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Una fantasia selvaggia e romantica. Intorno a Anne Sexton

C’è qualcosa che ferisce e che annulla nelle poesie di Anne Sexton: baci come coltelli (“La bocca sboccia come un taglio”), corpi che bucano, spigolosi (“Ora si stacca di dosso gli angoli retti”), mietitura di mani (“e disfeci le ossa… e poi mietemmo”); amare fino alla scomparsa (“Quanto a me, io sono un acquerello./ Mi dissolvo”). Tutto è “assolutamente vulnerabile” nella poesia della Sexton, fino all’estremo denudamento. Allo stesso modo, lei, nelle lettere, è una che precipita. Tende le relazioni fino all’ago di rottura. Se la poesia della Sexton è ritornata in libreria con potenza – Il libro della follia è edito da La Nave di Teseo, per la cura di Rosaria Lo Russo, che da anni studia l’opera e la biografia di AS – resta, come atroce calco, evidenza di una vita vigile, fragile, in dissennata veglia, la raccolta delle lettere, A Self-Portrait in Letters, che attende degna traduzione. Qui si traduce una lettera della Sexton a Anthony Hecht (1923-2004), poeta di primo piano, pluripremiato (Pulitzer nel 1968, Bollingen Prize nel 1983; “Poet Laureate” americano nel biennio 1982-84), poco presente in Italia (Le ore dure è edito da Donzelli, 2018, per merito di Damiano Abeni e Moira Egan). Arruolato nella Seconda guerra, Hecht partecipò alla liberazione del campo di concentramento di Flossenbürg, restandone segnato, fino all’incubo. Allievo di W.H. Auden – che conosce a Ischia –, amico di Elizabeth Bishop e Randall Jarrell, Hecht condivide con Anne Sexton reiterate crisi nervose. Nel 1961, quando riceve questa lettera, Hecht sta divorziando dalla prima moglie. L’anno prima la Sexton aveva esordito con To Bedlam and Part Way Back. “Specialmente i malati di mente, che si identificano nella sua esperienza, le scrivono confessando malesseri e intenti suicidi, le inviano i loro testi, chiedendo giudizi e consigli: Anne risponde a tutti, incoraggia a seguire la sua strada… l’ordine poetico s’instaura per arginare, formalizzandolo, il disordine dei conflitti interiori” (Rosaria Lo Russo). Amare e scrivere, in qualche modo, fanno parte della stessa formula verbale, di un solo incantesimo.  

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40 Clearwater Road

Venerdì 15 settembre 1961

Mezzogiorno

Caro Tony,

credo di essere arrabbiata con te. Ho appena finito di leggere la tua lettera, proprio ora – e ho qualcosa da rispondere. Lo farei meglio di persona, ma questo dovrà bastare… quando dici che sto dando sfogo a una fantasia selvaggia e romantica, piuttosto sospetta… etc. e che ti dico (troppo spesso) che “Tony, mi sento così bene con te”… Beh, dannazione, mi tocca difendermi perché davvero non c’è nulla di sbagliato in una selvaggia fantasia romantica ed è bene spiattellare tutto, lì, come un incendio, e dirti che con te sto bene E che mi attrai molto (tutto in una volta). Quello che intendo, molto semplicemente, è che ti amo… ma non nel senso che sono innamorata di te… non è necessario essere innamorati per amare. Esserti amica, amica intima, senza il groviglio di richieste nevrotiche. Forse è insolito. Forse non lo sai, maledetto… ma non ci sono in giro molti come te (nessuno, direi). Intanto, sei gentile, insolitamente gentile… non gentile come Oscar [Williams] che si fa prendere dalla pietà (così è facile), ma sul tipo di Joe Bennett, quando noleggia un’auto strampalata solo per vederci sorridere.

Inoltre, è ciò che ho detto è un fatto; non sono sicura di ciò che vuol dire se non che non è una cosa così brutta come dici, Tony, forse potrebbe essere stupido e infantile… forse è così e non mi spiace che tu sia tornato su quell’argomento con i tuoi sentimenti, ma sono davvero arrabbiata con te perché non hai dato spazio a un’emozione femminile che non aveva lo scopo di infastidirti né di tentarti o di darti altro che un sorriso. Non ho mica parlato di “fottere” (sono troppo New England per usare questa parola con facilità) e non credo di aver parlato di chi ami davvero. In effetti, non voglio intromettermi. Eppure, mi fai sentire come se mi fossi intromessa. Questo mi rende triste, davvero. Davvero è tutta una questione di amare o di “fottere”? O di essere “amichetti”?

Gesù, c’è dell’altro? Quello che intendevo, se davvero intendevo dire qualcosa di reale dopo tutto… è che ho amato, ho amato davvero alcune poche persone e ad eccezione di Kayo (troppo complicato per parlarne) è stato tutto così tragico, infine nevrotico. Quando sono con te mi sento felice. Immagino che questa frase dica tutto, e dica sostanzialmente quello che penso. Non è soltanto il fatto che non mi fai richieste di quel tipo, come fossi una donna: non ti senti neanche in dovere di farle; eppure, io sento, come una donna. Credo che questo sia un complimento alla tua virilità…

È tardi e sto bevendo le mie pillole con un bicchiere di latte. John Malcolm Brinnin Inc metterà quelle due poesie nel libro. Avevi ragione… Her Kind e Letter on Long Island Ferry. Non credo che L.I. Ferry sia davvero una buona poesia… è troppo sentimentale. Ma forse mi sbaglio. Forse dovrei lasciare più spazio al mio cuore femminile… è così che sto scrivendo ora… le mie nuove poesie… ma devo essere più dura, più severa, mi riprometto… stop alle emozioni, soltanto fatti e oggetti. Posso inviarti la mia nuova poesia? Mi DEVI della buona critica… anche se questa poesia potrebbe non ispirarla.

Batterò a macchina la poesia per te, prima di addormentarmi, nel mio studio marrone. Lo sai, Tony, che sono arrabbiata con te perché ti amo e ti benedico e ti auguro ogni bene. Mi rendi felice ma questo non vuol dire che io possa pretendere qualcosa. Nulla di questo è una fantasia. Tesoro,

Anne

*La lettera è tratta da: Anne Sexton, A Self-Portrait in Letters, Boston, 2004

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