“Tacete, o maschi”. Letteratura, scuola, genere
Società
Alessandro Agostinelli
«Ogni cupa svolta del mondo ha tali diseredati» cui non appartiene «il passato né ancora il futuro più prossimo». Così Rilke nelle Elegie riassume miracolosamente lo stacco che si è prodotto nella coscienza moderna verso la tradizione con la maiuscola, quella fatta di simboli e certezze assodate e da cui l’uomo moderno salta come per immergersi in un abisso che – ovviamente – non conosce. La storia dell’uomo è anche il ripetersi di questi salti nel vuoto. E questi salti nel vuoto producono “diseredati”, uomini incuneati tra il «Tempo passato e il tempo futuro» di sfondo eliotiano, costretti nel tremendo perimetro del presente, che per l’Eliot dei Quartetti è soprattutto una risoluzione filosofica, ma il vuoto che si produce nell’azione presente – o più esattamente il senso di straniamento che si manifesta in noi quando non si riconosce più nella tradizione un punto da cui partire – può condurre ad esiti decisamente contrastanti. Penso al termine “follia”, che però richiederebbe una più accurata riflessione.
Uno di questi “diseredati”, eternamente intrappolati nel presente, distaccati dalla tradizione e sgomenti verso il futuro è Gianni Scognamiglio Gaedkens; una di queste «svolte» è la fine della Seconda guerra mondiale, più precisamente il dopoguerra meridionale, filtrato da Scognamiglio Gaedkens in una Napoli che egli vive e consuma più rapidamente degli altri. Di lui non è rimasto quasi niente se non quei pochi versi apparsi sulla rivista napoletana “Sud”, alla quale partecipò come fondatore: un’esperienza fulminante e brevissima – come tutti i fuochi che ardono davvero –, sette numeri pubblicati tra il 1945 e il 1947, poi il silenzio. Ora i suoi versi sono introvabili, ma qualcosa è rimasto, perché di un bravo poeta rimane sempre qualcosa, è sufficiente anche un solo verso, un frammento che rimanga nella memoria della poesia per concedere a un uomo di esser chiamato “poeta” anche dopo decenni di silenzio abissale.
Scognamiglio è un poeta che vive ancora grazie a due fiumi che in realtà ne formano uno solo: il fiume dei pochi e preziosi libri-testimonianza di scrittori rinomati che lo hanno frequentato, e il fiume delle voci di corridoio, dei sussurri, delle dicerie che da aneddoto diventano leggenda. Di lui hanno scritto Ermanno Rea, Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese. Si dice che il titolo Il mare non bagna Napoli(Einaudi, 1953), libro centrale sul dopoguerra napoletano che provocò forte sgomento tra gli intellettuali progressisti che avevano partecipato a “Sud” – Ortese aveva fatto nomi e cognomi, e questo non andava affatto bene – fosse un ricalco del verso di Gaedkens: «Io me ne vado per sempre da questa città/ ove il mare è scomparso», versi da cui scaturì un dibattito sugli intellettuali che se ne andavano da Napoli nell’immediato dopoguerra. Ma la poesia continua: «e la sua antica purezza/ ed il giglio non cresce più nelle sue valli/ ma una polvere eterna dissecca la speranza dell’uomo», mostrandoci, in tutta la sua forza, lo smarrimento esistenziale provocato dalla «cupa svolta» di cui parlavamo: l’antica purezza della città-simbolo ha lasciato posto a un terreno arido, smorto, dove il giglio, idea di splendore e potenza (pensiamo a Dino Campana, quando parla di Firenze: «Fiorenza giglio di potenza virgulto primaverile») è sostituito da una polvere che annebbiando il presente tende a distruggere la possibilità di un futuro anche più prossimo.

In questi versi sono presenti la bravura Gaedkens e la sua “follia bianca”. Il passato è andato, il presente è avvolto da una polvere che non lascia pensare a un domani fiorente. Dalla dimensione della città – i versi sono emblematici soprattutto per la questione degli intellettuali “fuggiti” da Napoli – si può facilmente ricavare un contenuto più generale. Scognamiglio Gaedkens è riuscito a bloccare in tempo l’immagine giusta al momento giusto – ecco perché, in un modo o nell’altro, egli è sempre rimasto come una linea invisibile all’ombra dei grandi scrittori che abbiamo citato sopra. Certo, è rimasto più come un personaggio romanzesco che come poeta: una sorta di “simbolo”, uno dei tanti agnelli sacrificali della poesia che sono arsi assieme al fuoco delle proprie parole. Una sorta di “poète maudit” napoletano – meno fortunato dei suoi predecessori –, sconvolgente sotto ogni aspetto, quando leggiamo in Mistero napoletano (romanzo di Ermanno Rea edito da Einaudi nel 1995) della sua convinzione che Stravinsky avrebbe musicato i suoi poemi, o quando lo troviamo (sempre in Mistero napoletano) a questuare poche lire a Roma, mentre i suoi amici facevano super carriere nel mondo della cultura.
Ma parlare di lui è come sporgersi da un dirupo, il rischio di cadere nel vuoto è imminente. I dubbi sono troppi, l’assenza di materiale a cui attingere per capire meglio la sua figura è avvilente, ed è altrettanto scoraggiante pensare che quasi tutti i testimoni del suo tempo sono morti – quasi tutti, almeno. Per non parlare delle domande sul merito, era un bravo poeta, era davvero folle, ha detto davvero certe cose che riferiscono gli amici-biografi? Il ritratto che ne fanno Ortese e La Capria e Rea è affidabile o liberamente ispirato? Nessuna risposta. La nebbia avanza, ottenebrando tutto. Una cosa è certa: Scognamiglio Gaedkens si è eclissato gradualmente fino a perdersi nelle fauci del tempo – o dovremmo dire nella polvere del tempo, quella stessa polvere che osservò con una fulminea, sconcertante sensibilità.
Claudio Di Consoli
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Se le nostre bocche sono mute
Le parole di tutti i tempi
Trascorsero nel vento dell’eterno
Non ebbero forse altro suono.
Siamo stanchi di ripeterle senza
Destino
Ci basta il soffio che langue
Nell’instancabile motore delle mani
Nel passo senza fine delle caviglie.
Il nostro canto non vive più.
Una musica di segni uguali
Resiste all’aria delle notti
Le labbra chiudono il segreto della bestemmia.
[…]
Alla tua morte il tuo padre onnipotente
Volle far tremare nel buio
Ogni cosa della nostra terra
Come non desiderammo la luce!
E se tuo padre ha fatto questo di noi
Quando ci indusse in tentazione
La prima volta
Prese te dal verminaio dei sepolti
Nel sottofondo
Per beffarci ancora di più?
Per offrirci una nuova tentazione?
Per infliggerci una nuova condanna?
[…]
Quando il sole avrà disseccato
Il fiume del sangue
E il diluvio del fuoco avrà compiuto il suo lavacro
Allora tu comparirai nel tuo aspetto più mite
A chiedere l’ultima pietà per tuo padre
Ed io potrò finalmente ucciderti
E ridere di te per l’ultima volta.
*
e innanzitutto ditemi
perché si chiama così
col nome di una vergine
una vecchia puttana
se mai questa città
che non si può amare
ma soltanto fottere
ebbe candidi veli
al suo nero sesso.
morte risveglia
i suoi primi abitatori
le sue intatte albe
morte fa risorgere
il suo primo grido
io mi nasconderò con te
tutta una notte
il capo adorno
dei tralci della vite
i piedi sulla fossa
del vulcano
per strappare
nell’ora del trapasso
un’allodola a questo cielo.
[…]
e poi ditemi
perché questa troia
che si chiama Neapolis
come una regina
perché questo sciacallo
sempre vivo
che ha fame dei suoi morti
e della rossa carne dei viventi
si dà belletto quando viene sera
e gonfia il viso
sulle macre ossa
dei suoi muri sbilenchi
e balla la quadriglia
coi cavalli
ed il tango sentimentale
con le notturne voci
dei suoi amanti
ditemi perché
questa regina come una puttana
si ubriaca con l’alcool denaturato
e divora se stessa con i figli
e mai col nome d’una vergine
portò l’allodola al suo fianco
e dié se stessa al giorno
e rese grazie al creato
[…]
allora o morte
puoi condurci al varco
con le trombe e le arpe
del tuo riso
e di questi colori puoi segnarci
del rosso e verde spacco
dei cocomeri aperti a neri semi
e alla rosa celeste dei tuoi roghi
accendere per me la tua collina
Gianni Scognamiglio Gaedkens
*In copertina: Luca Giordano, La caduta degli angeli ribelli, 1666 ca., particolare