“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Ormai non mi sbalordisco più. Leggo su “Poetry”, la mitica rivista fondata da Harriet Monroe nel 1912, che la tizia “è ritenuta uno dei più importanti poeti americani del secondo Novecento”. Non è un giudizio peregrino, isolato. Harold Bloom, il critico-monarca del “Canone occidentale”, nel 1998 cura l’antologia The Best of the Best American Poetry 1988-1997. La scelta è rigorosissima: conta pochi autori, di norma notissimi (tra cui: John Ashbery, Louise Glück, Derek Walcott, Charles Simic, Mark Strand, Charles Wright). Secondo Bloom, l’autentico carisma della poesia statunitense (che nelle sue più alte gemme si è espressa in Walt Whitman, Emily Dickinson, Wallace Stevens e Hart Crane) è la complessità: una lirica, cioè, dotata d’alto ingegno, di vitalità creativa, di volitiva ironia. In tempi – più di venticinque anni fa – di disfatta delle intelligenze, mistificazione della letteratura, al macero del mercato, e cultura col cancellino, l’antologia di Bloom funzionava come i Trecento alle Termopili:
“Culturalmente, intendo, siamo alle Termopili: i multiculturalisti, le orde di militanti affetti dalla mania francofona, le finte femministe, i burocrati, i fanatici del gender e del power, le schiere dei nuovi storicisti e dei vetero materialisti – costoro ci assalgono. Si solleveranno, potremmo essere sopraffatti; le nostre università sono già delle parodie, i nostri giornalisti sono la caricatura dei professori dei cultural studies. Ma ancora per un po’, vi prego, manteniamoci sulle vette, nel reame dell’estetica. Esistono ancora, credetemi, autentiche poesie che dicono l’autenticità degli Stati Uniti”.
E qui Bloom cita la tizia, May Swenson. Secondo lui, è tra i tre grandi poeti americani degli ultimi decenni. (Gli altri due sono Elizabeth Bishop e James Merrill).
Da qui inizia la mia ricerca. Non mi stupisco più, lo ripeto. Mai sentita nominare May Swenson. In Italia è irrintracciabile; esiste un’antica pubblicazione del 1986, Una cosa che ha luogo poesia, curata da Gabriella Morisco per un piccolo editore urbinate, Quattro venti. Fine. Allora, faccio da me.
May Swenson – in realtà: Anna Thilda May – nasce nello Utah, alla fine di maggio del 1913, in un villaggio di Mormoni. I genitori sono svedesi, immigrati; in casa l’inglese è la seconda lingua; May è la prima di dieci fratelli. Il papà è un professore di ingegneria, May si laurea alla Utah University, pratica il giornalismo a Salt Lake City, per poi trasferirsi a New York. Lavora per un decennio presso la New Directions, la mitica casa editrice di James Laughlin. Nelle sue poesie, da subito, una specie di gioia selvaggia nel far deragliare il linguaggio si associa all’esibizione erotica – la Swenson prediligeva le donne –, alla mania per il dettaglio.
La prima raccolta di versi – Another Animal, 1954, stampa Scribner – riscuote critici clamori; negli anni, May fa incetta di premi, tra cui il Bollingen – quello andato, per intenderci, a Ezra Pound, Robert Frost, W.H. Auden, Wallace Stevens e compagnia poetante. La comparano, per estro, alla poesia di E.E. Cummings e di Marianne Moore; per prossimità affettiva e vertigine verbale, è più corretto avvicinarla a Elizabeth Bishop. Con la grande poetessa americana, May Swenson intrattiene un epistolario, dal 1950 fino alla morte della Bishop, nel 1979, che conta oltre 260 lettere. Alla Bishop, tra l’altro, May Swenson dedica un poemetto, Dear Elizabeth, pubblicato sul “New Yorker” nel 1965, di cui possiamo leggere il dattiloscritto digitalizzato dalla Washington University, l’istituto che custodisce la maggior parte dei documenti della poetessa.
Vita votata alla solarità del talento poetico, May Swenson ha tradotto diversi poeti svedesi in inglese, tra cui il premio Nobel Tomas Tranströmer; amava Edgar Allan Poe, ha curato un’edizione di successo delle poesie di Edgar Lee Masters. Il giorno della sua morte, il “New York Times” la definì a Humorous Poet of Cerebral Verse; il giornalista, Richard Bernstein, scrisse che
“A differenza della maggior parte dei poeti contemporanei, May Swenson non credeva nella poesia come maniera della disperazione o elegia tragica. Aveva un talento sensibile alla gioia, alla levità dell’intelligenza. Trasformò le sue minime esperienze quotidiane – una passeggiata sulla neve da poco caduta, la visione di un lago, l’ape che sorseggia il nettare da una rosa gialla – in oggetti d’arte. È stata in grado, come ha scritto un critico, di far vedere ai suoi lettori ciò che fino a un attimo prima avevano a mala pena guardato”.
Dal 1967 la Swenson si ritira a Sea Cliff, un villaggio in Long Island. Lo aveva chiamato “La tana del gheppio”; le piaceva vedere il mare. Nel 2013 fa ingresso tra i grandi: la Library of America pubblica i Collected Poems di May Swenson al numero 239 della gloriosa series. Poco prima di morire aveva scritto che
“Le radici delle poesie migliori sono in larga parte nel subconscio. Giovinezza, ingenuità, fede nell’istinto più che nel metodo, senso di libertà, tensione al gioco sono necessari alla costruzione di una poesia – lo è perfino confidare nel caso”.
Aveva scritto una poesia sulla morte della madre, anni prima, sottilmente crudele. È morta il 4 dicembre del 1989, il giorno in cui è morto mio padre.
***
Che la sua anima possa impinguarsi
La mia piccola tarchiata madre sul desco delle pompe funebri aveva la grazia di un manichino. Il lenzuolo, steso dal mento ai piedi, la faceva magra, alta. La faccia quieta, liscia, esangue, mostrava un lungo sorriso. La testa poggiava su un cuscino: il collo lungo, i capelli ondulati, raccolti. Più tardi, dopo la “visione”, inabissata in quella bara di tulle rosa – un regalo troppo costoso degno di rovinarsi –, vestita con il verde grembiule dell’Eden e un cappellino d’organza, parve rimpicciolire e poi crescere ancora, gialla. Chi le aveva messo gli occhiali con la montatura dorata su quel viso chiuso; chi ha posato la mano sinistra, con l’anello nuziale, sullo stomaco, che pareva scomparso sotto tutto quel pizzo finto?
Prima di morire, il lavoro prediletto di mia madre era la purificazione, un regime prossimo alla fame, per giungere degni all’appuntamento con il Padre, che confondeva – o meglio: fondeva – con nostro padre, in Paradiso ormai da tempo. Ha creduto nel martirio, nella rinuncia continua e feroce, voleva svuotare il corpo perché si rimpolpasse l’anima. Al momento della sua morte, il vento scatenò con rovina la sua forza. Gola e retto cantavano insieme, in galvanico spasmo, un sibilo di estasi. Poi fu il crollo, rettilineo. Gambe e braccia spalancate come quella santa spagnola appesa a una croce per le caviglie; la bocca aperta in una oscura O. Ora la sua vigorosa anima sfrecciava, libera. Presso le pompe funebri, intanto, lei riposava, ringiovanita, fresca, trionfante e con un lungo sorriso.
*
Che la terra sia il tuo palco
Sotto la cupola celeste ricordati, mentre cammini tra androni di nubi, lungo navate di luce solare o attraverso cortine di siepi puro verde acquazzone che cammini nel mondo tacchi alti, manto che turbina mano sull’elsa del tuo spadaccino orgoglio: leva alta la testa e che la vita ti spaventi
Entra ogni giorno con il tuo passo su questo palco illuminato, elevati in alto come una fiamma acutizza le narici fai crepitare gli occhi fino all’agonia, alla razzia
Allena le mani come falchi; rapace o rapito muovi il corpo come una muta di cavalli che spazza dirupi e praterie con i suoi miseri zoccoli: le criniere in fuga la severità delle membra.
Che la terra sia la tua stanza il pavimento tappezzato di raggi stellari; afferra l’argenteo vento e prendi spazio: è il tuo turno, danza
*
Notte, bosco
Gufo-binocolo sorretto su un arto tutta la notte come una lanterna,
osserva dove tutti gli altri uccelli dormono: il passero sotto una milizia di foglie, la cincia nell’abisso
del cespuglio, il fringuello vampiro aggrappato al leporino del legno, il tordo tra le canne
la rondine ronza nel salice il picchio trema nella quercia – non riesce a vedere il povero succiacapre
sotto la collina in un cimitero di bronchi: è ancora sveglio l’occhio sbarrato
scorticato dalla luna il petto felino ripete, ripete, ripete il suo inno alla crudeltà.
*
Dormire con il boa
Le insegno come abbracciarmi ma è troppo piccola ma quel che è peggio è che non capisce. E anche se giace al mio fianco, sgancia la lingua per leccare se stessa.
La piace che la mia mano la accarezzi. E si lascia baciare. Ma quando le dico: “Ora fallo a me, così” indietreggia, sibila.
Cosa agita la sua piccola mente? Salta giù dal letto si mostra di spalle per rannicchiarsi sul tappeto. Le imploro di tornare. Tentenna poi si nasconde
sotto le coperte. Gioca con i miei piedi! “Oh, Boa, torna qui, sii dolce, sdraiati contro di me, sono generosa e calda. Sistema qui la tua tana. Non artigliare, non mordermi, resta con me stanotte”. Forse acconsente, infine mugola.
Le sue profonde pupille s’infossano nelle mie: sguardo pari al diluvio… Ma non è la mia effige. Nient’affatto. E quel che è peggio, è troppo piccola.
*
Figura d’acqua
Nello stagno del parco tutto raddoppia: i palazzi pendono e si dimenano, delicati. I camini sono gambe piegate che si inchinano alle nubi. La bandiera scodinzola come un amo gettato in cielo.
Il ponte, arcuato, in pietra, è un occhio: la palpebra infierisce nell’acqua. Nella sua orbita, teste aggrovigliate con capelli che non cadono. I cani passano, abbaiano, di schiena. Un bambino getta cibo alle anatre: penzola a testa sotto, il palloncino rosa pare un boa.
Le cime degli alberi spargono una nebulosa di fiori di ciliegio: gli uccelli volano a pancia in su nella conca di vetro di una collina; in fondo, una vigna di bimbi sgranocchia noccioline: sospesi sulle loro scarpe da ginnastica, vacillano.
Un cigno forma con due colli la figura del 3, si muove tra le fosse delle torri raddoppiate. Sibila mentre si bacia e tutta la scena è un bel problema: schegge di finestre d’acqua, gomitolo di rami il ponte che si piega a ventaglio.
*
Versi di quattro parole
Aggiusti i tuoi occhi come api e io mi sento un fiore. Il loro bruno potere mette una brezza sulla mia pelle. Le ciglia si abbassano, si alzano come un ronzio cupo di gambe; lo sguardo punge gli occhi velati. Vorrei che ci insinuassimo in qualche ombra che nessun altro sciame conosce. Sono un fiore, respiro nuda, aperta agli sguardi caldi delle tue api. Voglio che tu mi guadi per cogliere con la nera fama delle api, il dolce scintillio che ho chiamato profondità.
*
La forma della morte
Che cos’è l’amore? Sappiamo la forma della morte. La morte è una nuvola, immensa, magnifica. All’inizio un coperchio si solleva dall’occhio della luce: accade l’applauso sonoro, il bianco fiore
germoglia dall’osso dello spavento un colonnato di nubi che muta dal bianco al grigio come un cervello, mostruoso, che scoppia e arde, poi diventa nero, malato, e dilaga e riempie il cielo di ceneri di orrore;
poi si avvolge, tra il nitido mare e la luna, cranio verde della terra. Intrappolato nel bozzolo, dal respiro che soffoca sappiamo la forma della morte: la morte è una nuvola.
Che cos’è l’amore? Una particella, una stella – del tutto invisibile, non si lascia avvistare dai microscopi. Inimmaginata dimensione, oltre il getto della speranza. È un mondo lontano e giusto che mai
oseremmo scoprire. Qual è il suo colore, la sua alchimia? È un gioiello della terra, possiamo scovarlo scavando? È stato dragato dal mare? Possiamo acquistarlo? Si può seminare? È bestia refrattaria, difficile da catturare?
La morte è una nuvola, immensa, un sonoro applauso. L’amore è piccolo e non fa rumore. Nidifica all’interno di ogni cellula, non può essere diviso.
È raggio e seme, nota e parola moto segreto dell’aria e del sangue. Non ci è alieno e non è prossimo: è la nostra stessa pelle – involucro che ci serba puri dalla paura.