“Molti lettori, quanto a sviluppo intellettuale, sono fermi all’età di undici anni, forse anche meno”. Dialogo con Mark SaFranko (perché c’è vita letteraria in America, gente, oltre Bukowski)

Posted on Maggio 13, 2020, 7:56 am
23 mins

Ok, ragazzi, lo sappiamo tutti: Bukowski è stato un grande scrittore, forse il massimo innovatore del secondo ’900 americano. Però, adesso, basta! Personalmente, ne ho piene le palle dell’ennesimo volume con cui si cerca di fare cassa anche dagli scarti della sua produzione. L’America è grande, più vasta dell’Europa – possibile che non ci sia un altro accidenti di autore, se non al suo livello, almeno che valga la pena leggere? Non prendiamoci per il culo, certo che c’è – anzi, certo che ci sono. Perché di scrittori cazzuti, dall’altra parte dell’oceano, ne hanno a iosa. Penso a Dan Fante (il figlio di John Fante) che per molti versi non ha niente da invidiare a suo padre e all’autore di Storie di ordinaria follia. Ma di recente sono rimasto folgorato, grazie al consiglio dell’amica traduttrice ed editrice Gabriella Montanari, dalla scoperta di tale Mark SaFranko. In Italia, è reperibile solo una sua opera, Odiando Olivia, uscita per la VAGUE Edizioni. Fottutamente incredibile. Diretto come un cazzotto nello stomaco e necessario come una birra, al mattino, nello stomaco di un alcolizzato. L’ho divorato e, appena finito, mi sono subito detto: se un figlio di puttana che scrive così bene non è morto, lo devo assolutamente intervistare. Beh, state tranquilli, è ancora qui tra noi.

Leggendo il suo libro, Odiando Olivia, ho avuto la netta sensazione che lei abbia esattamente ciò che serve per fare letteratura: poca voglia di abbandonarsi alle fantasticherie e molta di raccontare la vita vera. A dirla tutta, io ritengo che la fantasia sia sopravvalutata. Ogni deficiente è convinto di poter parlare per l’africano e il neozelandese, pur abitando in Italia e senza neppure essere mai stato sul posto. Stronzate! Per questo preferisco gli americani. Voglio dire: dove sta la forza di Carver, Bukowski, Dubus e Fante? Nel descrivere ciò che conoscono. Lei cosa ne pensa in merito?

Innanzitutto, lascia che ti ringrazi per questa domanda, Matteo. Sono contento, peraltro, che ti sia piaciuto il mio romanzo. Vuol dire che i miei traduttori hanno fatto un buon lavoro. Mai sottovalutare il loro apporto. Ma su questo sorvoliamo perché potrebbe essere l’argomento per tutto un altro genere di intervista, no? A ogni modo, per rispondere a quanto mi hai chiesto, si tenga presente che il pubblico ha gusti piuttosto vari, almeno stando a giudicare, per esempio, dal volume di affari che muove il mercato dei libri fantasy – dei quali sinceramente non sono un grande fan. Anzi, ciò mi fa pensare che molti lettori oggigiorno, quanto a sviluppo intellettuale, siano fermi all’età di undici o dodici anni, forse anche meno. I cosiddetti scrittori “realisti” direi che sono i più svantaggiati, al momento, sulla piazza. Anzi, sono proprio fuori moda. Ma concordo con te, quello che mi interessa è ciò che conosco, la mia realtà. La chiave di tutto è renderla interessante a livello letterario, in un modo che risulti unica e inconfondibile.

Mi ha colpito molto un aspetto, a livello stilistico, del suo libro: pur essendo considerevole quanto a mole di pagine, non risulta mai artificialmente allungato. Al contrario, in Italia, siamo pieni di autori che scrivono tomi ipertrofici e indigeribili, in cui spesso, arrivati a pagina cinquanta, ancora si fatica a capire di cosa si stia parlando. Quanto conta essere chiari nella prosa?

Per quel che mi concerne, questo è un principio non negoziabile. Anche io detesto quelli che cercano di “fare spessore”. Non sono certo un sostenitore di quella prosa che non va dritta al punto. Nel bene o nel male, il mio stile si è formato in anni di lavoro, a fasi alterne, come giornalista, in vari quotidiani, dentro redazioni vecchio stile. Cominciai verso i venti. Ho raccontato di tutto, dagli assassinii agli incendi, passando per lo sport, con tutto ciò che vi sta in mezzo. Ho persino scritto i necrologi. A quei tempi, bisognava arrivare subito al nocciolo della questione. Potevi avere un’ora o giù di lì, a volte addirittura pochi minuti se c’era da consegnare in fretta. Mica si poteva stare a menarla in lungo e in largo. Per utilizzare uno stile florido, mancava il tempo. Poi, sia chiaro, essere diretti non vuol certo dire mancare di gusto. Il problema è che, qui in America, i critici confondono certi espedienti retorici e altri fronzoli con il talento. Sì, spesso tengono in grande considerazione certi giochini pirotecnici che, diciamocelo francamente, non portano da nessuna parte. Ma, se non ti ho inteso male, mi pare che questo brutto vezzo ce l’abbiano pure in Italia.

Immagino che, da scrittore, le sarà capitato tante volte di sentirsi porre la domanda “Quanto c’è di autobiografico nel suo libro?” – io, sempre da scrittore, la odio. Lei come risponde, di solito?

Bella domanda! Nei romanzi che vedono come protagonista Max Zajack, come Odiando Olivia, God Bless America e altri, uso la materia della mia esistenza per fare narrativa. Gli eventi vissuti sono molto simili a quelli descritti, se non proprio identici. La fregatura è che scrivere del quotidiano è tedioso. Sennonché, devi usare tutta una serie di strategie per modellare il materiale, come ridurre i tempi, per esempio, velocizzare, metterci dell’umorismo, curare lo stile e via dicendo. Io dico sempre che scrivere la verità è impossibile. Nel momento in cui la penna va a incidere sul foglio, siamo già nel regno della menzogna. Infatti, le prime due volte che tentai di scrivere Odiando Olivia, provai a far entrare a viva forza nel romanzo ogni momento ed esperienza di quegli anni e non ne venne fuori niente di buono. È stato solo quando sono riuscito a eliminare certi particolari – la vera realtà degli eventi –, lasciando parlare i fatti da sé, che ha cominciato a funzionare. Ci capiamo? È un vero e proprio paradosso.

Il suo protagonista, Max, per lungo tempo, è ossessionato dall’idea di scrivere, pur non riuscendoci. Io ho avuto come l’impressione, però, che ciò non sia dipeso dalla mancanza di ambizione o capacità, ma piuttosto dal fatto che, inconsciamente, lui stesso si renda conto di non aver ancora vissuto quel che serve per potersi dire fino in fondo uomo e, dunque, scrittore. Un po’ come Bukowski che, fino a una certa età, quasi non scrive niente, perché si rende conto che gli manca quell’esperienza che fa la differenza. Ecco, le volevo domandare, quanto sia importante aver vissuto, prima di sedersi di fronte alla pagina bianca? 

Anche in questo caso, la domanda è interessante e complicatissima. Già a diciassette anni, avevo un bel bagaglio di esperienze – questo è il senso di God Bless America. Solo che non ero ancora pronto per fare lo scrittore. Il fatto è che per esserlo bisogna iniziare presto, cercando da subito di migliorarsi. E fin da allora, all’inizio dei miei vent’anni, io stavo cercando di scrivere, che lo sapessi o meno e che i miei tentativi (romanzi, opere teatrali, canzoni, racconti) fossero più o meno riusciti. Chiariamolo, per la maggior parte non erano niente di buono. Ma è un percorso del proprio apprendistato che bisogna fare. Come imparare a capire il modo in cui le parole si legano in una frase, sulla pagina. E, perciò, bisogna divorare gli altri scrittori. Imitarli. Rubare da loro. Ma, ehi, al contempo, mentre facevo tutte queste cose, io stavo vivendo e accumulando esperienza. Come faccio ancora oggi, a dirla tutta. E ho dovuto lavorare, fare tanti lavori per poter sopravvivere, cosa che ha accresciuto ancora di più il mio bagaglio. Insomma, lo scrittore si trova a sperimentare su di sé un dilemma non da poco: vivere la sua vita, mentre ha come fine quello di diventare scrittore. Con l’andare del tempo, l’esperienza aumenta e, presumibilmente, si migliora dal punto di vista artistico. Ma, visto che hai citato Bukowski, ti voglio dire che non mi sorprese sapere che anche da giovane stava cercando di piazzare i suoi scritti. In verità, ci ha sempre provato, anche quando diceva di aver abbandonato per un certo periodo la scrittura. Per tutto quel tempo, ha solo lavorato in silenzio per affinare il mestiere. Per farla breve, non è un processo che si può sospendere e poi riprendere. Una volta che è iniziato è iniziato e basta. Ognuno, poi, farà il suo percorso. Diventare bravi richiede il suo tempo. Come avevo precisato all’inizio, rispondere a questa domanda è difficile. Beh, speriamo che tutte le risposte che ti ho dato, in qualche modo, abbiano un senso.

Intervista e traduzione dall’inglese di Matteo Fais

Traduzione in inglese delle domande di Gabriella Montanari

Editing di Luisa Baron

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Okay, guys, we all know: Bukowski was a great writer, perhaps the greatest innovator of the second half of American twentieth century. But, now, enough! Personally, I am fed up with the umpteenth book with which everybody tries to make cash even from the scraps of his production. America is huge, wider than Europe. Is it possible that there is not another author, if not at his level, at least that it is worth reading? Let’s not fuck with each other, of course there is – indeed, of course there are! Because, on the other side of the ocean, they have a lot of badass writers. I think of Dan Fante (the son of John Fante) who in many ways has nothing to envy to his father and the author of Stories of Ordinary Madness. But recently I was amazed, thanks to the advice of my friend translator and publisher Gabriella Montanari, by the discovery of this Mark SaFranko. In Italy, only one of his works is available, Hating Olivia, released by VAGUE Edizioni. Fucking incredible! Direct as a punch in the stomach and as necessary as a beer in the morning, in the stomach of an alcoholic. I ate it and, as soon as I finished, I immediately said: if a son of a bitch who writes so well is not dead, I absolutely have to interview him. Well, don’t worry, it’s still here among us.

Reading your book, Hating Olivia, I had the distinct feeling that you have exactly what it takes to make literature: little desire to indulge in fantasy and much to tell the real life. To be honest, I think fantasy is overrated. Every moron is convinced that he can speak for the African and the New Zealander, even though he lives in Italy and has never been there. Bullshit! That’s why I prefer Americans. I mean: where is the strength of Carver, Bukowski, Dubus and Fante? In describing what they know. What do you think about that?

First of all, thanks for the very interesting questions, Matteo. I’m very happy you enjoyed the novel, which means my translators did a great job! I can’t underestimate how important the translation process is, but that’s a subject for another interview, isn’t it? I suppose the answer to your question is that people have different tastes, judging by the enormous sales generated by the fantasy writers, of which I too am not a fan. It appears the mentality of most readers nowadays is arrested at the age of eleven or twelve, maybe earlier. The so-called «realists» are at a real disadvantage in the marketplace. In many ways, realism is out of fashion nowadays. But I agree with you: that’s what interests me – what I know and my reality. The key of course is to make what you know interesting in a somewhat unique way.

I was very impressed by an aspect, stylistically, of your book: although this is still considerable in terms of the number of pages, it is never artificially lengthened. On the contrary, in Italy, we are full of authors who write hypertrophic and indigestible tomes, in which often, when you get to page fifty, you still find it hard to understand what they are talking about. How important is it to be clear in writing?

For me it is paramount. I too detest «filler». And I am not a fan of prose that does not aim directly at its target. For better or worse, my style was formed by years of working on and off as a journalist for daily newspapers in real old-style city newsrooms. I started in my early twenties. I covered everything from murders to fires to sports and everything in between, including writing obituaries. The task was to get to the heart of the matter quickly. That usually meant a matter of an hour or so, sometimes just minutes when the deadline was tight. There was no time to waste beating around the bush. There was no time to construct a florid style. But that directness does not mean that writing has to be devoid of style, of course. The problem is that in America the critics often mistake gimmicks and flowers for literary talent. The critics are always impressed by pyrotechnics that mostly lead nowhere. Sounds like that might the case in Italy too.

I imagine that as a writer you will have happened so many times to be asked the question «How much is autobiographical in your book?» As a writer too, I always hate it. How do you usually respond?

That’s actually a complicated answer. In the «Max Zajack» novels like Hating Olivia and God Bless America and the others,  I use the fodder of my own existence for the narrative. The events of my life are very close to what’s described in the novel, if not exactly what’s there. The pitfall as I mentioned earlier is that writing about everyday life is boring. So you have to bring many tricks to bear on the material – compression of time, for instance, and pace, and humor, and style, and so forth. The point is that you learn these tricks over the years in order to pull it off. I always say that it’s impossible to write the truth. As soon as the pen collides with paper, it’s false. In fact, in my first two attempts at writing Hating Olivia, I tried to shoehorn every moment of my experience of those years into the novel, and it wasn’t successful. It was when tossed out all of the internal stuff – the real «truth» of the experience – and let events speak for themselves that it began to work. So it’s a paradox.

Your protagonist, Max, for a long time, is obsessed with the idea of writing, even if he doesn’t succeed. I had the impression, however, that this did not depend on the lack of ambition or capacity, but rather on the fact that, unconsciously, he himself realizes that he has not yet lived what it takes to be able to say himself fully man and, therefore, writer. A bit like Bukowski, who until a certain age almost doesn’t write anything, because he realizes that he lacks that experience that makes the difference. Well, I wanted to ask you, how important it is to have lived before sitting in front of the blank page?

This is a very good question, and the answer is, again, very complicated. I already had a wealth of experience of life at the age of 17 – that’s the content of my novel God Bless America. But I wasn’t ready as a writer. And a writer needs to be in a state of development from the beginning. From the outset, my early twenties, I was always trying to write, whether or not I knew what I was doing and whether or not my attempts – at novels, plays, songs, stories, whatever — succeeded. Mostly, they didn’t succeed. But you have to go through that apprenticeship. You have to study how words are put together in a sentence, on the page. You have to devour other writers. You have to imitate them. You have to steal from them. But at the same time I was living. Which, of course, still goes on today. I had to work many, many jobs in order to survive, which was also a huge trough of experience. So the writer is faced with a peculiar dilemma – you have to live your real life at the same time as you are engaged in a writing life. As time goes on, you accumulate more experience of life and – presumably – you get better at being an artist. Since you mention Bukowski, I was not at all surprised to discover that in his early years he was sending his work out all the time. And it appears that he rarely stopped doing that, even when he said he wasn’t writing. He was really working at his craft all along. So I don’t think you just turn the process on and off. Once you’re in, you’re in. And everyone develops at different rates. To be really good takes a long, long time. Like I said, the answer is complicated. And I hope all of these answers make sense.

Interview by Matteo Fais

Questions translation by Gabriella Montanari