Facciamo ritorno, con Gli angeli della casa, ultimo romanzo di Silvio Raffo (pubblicato da Elliot) dentro le morbose e vischiose pareti di una casa. Un classico – la casa come luogo dell’inquietudine – per i lettori di Raffo. La casa stavolta è una casa-famiglia. È la “Casa dell’Incontro” adagiata a strapiombo sulla costa bretone dove un curioso e variopinto gruppo di ragazzi difficili viene assistito da medici, insegnanti e un losco direttore. “La Casa dell’Incontro è una struttura di forma cubica e color arancione situata in un punto particolarmente panoramico della costa, e, per tornare alla metafora dei testi sacri, le sue fondamenta risultano più che mai edificate sulla roccia: alla sua base c’è infatti una massiccia barriera di scogli che il mare lambisce con una litania sommessa”. Oltre alle ombre e alle mareggiate che si allungano sul passato di questi ragazzi perduti, si proietta la triste verità di un presente di farmaci “opportuni” che vengono somministrati per sedare i ragazzi. I giovani pazienti sono condotti in questo luogo per disturbi della personalità e del comportamento, più precisamente per “latente autismo sociopatico in temperamento di quoziente intellettuale elevatissimo con punte di egolatria narcisistica, fissazione al complesso di onnipotenza e deliberata regressione al guscio infantile”. La casa, dunque, è un nido malato, la famiglia, la nostalgia di un’ombra. Spesso, i ragazzi, per proteggersi, si raggomitolano in posizione fetale. Nella casa-famiglia non c’è amore, ma il corpo. E la riflessione sul corpo è di un glaciale disincanto. Nient’altro che una ridicola miseria, l’amore. “L’uomo ammanta di una patina ipocrita di stucchevole romanticismo una pulsione animale di infimo ordine chiamando amore ciò che altro non è se non un istinto banale – e brutale – imposto dalla natura. La nascita stessa dell’uomo non è concepibile senza questa ripugnante implosione”. Ma non è solo fatto di miserabile tenebra e ombra, il corpo. C’è un residuo – una polvere, appunto – di stelle in noi. “Per quel che ne sappiamo ciascuno di quei corpi celesti potrebbe essere la dimora luminosa, o meglio la metamorfosi astrale, di altrettante entità terrestri. O noi, a nostra volta, la materializzazione – o incarnazione – sul pianeta terra di quegli astri”. Gli angeli della casa, in particolare il solitario e taciturno Vladislav, detto Vladi, scoprono i resti di un’antica clinica, il Beau Rivage, dove dorme clandestinamente un ex paziente in cerca di vendetta. Sospeso tra giallo e noir, con momenti lirici che impreziosiscono il romanzo, Gli angeli della casa conduce, più di altri romanzi di Silvio Raffo, ad una riflessione sul senso della vita, dell’amore, della morte, le radici della follia, del pensiero e della parola stessa, che non dev’essere sprecata mai. Come se il romanzo non fosse altro che una allegoria filosofica. “Cercherò di spiegarmi meglio. Ogni pensiero acquista un’intensità sempre più acuta ed esigente, trasformandosi in vera e propria ossessione. Ma non si tratta solo di questo. Da qualche giorno è cambiato qualcosa. Sto riferendomi ai pensieri. Già prima era difficile tenerli a bada, dominarli e impedire alla valanga di travolgermi”.  E quando anche la parola viene a rompere il silenzio, è misteriosa e lontana come le stelle. “Il silenzio è troppo pesante, carico di echi, di parole mai dette. L’essenza delle parole ha qualcosa di simile a quella delle stelle. Nelle parole, come nelle stelle, c’è qualcosa di misterioso e lontano. Le parole hanno un senso speciale, e un suono, anche quando non vengono pronunciate: un suono diverso che non produce rumore ma si spande nel padiglione invisibile di un orecchio interno. Anche le parole scritte mi fanno uno strano effetto di diffusione sonora che, prescindendo dalla sfera acustica e riguardando solo la sfera visiva – oltre naturalmente l’intelletto – vivono di una loro precipua e particolarissima individualità”.

Dopo La voce della pietra, già finalista al Premio Strega nel 1997 (ora Elliot 2018) da cui è stato tratto il film omonimo di Eric Howell con Emilia Clarke, di nuovo – a distanza di anni – Silvio Raffo torna all’ascolto e al silenzio, al tema dell’autismo. Come mai è tornato su questa patologia? Come mai al centro delle sue opere ci sono spesso “ragazzi difficili”, orfani, senza padre e con una madre spesso morta precocemente?

“I lost boys della generazione perduta di anni passati consacrati da una letteratura spesso schiava di cliché  e logori ideologismi rivivono nei miei personaggi in una dimensione di più autentica “melanconia” e frustrata joye de vivre. Sono per metà nipotini dei “belli e dannati” degli anni di Kerouac per metà  dei figli di sessantottini inquinati e velleitari incapaci di essere padri coerenti. Le madri sono, nei miei libri, presenze inquietanti per le loro nevrosi, peggiorate da un rapporto malsano col maschio. L’adolescenza, età magica per antonomasia, età delle scoperte ‘essenziali’, non dovrebbe mai finire o perlomeno mantenere intatta nelle età cronologicamente successive la propria inclinazione all’incantamento”.

La cura in questo romanzo sembra essere una prigione e il rimedio, come insegnavano gli antichi è veleno. Quanto c’è di vero e attuale in questa sua ispirazione?

“L’unica cura in cui credo è quella riassunta da Franco Battiato nell’omonima famosa e fraintesa canzone. Una cura, come un’educazione, che prescinda dall’amore inteso come dedizione totale, non può portare a risultati beneficamente risolutivi. Il “malato” (ovviamente in un contesto di malattia psicologica) deve essere curato con l’amore nelle forme richieste dai singoli casi. Consiglio in proposito la lettura dei libri di Eugenio Borgna, che ha applicato per decenni negli ospedali psichiatrici terapie che si possono definire catartiche attraverso la poesia”.

Quante volte ancora si tende a nascondere le difficoltà, gli ostacoli piuttosto che provare a combatterli a viso aperto? E poi, pensa che i “medicamenti opportuni” siano abusati da chi dovrebbe curare i disturbi?

“Certo che i farmaci vengono abusati per interessi economici. Non è questione di opinioni, ma una realtà di fatto”.

Beau Rivage esiste davvero oppure è semplicemente un’invenzione d’ispirazione morselliana?

“La Beau Rivage è il tipico esempio dei ‘luoghi-non luoghi’  deputati dalla mia fantasia a divenire correlativi oggettivi, per dirla con Eliot, delle mie istanze psichiche più esigenti di rappresentazione (e di conseguenza di quelle delle mie  creature- proiezioni): luoghi di derelizione e abbandono, oggettivazioni simboliche di un cuore che si sente ‘deserto’”.

Il tema dell’amore che lei ha affrontato in modo differente e con diverse declinazioni nella sua opera letteraria è sempre inconcluso, sofferto, nostalgico. Ritiene che una naturale corrispondenza amorosa non possa giovare a un romanzo o nella vita è impossibile?

“L’amore non costituisce un capitolo facile né ‘risolto’ nella mia vita. Non essendo capace di menzogna o ipocrisia né tantomeno di forzato adattamento a una realtà cui non sento di appartenere, non mi ritengo adatto, per naturale refrattarietà, a un rapporto che impone la rinuncia di una parte di sé per un altro essere. Preferisco, o mi viene più  spontaneo, l’amore diretto a più persone. Lo ritengo più apprezzabile anche da un punto di vista etico. Un critico, di cui non ricordo il nome, acuto esegeta dei miei testi, ha definito il mio una sorta di panamore e io sono fiero di questa definizione. Mi fa sorridere il vocabolo, perché mi ricorda il titolo di un vecchio film comico Pane amore e fantasia. Alla fine l’elemento più veramente presente dei tre è, nella mia vita, il terzo”.

Linda Terziroli