in sconfitta, perdita, disillusione della volontà umana, del desiderio, ripeto: qui sulla terra, per via dell’indole del poeta, di te che sei naturalmente portato a contemplare l’irreale, il sogno. Trascendere tutto nella similitudine, darle il respiro ultimo del sacrificio, sconfortante confronto fra amore e sua realizzazione, fra umano e ambizione. Sono sicuro che Dio ti ha fatto vedere le sue catene, alla fine le hai conosciute e hai capito. Le catene del poeta stanno in terra, ti hanno intralciato nel tuo cammino, ti hanno reso immobile, goffo, sofferente. Catene profonde pur stando in evidenza, ma credo che qualcuno te le abbia dovute indicare.

Cos’è che ci impedisce? Il mistero dell’uomo travalica il suo stesso essere, il suo pensare, l’amore ne fa le spese. Niente e nessuno ci spinge alla trasformazione. Tu sei il poeta delle stimmate, la poesia è la tua ferita. Qui si apre una questione enorme che io non so affrontare nella mia limitatezza, anch’io ferito, disilluso, anch’io niente. Dice bene Daniele Piccini in una email che mi ha mandato recentemente: “Calogero è stato una figura di mite, irremovibile dalla sua vocazione, per questo in grado di dirci qualcosa anche di noi”.
Ti ho descritto in un poema di cui sei il protagonista, che spero presto venga stampato da qualche sincero editore. Nella Pietà dei Turchini s’intitola, e non voglio svelarti altro, solo che Napoli sembra assistere con partecipazione al tuo cammino, si fa intorno a te. Lì hai studiato e lì ritorni, si tratta di un percorso infinito, in ricerca e comunque in compagnia, non più per farsi sbranare dalla vita ma seguendo una promessa, un dono. Consegna che si viene a determinare proprio dove è sacrificio radicarsi. Ricordiamoci I nuovi credenti di Leopardi, possiamo dire che solo nell’impossibilità di realizzarsi, a causa della società, del suo contesto, della sua indole, la poesia trova la sua voce, l’assoluto nell’estremo e tragico contrasto. Alimento al dire, all’immaginazione. Quanto più è scontro, tanto più la poesia risulta determinata, e si assume come verità d’intenti, cuore aperto, testimonianza necessaria e imprevista, allo stesso tempo, autentica. Il grande poeta rompe la crosta del mondo con le sue parole significative, da esse emergono più e più vite, pronte ad abitarla, a rimuoverla in parole ispirate, contro le tecniche di suggestione del sociale, e degli scrittori legati a questo, nuova oleografia. Ambizione estranea a te, Lorenzo, per quanto sei segnato dalla marginalità. Tuttavia la città che ferisce a morte mantiene il suo incanto poetico, ti riguarda: l’imprevisto costante che fa trasalire, il suo ideale, la sua storia, pretendono un confronto, un discernere oltre la contraddizione, un patire che ripaga. Di questo ci alimentiamo ed è tutto ancora da dire. Si pensi a Il porto di Toledo, romanzo di Anna Maria Ortese, solo per fare un nome di medesima sofferenza, di debito.
Qui sotto qualche tua poesia che ho scelto.
I baci, le persiane verdi
I baci, le persiane verdi,
verdi alberi modesti, verdi mobili intorno
sulle piagge dell’orto.
Trepido è un disegno sui tetti.
Una corolla scivola su persone morte.
Sapevi quanto intatto, leggiadro un desiderio,
era colpo di un sogno dischiuso,
sogno chiuso leggero di una morte.
*
Dormono quiete o morte
Dormono quiete o morte
od erano dentro di te acque abitate
lugubri ai tramonti. Si dischiudono case
come, dai resti della tua vita, incontri.
Già ospiti modesti amavano
essere o non essere
dentro gli occhi tuoi.
Se ti ridesti
per vederti meglio
a metà era ancora la glaciale
vena, a sommo, nuda del tuo sonno.
In più pure essenze
le lusinghe udivi, l’inquietudine
viva era già vera,
più nuda l’essenza
che ti distende.
*
(Da Quaderni di Villa Nuccia)
Sapevo, e per virtù ridotta
non giunse mai nessuno.
Ora era calmo l’ordine, l’ardire
sopra uno sghembo tondo
che tagliò il viso d’autunno
sopra un trono.
Non hai mai visto
nulla di simile nella tua vita
oltre un contadino che, oltre le sue terre,
numerò la febbre e il pube tuo
sulle tue dita, come un tuo racconto.
Nulla era vero o questo fu vero
e fu come un intoppo.
Hai la sagoma alata densa della vita
o questa fu la strana, forse,
la strana origine del mondo.
Così scrivi a Giuseppe Tedeschi, curatore dei tuoi due volumi di poesie, il 18 marzo 1961, a qualche giorno dalla tua morte:
“…non è certo una gran bella esperienza quella che ho fatto, ma se il mondo era in tal modo era bene pure che lo si sapesse, per quel tanto, almeno, che non si doveva distruggere la propria vita senza che nemmeno lo si sapesse…”.
È una delle tue ultime lettere. Poi il seme, per dare frutto, ha dovuto morire.
Vincenzo Gambardella