È una “scia d’argento” la vita degli uomini… Sulla scrittura di Luc Dietrich
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Livia Di Vona
È morto il maestrone. Francesco Guccini se ne è andato lo scorso 6 agosto e io per un po’ non ho saputo cosa dire. Mi sembrava così squallido questo tirare per la giacca i morti, e peggio ancora mi pare il perpetuo distribuire patentini di consonanza ideologica tra artisti e ascoltatori (specie se si tratta, in quest’ultimo caso, di politici). Insomma, a farmi senso era il senso del possesso che fu prealessandrino manifestato da qualche inscalfibile detentore della verità cogl’artigli conficcati nella carcassa del maestrone.
Guccini è entrato nella mia vita che avevo diciott’anni mentre per qualche stupida ragione ero innamorato. Ovviamente era estate. Poi mi è rimasto addosso come quell’amico un po’ ingombrante che si ha vergogna a scarrozzarsi in pubblico: quindi lo si ascoltava in camera o in auto durante i viaggi un po’ più lunghi, o quando si tornava da Milano la sera, per cantare e combattere il sonno, oppure in compagnia di amici selezionati. Ricordo che all’inizio dell’università una ragazza bellissima che avevo visto un paio di volte mi disse che avremmo dovuto assolutamente trovarci da lei per una sessione serale di Guccini non-stop. Inutile dire che l’appuntamento decadde tristemente e quella serata non avvenne mai. Ma oltre alle scopate virtuali (molto gucciniane), Guccini era per me motivo di scandalo ai tempi della mia giovanile militanza politica. A destra un comunista non si può ascoltare, ma, alla fine, è quello che fanno tutti.
Durante questo mese di lutto all’italiana, si è fatto a gara per raccontare quanto si sia stati ispirati dal Guccio: c’è chi scrive poesie o canzoni pensando a lui (Dio ce ne scampi e liberi), chi ha iniziato a far politica con la Locomotiva in testa (peggio mi sento), chi ha intravisto una sua forse-mezza-natica per strada o in un’osteria, già ottenebrati dai fumi dell’alcol. Io penso che ci saremmo stati sul cazzo a vicenda, e ringrazio Dio di non avermelo fatto incontrare, o forse ci saremo presi a cazzotti, o per lo meno insultati pesantemente.
Ben più interessante della canzone politica gucciniana – che poi sarebbe quella che ancora oggi, chissà perché, interessa di più i nostalgici ascoltatori del maestrone – mi è sempre sembrata la canzone dal respiro più narrativo, direi epico. La tensione all’epos, in definitiva, è ciò che ha reso Guccini un poeta prima che un cantante o un cantautore. Una sorta di trovatore, un cantastorie, un cantagallo: un cantore, insomma, nella forma che precede la categoria novecentesca del cantautore. Guccini elabora un epos tutto rivolto all’homo cotidianus e al suo pane quotidiano, certamente non eucaristico, ma poco ci manca a formulare quella sacralità che Paolo VI – papa e santo – constatò in Dio è morto, ironicamente tacciata in Italia di blasfemia ma passata dalla radio vaticana per il suo lodevole messaggio anti-nichilista.
Si badi che a emergere dalla canzone di Guccini non è l’esaltazione dell’uomo qualunque, ma l’epicità dell’uomo quotidiano. La quotidianità non va confusa con il qualunquismo: il barbone, il vecchio anarchico, il padre, il nonno, l’oste, il ferroviere, il partigiano, il ragazzo di provincia, il professore, il cantastorie non sono il prodotto della casualità ma la conversione dell’archetipo e quindi la formulazione di una mitologia. Dire che «gli eroi son tutti giovani e belli» è, nel concreto, un’assurdità talmente plateale che è la restante produzione testuale di Guccini stesso a smentirla – anzi, a stroncarla sul nascere. Tanto che, ben più del giovane ventenne lanciato a bomba contro l’ingiustizia, ad aver fascino epico sono personaggi apparentemente insulsi, materia da osteria, macchiette da ombra di vino – così pure gli eroi estrapolati dall’epos preesistente sono tutt’altro che testimonianze di kalokagathia: Cirano è un nasone impertinente, burbero e testardo; Chisciotte un vecchio pazzo innamorato di una puttana.

Quel suo incedere sornione e beffardo, la risatina alcolica, l’ironia sprezzante non sempre raffinata ma sempre affilata: Guccini è un aedo da cloaca maxima, da osteria lurida, festosa, poco più che fievolmente illuminata. È poi, ancor più importante, aedo della provincia profonda. Alle città, ad esempio, più o meno grandi – da Istanbul a Venezia passando per Bologna – guarda con gli occhi del fanciullo di provincia che alla frenesia metropolitana preferisce i ritmi sinuosi della poesia. Le vicende – tanto care alla letteratura di sinistra – di dipendenti alienati e operai militanti, vengono rimpiazzate da Guccini (che tutto sommato resta un socialista padano) con enormi amorucoli di frontiera, di soglia, di fermata, di autogrill.
Ma mi pare che il caso più lampante della portata epica di Guccini sia rappresentata da una canzone relativamente poco entusiasmante. Quando mio padre scoprì che avevo cominciato ad ascoltare alcune canzoni di Guccini (a quell’età si ascoltano le canzoni d’amore come Vorrei e Quattro stracci, che infatti erano le mie preferite, e quelle ‘politiche’ e più idealiste come Don Chisciotte e Cirano), volle farmi sentire Il vecchio e il bambino. Probabilmente anche lui non la ascoltava da tempo, perché la ricordava più entusiasmante. La canzone racconta il viaggio di un vecchio e un bambino attraverso una piana desolata, un paesaggio quasi post apocalittico dominato da polvere rossa e torri di fumo. Il vecchio, piangendo, ricorda un passato in cui quella stessa pianura era fertile, verde e piena di alberi, fiori, animali, pioggia e vita umana. Cerca di trasmettere al bambino l’immagine di quel mondo scomparso, ma il bambino, che non l’ha mai conosciuto, non riesce a distinguerlo dalla fantasia: «Mi piaccion le fiabe, raccontane altre».

Ultimamente ho riascoltato Il vecchio e il bambino e mi è venuta in mente la poesia di Francis Thompson The poppy (Il papavero). Il papavero di Thompson corrisponde all’iconografia tradizionale di caducità e fragilità del tempo e della memoria. Un uomo e una bambina camminano insieme al crepuscolo, tenendosi per mano: fra loro stanno, invisibili, vent’anni di distanza. La bambina gli offre un papavero — un nomade stremato, cotto dal sole — con la naturalezza dell’infanzia. L’uomo, invece, vi riconosce immediatamente la precarietà dell’amore, della giovinezza e della vita. Nel finale Thompson affida alla poesia stessa la possibilità di sottrarre qualcosa alla distruzione del tempo: ciò che la vita consuma può sopravvivere nella rima e nel ricordo.
“Il fiore del sonno culla la testa sul grano:
la testa gravida di sogni, come il grano di pane.
Il mietitore falcia il granturco e il nomade scottato dal sole.
Il Tempo falcia il mietitore.
Appendo fra gli uomini la mia inutile testa.
Il mio frutto i sogni. Il loro, il pane.
Uomini buoni e il nomade adombrato dal sole
mieterà il Tempo. Ma dopo il mietitore,
il mondo falcerà il dormiente: me.
Amore! Amore! Il tuo fiore di sogni appassiti
nei miei versi giace sicuro
riparato e rinchiuso in un angolo di rima
dal mietitore uomo e dal suo mietitore Tempo.
Io cado, amore! Cado tra le unghie del Tempo
ma si salva nei miei versi
tutto ciò che il mondo sa di me:
i miei sogni appassiti.”
(Francis Thompson, Il papavero, da Primo alfabeto stellare, Magog 2026)
Questa specifica poesia era cara a Cormac McCarthy, che ne riporta un verso nei suoi appunti, conservati presso le Wittliff Collections e studiati da Michael Lynn Crews in Books are made out of books, l’accuratissima guida all’intertestualità mccarthiana. In particolare, la poesia è citata tra le note relative a Suttree – parliamo dunque del decennio 1975-1985 tra la stesura e la pubblicazione di quello che è considerato l’opus magnus di McCarthy. Ma dello scrittore americano è certamente più noto al grande pubblico The road, “La strada”, uscito nel 2006 e premiato l’anno seguente con il Pulitzer (sia mai che a un così immenso autore venga conferito un Nobel). Nel romanzo, un uomo e il figlio attraversano la landa desolata degli States, colpiti da una catastrofe non meglio precisata. La vegetazione è quasi scomparsa, il cielo è oscurato dalla cenere, le città sono ridotte a rovine e i pochi esseri umani rimasti sono spesso diventati predatori e cannibali. Padre e figlio procedono verso sud, spingendo un carrello con le poche cose che possiedono, mentre il padre cerca soprattutto di trasmettere al bambino una ragione per continuare a vivere: sono i ‘buoni’ perché sono quelli che «portano il fuoco».
Un sottile filo poetico — epico, ma anche profondamente lirico — unisce non tanto la qualità stilistica né tantomeno il valore autoriale dei tre, bensì il comune senso di trasmissione della bellezza, della giustizia. In scenari diversi, tutti apparentemente affaticati dalla realtà circostante, Guccini, Thompson e McCarthy indicano la tradizione – nel suo significato più puro – come cardine irrinunciabile di una società che vuole immaginare che, anche dopo il crepuscolo, ci sia il sole.
Giulio Solzi Gaboardi
*
Francesco Guccini, Il vecchio e il bambino
Un vecchio e un bambino si preser per mano
E andarono insieme incontro alla sera
La polvere rossa si alzava lontano
E il sole brillava di luce non vera
L’immensa pianura sembrava arrivare
Fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
E tutto d’intorno non c’era nessuno
Solo il tetro contorno di torri di fumo
I due camminavano, il giorno cadeva
Il vecchio parlava e piano piangeva
Con l’anima assente, con gli occhi bagnati
Seguiva il ricordo di miti passati
I vecchi subiscon le ingiurie degli anni
Non sanno distinguere il vero dai sogni
I vecchi non sanno, nel loro pensiero
Distinguer nei sogni il falso dal vero
E il vecchio diceva, guardando lontano
“Immagina questo coperto di grano
Immagina i frutti e immagina i fiori
E pensa alle voci e pensa ai colori
E in questa pianura, fin dove si perde
Crescevano gli alberi e tutto era verde
Cadeva la pioggia, segnavano i soli
Il ritmo dell’uomo e delle stagioni”
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste
E gli occhi guardavano cose mai viste
E poi disse al vecchio con voce sognante
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre”