“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
«La vita interiore è reale come un dolore ai denti». Parlava così pochi giorni fa José Tolentino Mendonça, mentre al Meeting di Rimini presentava la nuova raccolta di saggi dedicata al Coltivare la vita interiore, edita dalla Libreria Editrice Vaticana. ‘Cultura’ è un lemma non osceno quando esplorato nella sua integrità etimologica: quando, cioè, è coltura, sudore della fronte, parto doglioso e germinazione, crescita dell’infante intellettuale. Siate come i bambini, dice Cristo. San Paolo nella Prima ai Corinzi aggiunge: «Siate come bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi». Non più di ciò ci viene chiesto per poter realmente coltivare la vita interiore. Il bambino sperimenta il linguaggio nella sua esigenza primaria, primitiva. Un’esigenza carnale: il nutrimento, l’espulsione, la noia. Ecco che questa carnalità dello spirito, questa fisicità infantile dell’amore risulta centrale in tutta la poesia di Tolentino Mendonça, tornata recentemente nelle librerie italiane con La lingua primitiva (Crocetti, 2026).
Se, per Sant’Agostino, cantare è l’atto di chi ama, poetare – quindi, cantare – è l’atto di chi ancora più intensamente ama. È l’atto, cioè, massimamente rivolto a Dio, alla sua contemplazione. Calcolare Dio è un abominio, registrare l’Eterno è l’apice della blasfemia. Il poeta è folle ma non è blasfemo. È il puro folle come Parsifal («reine Tor»), è l’innocente, il compassionevole. È vittima sacrificale e ministro officiante, aedo ed eroe, amante e amato del Dio tremendo amante. Poesia e preghiera convivono, non è un caso, da sempre. Il re Davide è pastore e poeta. Non è figlio bensì padre di re: una regalità forgiata nell’eroismo della voce, non nella nobiltà del sangue. Non il trono, ma la cetra: è nel canto che Davide si fa re, poiché solo chi confessa la propria nudità – l’adulterio, l’omicidio, la fuga – può innalzare il salmo a forma di sovranità legittima. Re-poeta, Davide mostra che il vero potere del canto risiede nel gridare a Dio dal profondo – una regalità spogliata, escoriata, una corona di spine.
Similmente, José Tolentino Mendonça indossa la porpora cardinalizia ma anche le vesti in pelliccia di cammello del Battista, celebra l’eucaristica ma imbraccia anche la lira. Il ministero di Sua Eminenza si è sempre intrecciato con l’attività intellettuale, da una parte – biblista, teologo, archivista e poi bibliotecario di Santa Romana Chiesa, fino a ricoprire, con papa Francesco e poi con Leone, il ruolo di prefetto del dicastero della cultura vaticana – e quella poetica, dall’altra. Il poeta è portoghese. Parla portoghese, scrive in portoghese, legge in latino. Ma legge anche gli italiani: Pasolini, Campana, Cristina Campo, già centrali in Estranei alla terra (Crocetti, 2023). Ama citarli e muovere la propria voce a partire dai loro versi.
È portoghese, appunto, come Pessoa, ma è nato a Machico, sull’isola di Madeira, nel cuore dell’Oceano Atlantico, accanto al Marocco. Prima dei portoghesi, sbarcati nel Quattrocento, a Madeira erano arrivati, molti secoli prima, i Fenici, progenitori della lingua. La prima parte della sua infanzia, tuttavia, Tolentino l’ha trascorsa in Angola. Quinto figlio di una famiglia di pescatori, Tolentino esordisce nella poesia nell’anno stesso della propria ordinazione sacerdotale: un dettaglio biografico non aneddotico ma ermeneutico. È impossibile separare, nella sua scrittura, l’atto del dire da quello del consacrare. Come il sacerdote solleva l’ostia consacrata in adorazione, il poeta offre il proprio canto come sommo tributo alla divinità.
La lingua primitiva è il nuovo titolo con cui si presentano in Italia le poesie di Tolentino uscite in Portogallo nel 2021 e nel 2024: Introduzione alla pittura rupestre e Il centro della terra. Due titoli incisivi, incisi nella terra, sul pietrame neolitico, nel sedimentato e solidificato magma — perfettamente riassunti nella formula di una lingua primitiva, primigenia. Una lingua atavica che evoca i morti e rievoca gli affetti, i ricordi. Una lingua primordiale che scava nella pozza comune dell’umanità. La pittura rupestre sembra ricondurre il lettore a uno stato arcaico dell’arte, come a risalire a un’origine comune delle arti figurative, della poesia e del linguaggio.La lingua primitiva è, prima di tutto, un’archeologia della memoria: la memoria che, scrive Tolentino, «precede gli alfabeti». Il libro scava nella luminosa preistoria dell’infanzia: l’isola natale, le mareggiate oceaniche, un nonno inventato, un Achab cacciatore di balene. Questa Itaca è osservata dai palazzi vaticani non con lo straniante stravolgimento della nostalgia, ma con occhio traslucido, non in grado di datare, catalogare con certezza il ricordo. La memoria è pittura rupestre, la verosimiglianza è sacrificata sull’altare della rimembranza. La parola si erge come luogo primario dell’apprendimento, come centro, fulcro vivente della terra.
La raccolta si apre con uno squarcio memoriale sulla baia di Lobito: i pesci, le donne, i pescatori. L’immagine è quasi evangelica e simula la genesi di un mercato primitivo. Il carico di pesce è scambiato per mezza dozzina di banane, una porzione di mais o un chilo di sale.
“Le mattine della mia infanzia le ho passate tutte lì a contemplare la baraonda anonima di esseri ebbri della canzone mortale
Ma cos’è lo sperpero se non un tentativo di compassione al di là dell’acquisizione e del possesso
Trascorrevo ore intere accanto ai mucchi di pesce a contare squame scure, spine, iridescenze colorate che avevano visto correnti maestose, isole lontane dalla riva fondali di fango e sabbia in abissi in cui non c’è cacciatore né preda
Non ho ricordo di altra bellezza prima di questa”
(Baia di Lobito)
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Leggo così, e penso ad Ambrogio: nella più santa settimana del 386 – dodici anni dopo essere stato eletto vescovo di Milano a furor di popolo – è asserragliato insieme a centinaia di fedeli nella Basilica nova. Gli sgherri dell’imperatrice Giustina – corrotta dall’eresia ariana – assediano la basilica con l’intento di consegnarla al vescovo Aussenzio e agli altri fedeli ariani. Ambrogio resiste strenuamente incitando i cattolici meneghini che intonano inni sacri come accadeva nelle chiese d’Oriente. La preghiera che si leva al cielo è poesia, è poetica ed è per questo politica. Nel travaglio, nella contesa, nella guerra, gridare a Dio dal profondo, dall’abisso, è poetare. Il Signore ascolta la voce di chi grida dagli abissi della memoria.
Dice Origene: «Extra Ecclesiam nulla salus». Fuori dalla Chiesa – dalla chiesa in muratura come dalla Sposa di Cristo – non c’è salvezza. Fuori dalla chiesa c’è il mondo e il mondo non garantisce salvezza, il poeta teme la facile salvezza quanto, o forse più della dannazione. Il mondo che – appunta Tolentino Mendonça – è un tendone che srotoliamo per proteggerci durante il diluvio, il mondo che «ci sorprende e ci fa un po’ paura che riproduca/ nella nostra mente il grido di una pittura rupestre». Il grido delle immagini della memoria, «le preghiere tra due tempeste». Nel mondo, non delmondo, scolpisce la Parola consegnataci dal Vangelo di Giovanni.
Il mondo si scatena nel cuore della notte organizza la vita errante sceglie itinerari, decide le soste trasforma la lingua di chi lo mastica in un corpo estraneo in un’inedita lavorazione della sua materia anonima e così ci fa contemplare l’immagine irriconoscibile
(Tra un atto e l’altro)
Il mondo scatenato nella notte, come Cristo, il ladro che entra di notte nella casa, che distribuisce la salvezza nel buio pesto, che eroga il Giudizio da una mandorla di luce. Di cosa sia la «poesia religiosa», sinceramente, non ho idea alcuna. Dicono che Turoldo o Rebora o Campo siano stati poeti religiosi, dicono che lo siano stati San Giovanni della Croce, Gerard Manley Hopkins, John Donne. Vorrei dire che il padre dei poeti è Cristo, l’antenato è il re Davide. Il ministero della parola, nella sua fase aurorale, non si distingue dal ministero del verso: sono la stessa bocca.
La poesia è una notte oscura, un’infermità. Tolentino lo sa e la pratica con gli strumenti della medicina. Rammenta un ricovero infantile. Un suo sorriso forzato, i denti bianchi rivolti ai genitori: «Avrei dovuto fermarli, trattenerli/ avrei dovuto cancellare il dolore di amarli».
Straziante. Tolentino suggerisce che le vite dei nostri nonni siamo noi – poeti, cristiani, umani – a inventarcele, perché il tempo affatica la realtà delle cose, la contorce, ma la verità è più facile trovarla in un buco nero che in una cronaca scientifica: «le storie di famiglie nascono dall’oscurità/ ed è paradossale come ci attraversano/ simili a remoti/ buchi neri della via Lattea». Il poeta «inventa» il nonno Matias dal matrimonio tra l’Ishmael di Melville e il Fiddler Jones di Masters: «cacciatore di balene e suonatore ozioso di mandolino / se ne andava in giro bardato di gilet e stivali logori / mai sazi di paesaggi». La nonna invece consegna ai posteri una memoria sconnessa, trivellata. Il Nuovo Romanziero dell’Arcipelago di Madeira è un’opera filologica di chiaro valore scientifico, curata dagli studiosi Pere Ferré e Sandra Boto, focalizzata sulla raccolta e sullo studio del romanceiro tradizionale, ovvero il patrimonio di canti narrativi e poesie popolari tramandate oralmente negli anni all’interno dell’arcipelago portoghese. La nonna del poeta figura tra i narratori accreditati nel testo, anche se la sua memoria vacilla, falla, oscilla tra il vero e l’omesso. Della nonna, in casa del poeta-bambino, non ci sono foto.
Chi era mia nonna? Era una gonna nera e rotonda. Era un ricamo appoggiato sulle ginocchia. Era una treccia come un ponte di corda, in uso tra le donne della sua generazione. Era un silenzio di molte spedizioni. Era la postazione centrale, il diametro immaginario, il regolatore religioso e sociale delle nostre case. Era dove io dimoravo, di sera e di mattina. Era un modo tutto suo di dare un nome alla propria arte e di mantenere il segreto su di essa.
(A chi lasci il tuo oro)
Associata al padre, riporta una «storia sociale della bicicletta». Poi, l’addio a un cane:
In quelle passeggiate sognavamo di salire insieme in cielo come una palla di fuoco
(Occhi di cane)
Lo scrivere di sé, dei suoi, è lo scrivere degli avi, del retaggio comune, umano: agnizione di una filiazione sacra. Il versificare replica l’incedere flessuoso del mare, i sospiri oceanici che disgiungono il linguaggio. Tolentino cerca per sua natura una parola sempre morbida, musicale, sonora ma non rumorosa, luminosa più che voluminosa. L’atto di nominare e del benedire si fonde non nel grigio binomio del pretepoeta o del poetaprete, ma del monaco che sa scomparire in Cristo — cioè nella massima Poesia, vale a dire il Verbo incarnato.
Il centro della terra, infine, è totalmente, esclusivamente Dio. Tolentino disegna una teoria di Dio: un Dio infinito, infinitamente buono, vivente nella Parola.
Giulio Solzi Gaboardi
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La via scelta da Dio va a finire contro un muro ma una volta arrivato in fondo il cammino si rigira verso di noi come se un secondo sogno sussurrasse dentro il primo
Dio non è ancora giunto al termine
(Venerdì Santo)
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Dio preferisce passare accanto a noi senza farsi sentire sul nero panno di fondo erge la sua mano pura come un ago di vetro portandoci la notte, portandola via è stato lui a scegliere questi anelli il nome che documenta lo sgomento stupore di cui è data testimonianza alle frontiere della nostra specie in regioni remota in cui raramente si spingono i mercanti
Ognuno di noi porta con sé la stuoia che stenderà sulla terra battuta pronto a restarsene lì il corpo coperto dai rami fino alla bocca gli occhi rivolti alla cenere delle stelle
Ma ci addormentiamo a terra per essere svegliati perché quando il silenzio si cala nella corrente sta nascendo qualcosa di soprannaturale tutto ciò che è umano e tutto ciò che è divino allarga le braccia sopra il fumo dei comignoli più in alto delle case addormentate da una sponda all’altra dell’amore
(Visitazione)
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L’anima è la più grande delle nostre vertebre è una cosa che viene dal freddo e dalla notte una cosa non terrestre, che vaga a piedi nudi una cosa multiforme e irraggiungibile che a toccarla risuona disperatamente una ruggine che emerge da qualche parte e ci lascia perplessi come principianti
Tocca all’anima consolarci consolare gli artigiani in cerca di un miracolo per il quale non hanno le forze insieme a loro l’anima martella la pietra colloca il gesso o la creta sulla ruota tocca a lei trasportare il carico delle spighe insieme ai mietitori e vegliare al loro fianco mentre riposano tocca a lei passare di mano in mano l’anfora del vino e ridere con le ragazze che tornano dal bosco con le more selvatiche in un sacchetto improvvisato
L’anima si esprime in idiomi uguali ai nostri ha la modulazione dei nostri singhiozzi lo stesso rumore dei tremori che viaggiano nella notte del nostro corpo e ci gettano a terra senza difese facendoci dubitare di essere vivi
Solo Dio può impedire che l’anima cada a pezzi e per questo Dio si inginocchia davanti a noi con una voce che sembra sul punto di inabissarsi logora, tremante, messa al bando Dio chiede la nostra mano e vuole che siamo noi a guidarlo
È in attesa che gli tendiamo questa mano revocabile che non si sa neanche dove cominci questa palla di fango che moltiplica il colpo a cui ci esponiamo che si inganna, questa mano affannata che nel vuoto si aggrappa con convinzione alle macerie
E c’è un istante in cui sentiamo la stretta della mano di Dio che si abbandona alla nostra Dio cammina al nostro fianco gemendo come un animale malato con miagolii desolati le sue dita sono tenere nel palmo della nostra mano si muovono lentamente come qualcuno che stia accarezzando le piume o le scaglie biancastre sulla pelle dei lebbrosi
(Teoria di Dio)
Da José Tolentino Mendonça, La lingua primitiva, trad. it. di Teresa Bartolmei, Crocetti, 2026