12 Giugno 2020

“Io credo soltanto in ciò che è attivo, immediato, personale”. Ti scopre, ti schianta, ti denuda nella tua mediocrità: su Henry Miller, 40 anni dopo

Quest’uomo mi conosce, quest’uomo mi segue, mi perseguita. Quest’uomo sa. Sa di me come donna, sa di me come femmina, quest’uomo respira con me, è accanto a me, mi annusa, il mio odore gli piace. Nessuno come lui sa prendermi, sorprendermi, quest’uomo sa possedermi. Nessuna mano se non la sua sa mettersi tra le mie gambe, le sue dita mi entrano dentro, sanno come muoversi e quanto, la mia voglia le impregna. Nessun umore è uguale e viscido, niente in letteratura eccelle quanto scrivere di quel misto di aspro e di sporco. È dei miei sapori interni che quest’uomo ha fame. Io gli servo. Io che quest’uomo non lo conosco. Mai visto in vita mia.

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Mai visto, non ho potuto, non ne ho avuto il tempo, è morto 40 anni fa, e a 88 anni. Fernanda Pivano lamenta che Henry Miller è morto troppo presto, lui che era, ed è, troppa vita, lui che dirompe di vita. E la vita ma quando è felice, la vita come la vuoi e non la vivi, non ci riesci, non la abbracci, se non per brevi momenti. Tra un orgasmo e l’altro. La vita di Miller sono le pagine dei suoi libri, libri che sono diari, diari che sono ricordi, e ricordi di un tempo… lontano. Miller per strada, a Parigi, o in America, a New York, negli anni Trenta del secolo scorso: che sorso vitale, che sollievo scoprire che mentre in Occidente si slittava sul ghiaccio post 1929, eccolo, un uomo, lui, Henry Miller, lì per le strade sbertucciate, buie, livide, strade sempre diverse, e sempre le stesse, fatte a incavo, solco che è seno, è sesso di una donna, quale donna, Mona, no, è Mara, o è quella lì che batte, quella col sesso il più lurido, la più vacca che Dio ha messo in terra, e quale Dio, se non quello da bestemmiare nei Tropici?

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La prima bestemmia scritta, la più infame, impronunciabile, la peggiore, quella di due parole, una che inizia con P e l’altra con D, quella scappata al primo degli uomini, a Adamo, anche se la Bibbia non lo dice, stai pur sicuro che non è stato Miller a scriverla, e però io a leggerla per la prima volta con lui. Vederla lì, e sapere che puoi, letteralmente imprecare e renderlo letterariamente valido. Farlo, chi te lo impedisce, Dio, il governo, la morale, la censura, quale Dio, quale governo, quale morale, quale censura, la morale c’è se tu hai, vuoi moralità. La moralità è la tua, non la mia. Lo puoi fare, puoi bestemmiare, al Cielo e sulla pagina scritta, come su pagina puoi scrivere di sesso, di quello che il tuo corpo è e quello che del tuo corpo un altro fa. Incredibile, leggere le pagine culturali di 80 anni fa e sapere Miller accusato di ricercare il successo tramite la pornografia, mezzo scemamente ritenuto il più facile per la fama. Davvero? Davvero è così scontato, naturale scrivere porno? Ma allora fallo, tu, fatelo, tutti, e a tutti bravi, e a tutti applausi. Veramente lo pensi possibile? Credimi, io lo so. Io so che dannazione è la parola sesso scritta. Non è tua amica, non è tua complice, è imbroglio, è condanna, è vomito che ti sale dallo stomaco e passa e non lo freni, esce dalla tua bocca e ti si imprime lì. Sul foglio bianco. E tu lo devi fissare, e spalmare, mescolare, poi leccare. Ingoiare e cacare. O vomitarlo di nuovo. Si ricomincia. Fissa, spalma, mescola…

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Stare dentro una donna, un corpo, il corpo di una donna, dentro col pene, no, col pensiero, come se fosse importante, come se uno, dieci, mille sessi maschili che ti entrano e escono, fossero importanti. Valessero. Fossero amore, un sentimento, quando in realtà sono niente. Lo zero assoluto. Oh, beh, qualche volta, un pene dentro ti fa bene, ti fa godere, saziare no, saziare mai, non è possibile, ma tu, che ne sai, quando vedi, senti, la tua donna contorcersi, come se fosse vero, come se fossi tu a farla contorcere, e non quello che lei sta sognando, volendo sul serio dentro di lei immaginato nella sua mente, pensieri che della tua donna non potrai mai controllare, dove diavolo sta, in Sexus, un Tropico, dov’è che Miller nella sua donna sì entra dentro, ma dentro con la testa nelle natiche di lei, Miller che vi combacia, associa, dissocia il piacere supremo che quello squarcio dà, con quello a cui la natura lo ha pur destinato, quei grossi proiettili marroni, in quelle pagine di Miller pallottoline da coniglio. Letteratura escrementizia. Può il sesso di una donna, il delirio, il creduto possesso farti abbaiare, che dico, guaire, e in quell’incanto regalarti di un libro la chiusa?

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Su Henry Miller ne hanno dette e scritte, George Orwell gli rimproverava di non essere uno scrittore impegnato, ma un menefreghista della politica, e dei destini del mondo. Come se cambiarlo, questo mondo, fosse possibile. Come se una sc*pata non valesse di più. O di meno. “Non voglio portare né una camicia nera, né una camicia rossa: voglio portare la camicia che mi pare”, diceva Henry Miller a Nanda Pivano, “io credo soltanto in ciò che è attivo, immediato, personale”. Miller non fa incaz*are per la sua insuperabile bravura, Miller ti fa incaz*are perché ti scopre, ti denuda nella mia, la tua mediocrità. Lui scrive e ti parla in prima persona ma è nelle sue frasi le più turpi, che tu vivi. Quelle gesta, sono le tue. Quei pensieri di Henry Miller immondi, li hai pensati, li pensi, li penserai pure tu. Quei soldi rubati, a un funerale, davanti al cadavere di uno dei tuoi migliori amici in realtà mai stato tale, perché mai te ne è importato qualcosa, quei 20 dollari sgraffignati… li hai rubati tu. Per andare a p*ttane alla faccia di tua moglie, madre dei tuoi figli, che ancora ti sc*pi di tanto in tanto, in mancanza di meglio. Mentre già sbavi di sbatterti la donna del tuo amico morto. A chi la vuoi raccontare? Quando quello che abbiamo tra le gambe si mette a pensare, non c’è alt, non c’è arresto. Quel pensiero non ti porta in nessun posto, ti porta dappertutto.

Barbara Costa

*Bibliografia minima: Fernanda Pivano, La balena bianca e altri miti, Il Saggiatore, 1995.

**In copertina: Henry Miller nel 1950 (la fotografia è tratta da qui)