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Storia breve e allucinata di Sherwood Anderson, il padre nobile di Faulker che a 36 anni lasciò moglie e fabbrica di vernici cominciando a scrivere racconti

Il nome di Sherwood Anderson (1876-1941) lo potete trovare in qualsiasi enciclopedia e tutte le storie della letteratura lo riconoscono come uno degli scrittori più importanti della narrativa americana, ma l’impressione è che sia un autore confinato nelle antologie e negli studi riservati agli addetti ai lavori. Nelle librerie si fa fatica, per usare un eufemismo, a trovare i suoi libri. Un vero peccato perché ha lasciato pagine di assoluto valore che travalicano i confini geografici e temporali.

Leggerlo non vuol dire solo conoscere il piccolo mondo della provincia americana in bilico tra la vecchia società agricola e la nuova società industriale; c’è molto di più. Il suo capolavoro Racconti dall’Ohio presenta una galleria di personaggi che dietro la facciata di una grigia, insignificante vita pubblica nascondono ossessioni e passioni travolgenti. Gli abitanti di Winesburg, un paese immaginario nell’America più profonda, hanno tutti una doppia personalità: quella pubblica, banale, conformista, rispettosa delle convenzioni sociali e quella intima, percorsa da ansie, solitudini devastanti e deliri inconfessabili. Ogni racconto della raccolta è il ritratto di un personaggio, caratterizzato da una verità nascosta, da un sogno, da una passione segreta.

Un libro che da più parti, e non a torto, è stato definito una versione in prosa dell’Antologia di Spoon River e nel quale Anderson sembra essersi assunto una sorta di “missione letteraria”, quella di dare voce a queste anime divise, mute e confuse che si accendono di bagliori improvvisi che squarciano il buio in cui sono immerse. Lo testimonia lui stesso quando rivela di avere un sogno ricorrente:

«Quando sono molto stanco vado a letto e spesso cado in un mezzo sogno. Vedo tutta una serie di volti sorridenti, volti tristi, volti stanchi, volti fiduciosi e ho come la sensazione che tutti questi volti appartengano a persone che mi chiedono di raccontare le loro storie».

Già la vita di Anderson sembra un romanzo. Dopo avere fatto, come ogni americano degno di questo nome, mille mestieri, riuscì a raggiungere il benessere come proprietario di una piccola azienda di vernici. Poi, a 36 anni, scomparve all’improvviso per ricomparire quattro giorni dopo in preda a una sorta di crisi esistenziale. Che cosa gli sia capitato in quel lasso di tempo resterà sempre un mistero. Fatto sta che lasciò moglie e figli e l’attività imprenditoriale per cambiare completamente vita decidendo di mettersi a fare lo scrittore. Per il resto dei suoi anni continuò a scrivere romanzi e soprattutto racconti, che sono la parte migliore della sua opera, viaggiare e a cambiare moglie, in totale si sposò quattro volte. Anche la sua morte merita di essere raccontata perché perse la vita a 61 anni per avere inghiottito inavvertitamente uno stuzzicadente che gli causò una peritonite.

Come tutti i veri grandi scrittori di ogni epoca, Anderson parla anche di noi, del contrasto insanabile tra il nostro mondo interiore, quello più segreto e più vero, e il mondo dell’esperienza esteriore, viziato dalla superficialità e dall’ipocrisia. Per conoscere veramente gli esseri umani non serve tanto guardare a quello che fanno e ascoltare quello che dicono nella vita pubblica, ma bisogna scavare nelle profondità psicologiche, in quelle segrete stanze dell’animo dove ognuno di noi tiene relegate le ansie e le speranze più intime, e per questo più preziose.

Ai miei occhi resta misterioso il velo di polvere che è sceso sul nome di Sherwood Anderson, autore modernissimo, vero cantore di quello smarrimento dell’individuo davanti a un mondo sempre più disumano, di quel “male di vivere” che ci prende alla gola oggi più che mai. E sì che molti grandi narratori americani, da Hemingway a Steinbeck fino a Carver, sono stati profondamente influenzati dalla sua opera e per William Faulkner era «il padre di un’intera generazione di scrittori». E tanto dovrebbe bastare per per suscitare l’interesse dei lettori. Più modestamente da parte mia l’unico consiglio che posso dare è quello di leggerlo e di tenere sempre i suoi libri a portata di mano. Poi naturalmente fate attenzione agli stuzzicadenti.

Silvano Calzini

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