Rose Hawthorne, la poetessa degli incurabili
Cultura generale
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». (Mt 16,21-27)
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“Perché il Crocifisso? Perché tutto l’orrore umano è superato nel luogo stesso in cui si consuma”.
(Maurice Bellet, Il Messia crocifisso, Queriniana, 2022)
Il massimo splendore e l’orrore delle tenebre devono coincidere. L’esplosione della vita ha bisogno del fragoroso boato della notte. Avere il coraggio, sentire la necessità di calarsi fino a raggiungere tutto l’orrore umano. Tutto. Significa accettare il rischio di esserne annientati.
Sarebbe ben poca cosa la croce se si limitasse ai chiodi e a una sofferenza di poche ore. A renderla apice ineluttabile del mistero cristiano, a rendere ragione del perché della scelta del Crocifisso, è il fatto che il legno del Golgota si è innalzato nel cuore pulsante del male assoluto. E non era così scontato resistere.
Ci sono malati che soffrono per anni dolori ancora più estenuanti della Passione di Cristo, ma nessuno, tranne Cristo, può portare nell’orrore la pienezza dell’amore di Dio. Occorreva superare l’orrore con la consumazione totale dell’Amore. E credere e gridare con la vita che davvero “forte come la morte è l’amore”. Perché la vita non è sufficiente a reggere l’urto di tutto l’orrore umano.
Ammutolisce che l’Amore, in Cristo, non venga annientato dalla morte. Bisognerebbe essere cauti, o farsi muti, e non sprecare inutili verbi: l’Amore è pericoloso e micidiale.
Pietro oppone resistenza. Tenerissima figura. Prende Cristo in disparte, paternalistico come certi preti che ammorbidiscono il messaggio per paura del dolore. Con Pietro siamo noi, tutti noi, quando ci accontentiamo di molto meno. Non serve che proprio tutto l’orrore venga affrontato, pensiamo, basta un segno. Non è saggio rischiare fino a quel punto.
“Non ti accadrà mai”: se la profezia del discepolo si fosse avverata, Cristo sarebbe stato ridotto a una mosca intrappolata in un bicchiere, una piccola serra di buoni sentimenti per pochissimi eletti, un paradiso artificiale, una gabbia di buone intenzioni. Occorreva e occorre spaccare il vetro.
E maneggiare il Vangelo, resoconto della scelta del Messia, per quello che è: cocci aguzzi di bottiglia. Non ci si può non ferire. Storie da scrivere con il sangue. Martiri. Il resto è intellettualismo senz’anima.
Cristo si volta. Il movimento non solo del capo ma della storia intera, una rivolta contro il tentatore. Nessuna parola di comprensione, non vengono salvate nemmeno le intenzioni. Colui che aveva appena staccato la definizione perfetta per il Figlio dell’Uomo, il consacrato a legare e sciogliere, l’eletto, è definito Satana. Tentatore. E forse è proprio il far parte dell’istituzione, l’essere investito di un ruolo (forma inevitabile, pare, per la costruzione di futuri abitabili) a imporre subito l’onta dell’incomprensione.
Pensare come pensano gli uomini non è la stessa cosa di pensare come pensa Dio. E mentre Pietro implora “Dio non voglia” o, meglio, da traduzione letterale, “Dio sia misericordioso con te”, Cristo sfodera la condanna all’illusione di credere di sapere quali siano i pensieri di Dio. Solo Cristo, nella sua carne, mostra il vero pensiero di Dio. Solo lui.
Noi tutti, che non siamo scesi fino al luogo della consumazione, possiamo solo sperare di raccontarlo nella più completa sottomissione al mistero. Solo questo possiamo. Materiale incandescente.
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“È attraversato da un getto di luce dove ciò che distrugge ogni fede, ogni ragione, ogni sapienza svanisce davanti all’onnipotenza di ciò che si dona a noi, nell’emozione d’amore”.
(Maurice Bellet, Il Messia crocifisso, Queriniana, 2022)
Il Crocifisso come getto di luce. L’orrore non viene semplicemente cancellato: il male resta male, il male continua a rimanere male. Il Crocifisso non ha annientato l’orrore totale; ne ha abitato il centro e, cosa ancora più scandalosa, chiede a ognuno di noi di seguirlo nella possibilità che la nostra vita diventi luogo di amore proprio quando incontra il male, il rifiuto, la perdita.
E questo significa prendere la croce, cioè sapere che la nostra parte di orrore, di incomprensione, di rifiuto, l’avremo: è la parte di eredità che ci è assicurata. Ma è luce, il suo Amore, che annienta la disperazione quando sperimentiamo d’essere noi stessi segno di un amore che oltrepassa le tenebre.
Come potremo dire di credere in Cristo se non fossimo partecipi della sua epifania?
Esiste qualcosa che può distruggere fede, ragione e sapienza. Più ancora, è la vita stessa che spesso frantuma quella fede a cui avevamo dedicato la vita intera. E a tutti capita di camminare sulle macerie della ragione e della sapienza, quando la vita azzanna feroce e nulla sembra più in grado di mostrarcene il profilo promettente. Esattamente lì la croce annienta il niente.
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“…o appare come l’Altro lontano da tutto ciò che costituisce l’andazzo abituale di questo mondo”.
(Maurice Bellet, Il Messia crocifisso, Queriniana, 2022)
Pietro non è cattivo e assecondare l’andazzo di questo mondo rimane cosa sensata. Non si fa niente di male, non ci si fa male. Ma forse è proprio questo tenersi a distanza di sicurezza dal male, soprattutto da quello che ci abita, la vera tentazione.
Nel cuore del male, a salvare è “l’onnipotenza che si dona a noi”; a salvarci è la forma del dono. Forse la cosa più violenta che esista. Un dono è un obbligo, ci costringe a decidere di noi. Ci trasforma in debitori. È vero che la fede è un dono, ma il dono è compromettente. Cosa fare di noi quando sentiamo che l’Onnipotente si è consegnato alla nostra debolezza? Come rispondere? E perché non si è limitato a salvarci senza pretendere di allearsi con la nostra miseria? Non bastava la sua di croce?
Perché questo dono non richiesto, questa condanna a esaudire il desiderio di Adamo? Sì, saremo finalmente onnipotenti come lui. Cioè crocifissi e destinati a non avere altra scelta che donare noi stessi. Passare dalla rapina del frutto proibito a diventare pane, carcassa eucaristica per gli avvoltoi.
Ma se questo è vero, se il paragone è con il Cristo, se ci è chiesto di donare tutto di noi — e non importa quanto, basta che sia tutto —, se il destino è nella consumazione in forma luminosa di dono, possiamo sopravvivere solo imparando lo sguardo del Cristo. E non è più così difficile credere in Dio: basta guardare la croce. Faccenda ben più complessa è credere in noi. Credere che io sia degno di tentare d’amare così.
Perdersi e trovarsi, onnipotenza del dono e disfacimento dei miei sogni, e intanto “vita”, vita, vita, vita: questo ripete Cristo nel Vangelo. E non capire più cosa sia questa benedetta vita che fiorisce nel male, che illumina come lampo le tenebre, che mi implora di essere luce da luce. Come per intuirne l’immagine e la somiglianza.
La notte oscura che mi avvolge sembra il fondale di un presepe.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.
*In copertina: Carl Bloch, Cristo con la corona di spine, 1882