18 Ottobre 2026

A chi stiamo rendendo la vita? A Cesare o a Dio?

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli:

«Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». (Mt 22,15-21)

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EVITARE E OPPORSI

“La risposta di Gesù alla domanda trabocchetto che gli viene rivolta dai suoi avversari batte due piste: evita la politicizzazione dell’immagine di Dio e si oppone alla sacralizzazione del potere politico”.

(Comunità di Bose, “Eucarestia e Parola”, Vita e Pensiero, 2010)

Se non sapessimo delle intenzioni dei farisei, se tagliassimo il versetto iniziale che ci pone in una situazione di netto vantaggio, saremmo in balia dell’ambiguità del lessico del potere. E sarebbe faticoso districare la matassa. Dubitare sempre della buona fede altrui, fino a perdere lo stupore dell’incontro, oppure fidarsi sapendo che ogni parola può diventare una trappola?

La traduzione letterale del versetto di Matteo dice che i farisei tennero consiglio per tentare di “prendere al laccio con la parola” Gesù. Prendere al laccio con la parola, il verbo a farsi trappola e non carne, il pensiero a tessere ragnatele per proteggersi dall’incontro con l’Innocente che smaschera la nostra ipocrisia. Grande rischio anche per noi, tessiture di pensieri per impedire di cedere all’Annuncio.

Se non avessimo il primo versetto potremmo pensare a un gruppo di farisei convertiti: chiamare Gesù “maestro”, appellarsi alla verità, usare il nome di Dio per adulare, riconoscere la sua radicale coerenza. Invece, anche nella forma, siamo solo all’interno dei soliti ed eterni giochi di potere: i mandanti stanno nell’ombra, i discepoli vengono sacrificati, tutto è camuffato. 

Il potere se non è declinato in servizio, se non si muove nella carità, scade subito in abuso. In idolatra. E come ogni idolatria miete vittime. All’idolo si sacrificano discepoli innocenti e innamorati dei propri maestri. Il potere è così seducente e diabolico che persino chi lo esercita può non riconoscere la violenza che produce.

Occorrerebbe vegliare, attentamente. Il Vangelo dice che Gesù conosce la “malignità” nel cuore dei farisei, la loro ipocrisia, e per questo risponde con una domanda in grado di ribaltare le sorti del confronto: chiede di mostrare la moneta che loro stessi hanno in tasca. Tutto sembra molto facile: Gesù che conosce e i discepoli dei farisei che subito consegnano il denaro in loro possesso tradendosi. Il Vangelo rende chiaro ciò che nella vita non è così facile smascherare. E lo fa, forse, per interrogare noi che leggiamo, noi che abbiamo tasche piene di monete straniere. Noi che facciamo fatica a evitare la politicizzazione dell’immagine di Dio, usandolo per i nostri fini. E che lo facciamo probabilmente con tutte le buone intenzioni. Brano per noi che facciamo fatica a rimanere immuni da un potere che tenta sempre di mostrarsi sacro, anche quando non è forma della minorità evangelica.

Grandissima tentazione è allora quella di separare i poteri, di relegare la fede a sfera privata, di renderla immune dai problemi concreti della gente. Per non trasformare il Vangelo in una semplice prassi caritativa, si rischia di chiudere gli occhi sui problemi dei poveri; per non entrare in conflitto con scelte etiche molto discutibili, ci si rifugia solo nella coscienza individuale. 

Ecce Homo di scuola fiamminga, XVI secolo, particolare

Appiattirsi solo sull’accompagnamento personale (chiaramente necessario!), appellarsi solo alla coscienza individuale, può diventare alibi per non prendere posizione, per evitare i conflitti. Dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio può diventare la giustificazione per evitare qualsiasi confronto, qualsiasi contrasto. Ma è davvero quello che Gesù intendeva nel Vangelo?

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PROFETI SE SRADICATI

“La vocazione di Dio li sradica (i profeti) dalle certezze antiche, che venivano dalla appartenenza a un popolo. E tuttavia proprio a quel popolo è rivolto il loro messaggio, e non certo ad anime sradicate dal contesto sociale. Non a caso, i profeti furono sempre in conflitto con re, giudici, sacerdoti, ricchi e potenti in genere, dai quali dipende la configurazione complessiva dei rapporti sociali.”

(Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Edizioni Glossa, 2007)

La Bibbia non ci consegna un atteggiamento credente sempre comprensivo ed inclusivo. I profeti sono tali perché sono uomini scomodi, gettati nella mischia degli interessi concreti di un popolo, dei suoi governanti. Denunciano gli abusi e il tradimento dell’alleanza.

Oggi rischiamo di credere profeti uomini dal grande carisma. Non è così. Il profeta prima di tutto è un chiamato, uno che rischia, che mette a repentaglio la propria vita per far saltare il sistema di potere.

“I profeti di Israele (…) sono chiaramente fautori del principio della responsabilità personale, e prima ancora della vocazione personale. Ciascuno è quel singolo, chiamato per nome da Dio e destinato a rispondere personalmente a lui e a lui soltanto.”

(Giuseppe Angelini. “Se vuoi essere perfetto”, Edizioni Glossa, 2007)

Un profeta è un uomo che non dilata il proprio narcisismo facendolo passare per vocazione divina. Il profeta sa che è un chiamato, e un chiamato è uno spossessato da se stesso. Un profeta può dire “io” solo perché la sua persona è stata totalmente afferrata da Dio. 

Quando ci illudiamo di essere profetici dovremmo stare molto attenti. Ci sono “profeti” che sono funzionali al sistema, c’è gente che spaccia per profetiche le proprie posizioni ma non sono altro che meccanismi perfetti per stare al gioco dell’apparire. Il profeta è un uomo costretto a dare la vita per una verità scomoda. Il profeta è un perdente.

Ma il fatto che servano profeti è segno anche di altro: che la fede non è sradicata dal contesto sociale. Che l’incarnazione del Verbo chiede di misurare la fede su atteggiamenti, scelte, decisioni pratiche e, quindi, politiche. 

Dare a Cesare quello che è di Cesare è inaugurare un altro stile di vita e non rifugiarsi in una fede disincarnata, costretta solo nello spazio di una ipotetica “coscienza”. 

Tutto ciò che facciamo è politico, anche ritirarsi dal mondo. Domanda vera: per chi lo facciamo, per Cesare o per Dio? Chi ce lo chiede? A chi stiamo rendendo la nostra vita?

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FATE ALTRO, LASCIATELI DA PARTE

“Ancora una volta è il potere stesso a essere messo sotto accusa (il potere che corrompe). (…) Tuttavia, notiamo anche che Gesù non raccomanda la rivolta e lo scontro fisico contro questi re e questi grandi, ma come succede spesso rigira la domanda e mette in causa i suoi interlocutori: che non avvenga così fra voi. In altre parole, li esorta non tanto a combattere questi re quanto a lasciarli da parte e a costituire ai margini una società diversa, una società dove non ci sia né potere, né autorità, né gerarchia… Fate altro, fate qualcosa di diverso da ciò che si fa normalmente in questa società che non riuscite a modificare: spetta a voi creare un’alta società su altre basi.”

(Jacques Ellul, Anarchia e cristianesimo, Edizioni Elèuthera, 2021)

Costruire una società diversa. Le parole di Ellul mi affascinano sempre ma sempre sono per me dolorose. Qui non posso fingere di rimanere asettico. Perché sono uno di quelli che ha creduto davvero di poter costruire una società diversa, che si muovesse lontano dalle logiche di potere. Ho fallito. E porterò con me i segni di tentativi ingenui e pericolosi del mio operare in parrocchia. Non basta chiamare “servizio” il potere. Non basta invocare la “sinodalità” se le decisioni continuano a muoversi con le logiche di sempre. Non basta illudersi che la gerarchia possa scomparire.

Umanamente questa sfida è fallimentare, perché esiste il “male”, questo mi ricordava un caro amico filosofo. E l’uomo non è naturalmente “buono”. Nemmeno io, anche se ero in buona fede quando credevo impossibile resistere al richiamo pratico del Vangelo. Anche e soprattutto quando ero convinto che la mia interpretazione della Buona Novella fosse perfetta, irresistibile, funzionale al bene. Di fatto, l’unica possibile.

Ragionavo da Cesare, un Cesare «sacro», ma lontano dalla verità. Rendere a Dio ciò che è di Dio significa lasciarsi conformare a Cristo: diventare segno di un’autorità che non si impone, ma fa crescere.

In un mirabile libretto di tanti anni fa Hans Urs von Balthasar scriveva: 

“In Gesù Cristo essere e comportamento coincidono. Egli è il Figlio di Dio e si comporta come tale. Parla e agisce con potere e autorità divini, ma giammai solo per dominare, bensì per servire, per aiutare gli altri a progredire, anche là dove si mostra dominatore (auctoritas viene da augere: favorire la crescita).”

(Hans Urs von Balthasar, Piccola guida per i Cristiani, Jaca book, 1986)

Credo abbia perfettamente ragione von Balthasar, rendere a Dio quel che è di Dio allora non è altro che affidarsi a Gesù Cristo, consegnarsi al “modello di chiunque ha autorità nel mondo degli uomini”.  Un modello che prevede lo svuotamento e la consegna. La passione, la croce e la Resurrezione.  Un modello esigente che chiede svuotamento e servizio. Dono di sé. Fede.

Alessandro Deho’ 

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.

In copertina: Jusepe de Ribera, Ecce Homo, 1620 ca. 

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