“Io non sono M.M.”: Marilyn Monroe, poeta
Poesia
Elisa Gonzalez
Leggere un diario è sempre un ladrocinio. Il lettore entra in quell’opera “notturna” spaccando le finestre: inseguito dall’eco dello scrittore, deve acquattarsi nei sottoscala. Il diario – quando è davvero un atto privato e non l’ennesima diagnostica dell’egotismo – è la casa dello scrittore: a volte, il soffitto è irto di pipistrelli, è abitato dai gatti. Nel caso del Diario di Guido Morselli – che esce per Adelphi in nuova edizione, dopo quella del 1988, con il titolo Mi sono conosciuto nel sogno – le cose si complicano. Il lettore legge sotto minaccia, braccato – a repentaglio di un agguato o di una rivelazione.
Suddiviso in diciassette quaderni, dal 1938 – emblematica la prima significativa asserzione: “Negli uomini non esiste che una sola coerenza: quella delle loro contraddizioni” –, quando l’autore aveva ventisei anni, fino al ’73, il diario converge – a vortici, a scatti, con andatura da cobra – verso l’estremo gesto. Il 31 luglio, di ritorno da una vacanza a Macugnaga, Morselli si uccide. Chiamava la sua pistola, una Browning 7.65, “la ragazza dall’occhio nero”; gli era stato restituita la copia dattiloscritta di Dissipatio H.G., l’ennesimo romanzo rifiutato, “la storia di un quarantenne, già giornalista, già insegnante, che, dopo una notte trascorsa in una caverna fra i monti a meditare il suicidio, uscendone scopre che uomini e donne sono d’un tratto scomparsi, non esistono più su questa terra” (così l’autore), libro di catatonica bellezza, che ha più a che fare con Kurt Vonnegut e Thomas Pynchon che con il parterre degli italici letterati.
Nell’ultima pagina del diario – redatta il 13 maggio – Morselli parla del “contenimento sessuale” (da rigettare “quando è imposto”; positivo “se è scelto e voluto dall’individuo”); nelle Note, Valentina Fortichiari – che con impareggiabile dedizione ha curato il tutto – ci avvisa che qualche settimana prima del suicidio, Morselli aveva visto al cinema Identikit, film girato da Giuseppe Patroni Griffi, scritto da Raffaele La Capria, interpretato da Elizabeth Taylor, “la storia di questa autodistruzione di una creatura umana nella follia di distruzione che pervade il mondo in cui viviamo, un mondo ossessionato dal sesso, dall’erotismo inteso come mercificazione e non più come liberazione”.
In un’agenda, lo scrittore aveva registrato il proprio peso: 58 chili e mezzo. A Gavirate, poco lontano da Varese, vent’anni prima, si era fatto costruire, su suo progetto, la “casina rosa”: amava i cibi frugali, le lunghe camminate, la sua cavalla, Zeffirina. Non aveva la televisione, non sopportava i paladini del “progresso”, guardava i treni. In una fotografia, Guido Morselli assomiglia in modo agghiacciante a Franz Kafka: qualcosa di quella ispirata sprezzatura, di quella disperata attenzione traluce dalle sue pagine. A Italo Calvino, nel 1963, scrisse di essere un “agricoltore; vivo della campagna e in campagna”. Raccontava di fare il vino, di non possedere frigorifero (“d’estate… metto le bottiglie al fresco nel bosco”).
Guido Morselli è il “caso” emblematico della letteratura italiana. Scrittore precocissimo – a otto anni cominciò a scarabocchiare un romanzo dal titolo “La mia vita”… –, corsaro ai corsi dell’attualità letteraria, estroso d’indole, inadatto alla vita d’ufficio, dedicò la vita allo studio e alla scrittura. Scrisse alcuni dei romanzi più potenti del nostro canone – Il comunista, Contro-passato prossimo, Dissipatio H.G. –, sistematicamente rifiutati dal sistema editoriale italico. Fu a un passo dal pubblicare Il comunista con Mondadori, per interessamento di Vittorio Sereni – il solo, tra gli alti papaveri dell’editoria, che tentò un ‘contatto’ con Morselli. Nella nota biobibliografica, chiarì di essere “un individuo che è sempre vissuto ignoto e isolato e tale rimarrà”; il libro si arenò tra i meandri dei romanzi possibili. Poco dopo la morte – dal 1974, con Roma senza papa – fu Adelphi a incaricarsi di editare l’opera di Morselli. Giuseppe Pontiggia lo ha definito un “narratore europeo”; in Francia lo hanno avvicinato, per la “scrittura acrobatica”, a Gadda e a Landolfi; negli Stati Uniti i suoi romanzi sono tradotti da tempo; qualche anno fa il “New Yorker” ha esaltato – per la firma di Alejandro Chacoff – “The Italian Novelist who Envisioned a World Without Humanity”.

Il diario, tuttavia, non registra alcuna sconfitta: al contrario, la scrittura di Morselli ha gli alti gradi dell’aggressività, tutti i toni della vita (“la cultura attrae lo storico e lo studioso in genere ma stanca facilmente l’uomo… L’uomo vivo, l’individuo curioso, instabile, insofferente, le preferisce altri interessi, altre attività”, così il 24 luglio del 1946). Spesso Morselli procede per folgorazioni (“L’amore di un uomo esperto con una donna molto giovane, si riduce, in fondo, a un delizioso monologo”; “Nessun partito politico è di sinistra dopo che ha assunto il potere”; “Io dico che l’evoluzione ha una sola mèta: l’involuzione, la decadenza, il livellamento. L’Entropia”): a questo scrittore inteso a raffinare la propria eccelsa eccentricità, interessavano poco le baruffe letterarie del suo tempo. In una pagina, registra la lettura, magnetica, del Maestro e Margherita; nel 1942 sogna di “villeggiare in una stazione climatica di montagna” e “di avervi fatto amicizia con… Nietzsche… steso su una sdraio a contemplare i ghiacciai”; il 5 ottobre del ’48 si fa il ritratto:
“Guido Morselli – Amò quanto poté – Non odiò mai”.
Qua e là appare, nitida, l’ossessione del suicidio, ma quale grande scrittore non s’interroga sulla morte, sull’ipotesi di togliersi la vita? Se qualcosa insegna Morselli è che la scrittura sorge dalla solitudine, dalla radicale rivolta al tempo – che uno scrittore, in fondo, è sempre postumo, è sempre lo scrittore del Giorno dei Giorni.

Qualche anno fa, accompagnato da Linda Terziroli – che a Morselli ha dedicato una straordinaria biografia, Un pacchetto di Gauloises (Castelvecchi, 2019) – sono stato a Giubiano, il cimitero monumentale di Varese. Nessuna fotografia inghirlanda la lastra di granito sotto cui è sepolto Morselli. Nudità su nudità. Una tomba Malevič. All’epoca mi domandavo che volto avessero i morti. Ora lo so. Al posto del volto hanno uno specchio. Buona visione.