“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Sembra che i filosofi italiani abbiano diritto di esistenza solo per svecchiare i costumi degli uomini, e siano subito marchiati come profeti o eversivi, mentre all’estero il destino dei filosofi è quello di tracciare un placido rinnovamento del pensiero. Un Nietzsche ventisettenne annota sornione, nel breve ma illuminante Sull’avvenire delle nostre scuole, che “in Germania diventa letterato lo studioso fallito, nei paesi latini, invece, l’uomo educato artisticamente”.
In Italia invece il filosofo è agitatore, prima ancora che speculatore. Tommaso Campanella, che seguì un percorso simile a quello di Bruno – nel 1592 per poco non si incrociarono a Padova; due anni dopo si trovarono a Roma nel medesimo carcere del Santo Uffizio, a poche celle di distanza –, nel 1598 partì da Napoli per scendere in Calabria e organizzare una rivoluzione contro il governo spagnolo. Scontò i bollori eversivi con ventisette anni di reclusione, durante i quali ebbe la ventura di sperimentare la tortura della “veglia” – ovvero, quaranta ore appeso a una fune. Per i filosofi-agitatori si potrebbe fare anche il nome del Savonarola.
Ad ogni modo, nell’esistenza di Giordano Bruno – avventurosa ed estrema ed errabonda come poche altre – la via del pensatore e quella dell’agitatore si incrociano pericolosamente.
Ci sono tre libri essenziali per setacciare la sua fortuna: per un quadro generale, e per ripercorrerne le orme sparse in tutta Europa,Il sapiente furore, di Michele Ciliberto, massimo conoscitore ed appassionato di Bruno, rimane il portale d’ingresso migliore alle peripezie del Nolano. Il secondo è il libello ragionato di Anacleto Verrecchia, forse l’ultimo dei brunisti, corrispondente da Vienna, giornalista e germanista scatenato: non a caso, La falena dello spirito, il pamphlet dedicato a Bruno, decise di scriverlo in tedesco come forma di protesta contro un costume, quello clericale-inquisitoriale italiano, che aveva condotto il filosofo al rogo.
Anche se nella maggior parte dei casi è vero il contrario, bisogna subito avvertire che leggere Giordano Bruno sprovvisti di una guida è un’impresa che conduce allo stesso binario morto degli inquisitori: all’incomprensione o, peggio ancora, all’insofferenza per un pensiero tanto variopinto da risultare, a volte, persino urtante.
Per fortuna – e qui veniamo al terzo libro, il più importante – una studiosa di vaglia, Frances Yates, collaboratrice e poi docente del Warburg Institute fin dal 1941, decise di consacrare l’esistenza allo studio di Giordano Bruno. Il risultato è un libro straordinario: Giordano Bruno e la tradizione ermetica.
Pubblicato in Inghilterra nel 1964, vanta fin da subito sostenitori illustri. Marguerite Yourcenar, nella postfazione all’Opera al nero, prosecuzione cupa e tardomedievale del classicheggiante Le memorie di Adriano, ammette di averlo studiato a fondo per ricostruire la temperie spirituale del ’500 ermetico. In effetti, chi si accinge a leggerlo per immergersi nella vita di Bruno rimane deluso: nelle prime duecentocinquanta pagine del saggio – su cinquecento complessive – il filosofo è nominato solo raramente. Ma grazie a questo preambolo il lettore comprende subito l’intento dell’opera: restituire Giordano Bruno, dopo secoli di equivoci, alla sua religione spirituale d’appartenenza: l’ermetismo.
Il contesto storico dell’influenza ermetica è ecclesiastico. Papa Martino V convoca nel 1431 il concilio itinerante di Basilea, Ferrara e Firenze. L’obiettivo è trattare con la Chiesa Ortodossa ed estirpare alcune eresie. In questo clima di scambi, nel 1460, una legione di monaci e dotti bizantini, sguinzagliata da Cosimo de’Medici e proveniente dalle chiese d’oriente, sfila tra le vie fiorentine: l’avvenimento è eternato nella straordinaria cappella dei Magi, a Palazzo Medici-Riccardi. Ma il fatto più notevole è che questi eruditi portano dei nuovi manoscritti in Italia; uno di questi contiene il Corpus Hermeticumdi Ermete Trismegisto.
Ora, chi era Ermete Trismegisto? Secondo Agostino e Lattanzio, un personaggio storico realmente esistito, forse precedente o contemporaneo a Mosè: sacerdote, legislatore e re, inventore dei geroglifici egizi e mago, fa parte di quella prisca theologia che seppe intuire il Cristianesimo prima del suo reale avvento storico. Per Lattanzio, invece, Ermete è uno dei più importanti profeti pagani, mentre Agostino, più cauto, afferma che “questo Ermete dice di Dio molte cose secondo la verità”, ma in altri testi pratica quel tipo di magia che è l’anticamera del diavolo.
Per secoli si erano perse le tracce di questi testi. Nel Quattrocento ritornano al centro dell’Europa con un impeto talmente travolgente da costringere Marsilio Ficino, incaricato da Cosimo della curatela dei nuovi manoscritti, a sospendere la traduzione dei dialoghi di Platone, già pronti, per concentrarsi esclusivamente su Ermete Trismegisto: Cosimo è vecchio e vuole leggerlo prima di morire.
Oggi sembra inconcepibile, ma nel Rinascimento Ermete era più importante di Platone. Non bisogna dimenticare che nello stesso periodo, come ricorda Yates, “Ficino risuscita la magia ermetica, la difende come compatibile col Cristianesimo, cerca di coinvolgere Tommaso d’Aquino nel suo uso di talismani; Pico della Mirandola pensa che magia e cabala confermino la divinità di Cristo. Papa Alessandro VI fa dipingere in Vaticano un affresco pieno di motivi egiziani per testimoniare la sua protezione della magia”. Il clima di rinnovamento spirituale favoriva l’ibridazione tra paradigmi religiosi diametralmente opposti.
I manoscritti che contenevano il Corpus Hermeticum sono compositi: vanno dal Pimander, una sorta di Genesi, all’Asclepius, un trattato di magia. Tutti gli altri raccontano del modo di incontrare Dio per raggiungere la coscienza del divino. Un passaggio dell’Asclepius ha un’influenza capitale per la mentalità rinascimentale, tanto da essere posto in apertura di quello che oggi viene considerato il manifesto filosofico dell’uomo rinascimentale, l’Orazione sulla dignità dell’uomo del ventitreenne Pico della Mirandola, che si apre riecheggiando le parole di Ermete: magnum miraculum est homo. “Il più grande miracolo è l’uomo” e il mago ermetico è colui che ricorda all’uomo questa origine divina attraverso una delle tecniche magico-mnemoniche più praticate da Pico, Ficino e Bruno: quella “riflessione dell’universo nella mente” per cui, come scrive Giordano Bruno, “colui che vede in se stesso tutte le cose, è, al tempo stesso, tutte le cose”.
Il libro di Francis Yates trasmette la sensazione che un’epoca possa trarre giovamento dal passato solo tradendolo e travestendolo. L’influenza del movimento ermetico, fondamentale per comprendere i conflitti religiosi del Cinquecento, giunge al termine a inizio del 1600, quando un geniale filologo, Casaubon, versato nelle lettere antiche e attento demistificatore delle favole moderne, prova definitivamente che il Corpus Hermeticum non è l’opera di Ermete Trismegisto, ma il prodotto di diversi autori del secondo secolo dopo Cristo, forse appartenenti alla corrente gnostica, che cercavano di raggiungere l’esperienza del divino senza l’ausilio di scuole filosofiche e religioni.
Allo stesso modo, Giordano Bruno nutrì l’ideale smisurato di risanare un secolo di intemperanze religiose e di sette in lotta tra loro coltivando non soltanto il placido ideale del paciere, ma immaginando uno sterminato pensiero cosmogonico costruito a partire dalle ceneri delle religioni e forgiato in un linguaggio barocco dotato di una vena vicina a Shakespeare (il quale pare si sia ispirato al soggiorno di Bruno in Inghilterra per il suo Biron di Pene d’amor perdute). Non fu condannato per le sue opinioni da pensatore moderno, né per le sue temerarie idee sui mondi innumerevoli, ma semplicemente perché, da missionario eretico, proponeva una religione, l’ermetismo, in netto contrasto con la Chiesa del Cinquecento.
Oggi, lontani da eresie e religioni, ci sono due modi per leggere Giordano Bruno: come l’illustre progenitore di quella schiatta filosofica meridionale di impenitenti che, passando per Campanella, risale fino a Giambattista Vico; o come un Giove tonitruante che sfoderando la sua intemperanza linguistica ha preparato il terreno alla linea tipicamente italiana di quegli scrittori come Dossi, Gadda, Savinio, Manganelli e Landolfi che non si accontentano di raccontare una storia ma ricercano un universo che “catturi le voci degli dèi”.
Andrea Muratore
*In copertina: immagine dagli “Emblemata” di Andrea Alciato (1531)