07 Settembre 2026

“Ti dono l’illimitato”. In memoria di Wendell Berry, il poeta contadino

L’amore, l’unica economia che non divide ma moltiplica. 

È quest’idea, se dovessi condensarlo in una frase, quello che mi sembra il lascito più importante di Wendell Berry – da pochi giorni passato all’altra riva dopo una vita lunga e feconda – al suo tempo e a quello a venire. O meglio: quest’idea e la grazia della poesia in cui tale lascito è andato incarnandosi.

Poeta contadino e cristiano sui generis, Berry ha infatti anticipato con la sua vita e il suo lavoro quell’attenzione all’ecologia integrale venuta di moda con la lezione di Francesco I ma ben presente già nelle parole del predecessore Benedetto XVI o, sul versante ortodosso, in quelle del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I – così insistente nella cura del Creato da meritarsi l’appellativo di «patriarca verde». Ecologia integrale, va sottolineato una volta di più, perché niente affatto rivolta a un culto della natura contro l’umano, ma tesa al contrario a una necessaria integrazione di umano e cosmico, cielo e terra, sangue e pensiero.

Ed è questa concezione di ecologia, questo intreccio di economia – intesa nella sua etimologia di «governo della casa» – e di amore, che fonda e nutre fin dalle radici l’opera di Berry. Nessun sentimentalismo, nessuna istintività, nessun mito del buon selvaggio. Al contrario, verità nuda e selvatica, durezza petrosa e dolcezza del guadagno faticato. A discriminare, perché un amore che non voglia essere vago sentimento discrimina, è la dicotomia tra chi nutre (nurturer) e chi sfrutta (exploiter). Una dicotomia che non è tuttavia soltanto tra me e te, ma prima di tutto tra me e me, tra ciò che desidero e come lo desidero:

I termini sfruttamento e nutrimento, d’altro canto, descrivono una divisione non soltanto tra le persone ma anche nelle persone. Siamo tutti in qualche modo il prodotto di una società sfruttatrice e sarebbe sciocco e autoingannevole pretendere di non portarne lo stampo.

Wendell Berry (1934-2026)

Sono parole, queste, che Berry scrive al principio degli anni Settanta in un saggio, The Unsettling of America (1977), entusiasmante per freschezza, rigore e consequenzialità tra pensiero e parola – tra parola e visione del mondo. Ma quel che più affascina non è la coerenza deduttiva di un’azione da un pensiero, quanto il suo opposto: la formulazione di un pensiero stringente dall’osservazione del darsi delle cose. Ed ecco allora che la cura dell’habitat si rivela non come una questione etica, ma come una questione ontologica – religiosa –, indissolubilmente legata alla cura di sé:

La questione dei limiti umani, di una definizione e di un posizionamento adeguati dell’essere umano nell’ordine della Creazione, poggia in fondo sulla nostra attitudine verso l’esistenza biologica, la vita del corpo in questo mondo. Che valore e rispetto diamo ai nostri corpi? Come li usiamo? Che rapporto vediamo – se ne vediamo uno – tra corpo e mente o tra corpo e anima? Che nesso o responsabilità affermiamo tra i nostri corpi e la terra? Sono domande religiose, ovviamente, perché i nostri corpi sono parte della Creazione e ci coinvolgono in tutte le pieghe del mistero. Ma sono anche domande agricole, perché per quanto sia urbanizzata la nostra vita, i nostri corpi vivono di agricoltura; veniamo dalla terra e in essa ritorniamo, così viviamo nell’agricoltura come viviamo nella carne. Finché viviamo i nostri corpi sono particelle mobili della terra, unite in modo inscindibile sia al suolo, sia ai corpi degli altri esseri viventi. Non è sorprendente, quindi, che ci siano delle profonde somiglianze tra il modo in cui trattiamo i nostri corpi e quello in cui trattiamo la terra.

E se il modo di trattare il nostro corpo definisce in qualche modo il nostro rapporto con l’essere, tanto più ne sarà specchio anche il modo di trattare i corpi altrui: nutrimento o sfruttamento, quel che vale per la terra, vale anche tra uomo e donna.

La divisione dell’energia sessuale dalle funzioni domestiche e dalla comunità che dovrebbe onorare è analoga a quell’altra divisione moderna tra la fame e la terra. Laddove non è più alleato per analogia e prossimità alla disciplina del nutrimento che lega il focolare ai cicli della fertilità e alle stagioni, alla vita e alla morte, allora l’amore sessuale perde la sua forza simbolica e rituale, la sua profonda solennità e la sua gioia più alta. Esso perde il senso della conseguenza e della responsabilità. Diventa “autonomo”, da valutare soltanto in sé, poi frivolo, poi distruttivo – anche di se stesso. Quanti parlano del sesso come “svago”, pensando di rivendicare per esso “un nuovo posto”, non fanno altro che riconoscerne la rimozione dalla Creazione.

È una questione di autocoscienza: se siamo creati, siamo ultimamente indisponibili a noi stessi e abbiamo un posto nella Creazione, che a noi tocca “soltanto” scoprire. Se non c’è creato né creatore, invece, eccoci a rotolare in un universo sempre più freddo e sordo, a sgomitare e violentare per inventare un senso, per creare da noi – a scapito di chiunque ci si pari davanti – il nostro posto nel mondo. Ed ecco allora che anche l’amore, se non inscritto in questa prospettiva cosmica, al di là delle migliori intenzioni non può farsi che sopraffazione, violenza sorda, sconfitta vitalista.

L’isolamento della sessualità la rende soggetta a due influenze che la ipersemplificano: la leggenda del romanticismo sessuale e l’economia capitalista. Per “romanticismo sessuale” intendo la sentimentalizzazione dell’amore sessuale che per generazioni è avvenuta a opera di canti popolari e racconti. […] Credendo queste cose, una giovane coppia non potrebbe essere esposta più crudelmente alle abrasioni dell’esperienza – o meglio, preparata all’esperienza del matrimonio come a un’altra di quelle tristi e ironiche competizioni moderne in cui la vittoria di uno è la sconfitta di entrambi.

L’armonia in sé, tra sé e con il Creato in luogo della competizione che esaspera e lacera la coppia; uno sguardo non rivolto l’uno verso l’altro ma posato insieme verso un punto terzo; la compagnia l’uno per l’altro alla vocazione strettamente personale della vita. Questa l’idea agricola dell’amore di Berry: un’economia circolare che donando moltiplica e che prendendo non calcola. Un’economia del bene e della gratitudine che negli stessi anni in cui vede la luce The Unsettling of America, trova la sua espressione più luminosa nei versi di The Country of Marriage (1973), una meditazione grata sul matrimonio e sull’eredità del sangue e dello spirito in cui amore e mistero si legano nel nutrimento reciproco del conoscersi e del conoscere, nel segno di un «amore che discrimina», che per amare tutti e tutto chiede di donarsi per sempre a uno solo. Senza fondo, senza calcolo, senza meschini do ut des – con davanti soltanto il cosmo tutto intero.

Il nostro vincolo non è una piccola economia di scambio –
il mio amore per il tuo, il mio lavoro, tanto per tanto 
da un fondo disponibile. Noi non sappiamo quale sia il suo limite – 
e questo lo fa oscuro. Insieme siamo più di quello che sappiamo, 
in che altro modo potremmo continuare 
a scoprirci più di quello che pensiamo?
Tu sei la strada nota che sempre conduce all’ignoto,
il luogo noto a cui l’ignoto sempre mi riporta. 

Daniele Gigli

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Piccola antologia da The Country of Marriage e The Unsettling of America

Ti sogno che cammini nella notte tra i ruscelli
della terra dove nacqui, fiori caldi e i canti 
degli uccelli che si aprono al tuo fianco mentre passi.
Tu porti in corpo il seme oscuro del mio sonno.

(The Country of Marriage, 1)

***

Il nostro vincolo non è una piccola economia di scambio –
il mio amore per il tuo, il mio lavoro, tanto per tanto 
da un fondo disponibile. Noi non sappiamo quale sia il suo limite – 
e questo lo fa oscuro. Insieme siamo più di quello che sappiamo, 
in che altro modo potremmo continuare 
a scoprirci più di quello che pensiamo?
Tu sei la strada nota che sempre conduce all’ignoto,
il luogo noto a cui l’ignoto sempre mi riporta. 
Più benedetto in te di quel che so,
non ho nulla all’altezza da donarti, nulla
che non si faccia piccolo nel dire lo posseggo.
Persino un’ora d’amore è un insegnamento morale, una benedizione
di cui a fatica un uomo è degno. Si può soltanto accettarla, 
come una pianta accetta dalla munificenza della luce
quanto le serve a vivere, poi accetta il buio
e torna senza vincoli alla terra – come io
per il mio grande desiderio più e più volte, inerme,
sono caduto in seno alle tue braccia.

(The Country of Marriage, 5)

***

Quello che imparo a darti è la mia morte,
per farti libera da me e me da me stesso –
nel buio e in nuova luce. Come l’acqua
di un corso profondo, l’amore è sempre troppo. Non
siamo noi a farlo. Anche se beviamo fino a scoppiare
non possiamo averlo tutto – e nemmeno volerlo.
È nella sua abbondanza che vive la nostra sete.
La sera veniamo giù a riva
per berne a sazietà, e dormiamo, mentre
scorre nelle regioni del buio.
Non ci trattiene, se non che torniamo e torniamo
assetati alle sue acque ricche. Entriamo,
volendo morire, compagni nella sua gioia.

(The Country of Marriage, 6)

***

Ti dono l’illimitato, passando di ombra in ombra,
ricolmo di ombra: una notte di pioggia, un primo mattino.
Ti dono la vita che ho ammesso vivesse in tuo amore:
un ciuffo di sterpi d’arancio in fiore per la strada,
l’orto acerbo che attende nella neve, la nostra stessa vita
piantata in questa terra, come io
ho piantato in te la mia. Ti dono il mio amore per tutte
le donne più belle e più oneste che in te racchiudi
ancora e ancora, e soddisfi – e questa poesia,
non più mia di ogni altro che abbia mai amato una donna.

(The Country of Marriage, 7)

***

«… non è troppo presto per provvedere con ogni
mezzo possibile affinché il minor numero possibile di persone
rimanga senza un piccolo appezzamento di terra. I piccoli
proprietari terrieri sono la parte più preziosa di uno Stato». 

Jefferson al reverendo James Madison, 28 ottobre 1785

Questa è la vena luminosa che ci tiene sani, quello che ci separa dall’inizio: 
la terra sotto i piedi a sostenerci se ci alziamo, 
liberi nella grande comunione dei liberi. 
È una visione che continua a rischiarare la mia mente, 
una finestra dall’oscurità sull’orizzonte.

II

Essere sani in un tempo di pazzi fa male al cervello, 
ma più ancora al cuore. 
Il mondo è una visione sacra, se avessimo chiarezza per vederlo – 
chiarezza che un uomo dipende da un uomo,
che dipende da un uomo creare.

III

È dal denaro ignorante che mi dichiaro libero, 
dal denaro grasso che si sogna nei suoi accumuli 
e che ci spinge nelle strade dell’assenza, 
che abbandona gli alberi dei pascoli 
nella lingua deserta delle banche.

IV

E mi dichiaro libero dall’amore ignorante. 
Voi, facili ad amare e a perdonare l’umanità, fatevi indietro! 
Vi amerò a distanza, e non perché lo meritate. 
Il mio amore è amore che discrimina –
che ne ha bisogno, per portarne il peso.

(The Mad Farmer Manifesto: The First Amendment)

***

A cavallo di domenica mattina,
finito il raccolto, gustiamo cachi
e uva selvatica, il dolce acuminato
di fine estate. Nel labirinto che fa il tempo
su campi autunnali diciamo i nomi
di chi è andato ad occidente, nomi
che riposano nelle fosse. Apriamo
un seme di caco per vedervi l’albero
che vi dimora delicato,
in promessa nel midollo del seme.
Sopra di noi appaiono le oche,
passano e si chiude il cielo. L’abbandono,
come nel sonno e nell’amore, le tiene
sulla strada, chiare,
nella fede antica: quello che ci serve
è qui. E noi preghiamo, non
per una nuova terra o un paradiso, ma per stare
quieti in cuore, e nell’occhio
chiari. Quello che ci serve è qui.

(Wild Geese)

***

Conosciamo la concezione di vita non-integrale del nostro tempo come una cattedrale smembrata, non vivendo più i diversi aspetti della cultura gli uni in riferimento agli altri né nella disciplina di una qualche comprensione della loro unità. Si può anche intenderla, e così i suoi strappi più immediatamente sentiti, come un focolare smembrato. Senza un focolare – non solo come ideale unificante, ma come circostanza pratica di mutua dipendenza e obbligazione, che richiede mestiere, disciplina morale e lavoro – marito e moglie trovano sempre meno possibile immaginare e mettere in atto il proprio matrimonio. Senza granché in particolare che possano fare l’uno per l’altro, hanno scarse ragioni pratiche per stare insieme. Possono «amare l’uno la compagnia dell’altro», ma questa è una ragione per l’amicizia, non per il matrimonio. A parte l’affetto per gli eventuali figli che possono avere e gli astratti obblighi legali reciproci, la loro unione viene rafforzata soltanto dall’energia sessuale.

Forse la più pericolosa, certo la più immediatamente dolorosa, conseguenza della disintegrazione del focolare è questo isolamento della sessualità. La divisione dell’energia sessuale dalle funzioni domestiche e dalla comunità che dovrebbe onorare è analoga a quell’altra divisione moderna tra la fame e la terra. Laddove non è più alleato per analogia e prossimità alla disciplina del nutrimento che lega il focolare ai cicli della fertilità e alle stagioni, alla vita e alla morte, allora l’amore sessuale perde la sua forza simbolica e rituale, la sua profonda solennità e la sua gioia più alta. Esso perde il senso della conseguenza e della responsabilità. Diventa “autonomo”, da valutare soltanto in sé, poi frivolo, poi distruttivo – anche di se stesso. Quanti parlano del sesso come “svago”, pensando di rivendicare per esso “un nuovo posto”, non fanno altro che riconoscerne la rimozione dalla Creazione.

L’isolamento della sessualità la rende soggetta a due influenze che la ipersemplificano: la leggenda del romanticismo sessuale e l’economia capitalista. Per “romanticismo sessuale” intendo la sentimentalizzazione dell’amore sessuale che per generazioni è avvenuta a opera di canti popolari e racconti. Attraverso di essi, i giovani sono stati educati a una serie di falsità estremamente pericolose:

1. Che le persone innamorate debbano conformarsi a modelli di bellezza fisica alla moda, e che non essere belli secondo questi standard significhi non poter essere amati.

2. Che le persone innamorate siano, o debbano essere, giovani – benché si dica che l’amore duri “per sempre”.

3. Che il matrimonio sia una soluzione – mentre la cosa più equivoca che una storia d’amore possa fare è di finire “felicemente” con un matrimonio; non perché non esista qualcosa come un matrimonio felice, ma perché un matrimonio non può essere felice se non venendo reso felice.

4. Che l’amore da solo, indipendentemente dalle circostanze, possa armonizzare e risolvere gravi differenze.

5. Che “l’amore troverà una strada” e così finalmente trionferà su qualsiasi difficoltà pratica.

6. Che i compagni “giusti” siano “fatti l’uno per l’altro”, o che i “matrimoni sono decisi in Cielo”.

7. Che gli amanti siano “tutti l’uno dell’altro” o “tutto il mondo l’uno per l’altro”.

8. Che il matrimonio monogamo sia quindi logico e naturale, e “rinunciare a tutti gli altri” non comporti difficoltà.

Credendo queste cose, una giovane coppia non potrebbe essere esposta più crudelmente alle abrasioni dell’esperienza – o meglio, preparata all’esperienza del matrimonio come a un’altra di quelle tristi e ironiche competizioni moderne in cui la vittoria di uno è la sconfitta di entrambi.

(Lo smembramento del focolare, da The Unsettling of America)

Traduzione di Daniele Gigli

*In copertina: Grant Wood, Spring in Town, 1941

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