Ma l’“Antologia di Spoon River” è un libro così importante? (In memoria di Edgar Lee Masters e di Fernanda Pivano)

Posted on Agosto 22, 2019, 6:27 am
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Primo gennaio 1915. Numero 1, volume II di “The Egoist”, An Individualist Review – me la ripasso come una leccornia sui denti tale sottotestata. L’impeto – e i denari – di una femminista esteta, Dora Marsden, il talento redazionale di Richard Aldington, i suggerimenti di Ezra Pound. Per quanto è durato – cinque anni, fino al 1919 – ‘L’Egoista’ fu una grande testata. Fisiamoci su quel numero lì. Aldington firma un saggio sui Plays of John Synge, James Joyce pubblica, a puntate, il Portrait of the Artist as a Young Man, qualcuno sta traducendo Lautréamont, The Songs of Maldoror. Ezra Pound, come sempre, fa l’agitatore. “Finalmente! Finalmente l’America ha trovato un poeta. Non capitemi male, l’America, grande terra dal futuro ipotetico, ha avuto grandi poeti, ma da Whitman in poi non si è visto nulla di nuovo. Walt ha imposto una moda”. Gli elogi di Pound – esperto in analoghi furori – sono rivolti a tale Webster Ford.

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Webster Ford è il nome con cui Edgar Lee Masters, avvocato presso lo stato dell’Illinois, tre figli, moglie figlia di avvocati, pubblica, mediando l’influsso dell’Antologia Palatina con le brume di Thomas Gray, gli epitaffi poetici che comporranno l’Antologia di Spoon River. I primi testi vengono stampati sul “Reedy’s Mirror”, dal 1914, griffati Webster Ford. Tra il 1915 e il 1916 la Spoon River Anthology viene pubblicata da Macmillan, con il nome autentico dell’autore: il successo fu esorbitante, sproporzionato.

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Ezra Pound e Cesare Pavese la pensavano allo stesso modo. Pavese scopre l’Antologia di Spoon River nel 1930, ne scrive l’anno dopo su “La Cultura” in questo modo: “È il poema essenzialmente moderno, questo, della ricerca, dell’insufficienza d’ogni schema, del bisogno insieme individuale e collettivo. Voi trovate che il rimpianto di un bambino, morto di tetano giocando, assurge alla stessa importanza cosmica dell’estasi di uno studioso che ha passata la vita ad adorare terra e cielo”. In “Spoon River”, di fatto, si raccontano storie, si alternano sketch, dove tutto è totalmente ‘fisico’, il Far West delle cose quotidiane, dei piccoli fatti che incrinano un destino. Edgar Lee Masters pare un Guido Gozzano senza ironia, senza Nietzsche, senza gheriglio lirico. La prima raccolta poetica di Pavese, Lavorare stanca (1936), dipende da questa scoperta narrativa, potrebbe intitolarsi “Spoon River Italia”.

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Secondo Pavese, Edgar Lee Masters è la quintessenza dell’‘americanità’ – meglio: dell’idea di America che ha Pavese. “Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l’Antologia di Spoon River: me l’aveva portata Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese”, ricorda ‘Nanda’ Pivano, che nel 1943, su istigazione di CP, per Einaudi, compila la prima traduzione ‘pirata’ del libro. “Convinse Einaudi a pubblicarlo: giorni felici, ma già tormentati dall’inizio della guerra. Per ottenere l’autorizzazione dalle censure del tempo venne richiesto il permesso di pubblicazione per una Antologia di S. River, e all’antologia di questo nuovo santo il permesso venne accordato (o almeno così mi raccontò Pavese; come capire se parlava sul serio?). E il libro uscì, in piena guerra, poco prima che la casa editrice venisse confiscata; Pavese mi portò la prima copia in un caffè di Torino di fronte alla stazione… Avevamo tutti e due gli occhi un po’ lucidi, mentre stavamo lì in piedi a guardare quel libretto smilzo, che era solo una scelta della vera antologia, con la copertina bianca orlata di verde e la carta un po’ ruvida sotto le mani intirizzite dal freddo”. Per ‘Nanda’ – morta dieci anni fa – fu il primo grande lavoro di una grandissima vicenda da traduttrice (tra gli altri, come si sa, traduce Fitzgerald, Hemingway, Faulkner, promuove l’epopea Beat).

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In Italia, il libro assume un valore extra-lirico, politico: “Per noi che eravamo giovani allora, Spoon River significava molte cose: la schiettezza, la fede nella verità, l’orrore delle sovrastrutture. Forse significava amore per la poesia; certo significava amore per quella poesia” (Pivano). Ogni editore ha la sua versione dell’Antologia di Spoon River: alla traduzione della Pivano si sono aggiunte quelle di Antonio Porta (ora il Saggiatore), di Luigi Ballerini (Mondadori), di Enrico Terrinoni (Feltrinelli) e altre. Il libro di Lee Masters è stato cantato da Fabrizio De André in uno dei suoi album più noti, Non al denaro non all’amore né al cielo (1971; il titolo si riferisce alla prima poesia del libro, La collina: “Dov’è quel vecchio suonatore Jones/ che giocò con la vita per tutti i novant’anni/ fronteggiando il nevischio a petto nudo,/ bevendo, facendo chiasso, non pensando né alla moglie né a parenti,/ né al denaro, né all’amore, né al cielo?”). Il successo del libro di ELM è tale che per rendere più appetibile la sfilza di Epitaffi greci pubblicata recentemente nella sontuosa collana Bompiani ‘Il pensiero occidentale’, gli si è imposto un sottotitolo inequivocabile, “La Spoon River ellenica”. Che sfizioso paradosso: nonostante sia ELM a essersi ispirato agli epitaffi antichi, pare lui l’ispiratore di un ‘genere’ coltivato nella classicità greca.

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Piuttosto: l’epitaffio sembra, di per sé, vocazione utile a interpretare la poesia occidentale del Novecento. Insieme a Lee Masters mettiamoci Kavafis, Ungaretti, Borges, Pasternak (per Majakovskij), Majakovskij (per Esenin). Veri, reali, presunti, immaginati: la poesia mette un fiocco sul cadavere.

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Nel caso di ELM l’idea – il concept book con i morti che parlano – è più forte dell’esito. Troppi poeti americani sono più potenti di Lee Masters: Robert Frost, ad esempio, Wallace Stevens, Robert Penn Warren. Sono meno ‘facili’, non si prestano alla manifestazione pubblica o alla levata di scudi, reclamano intimità – insomma, sono meno ‘utili’ ai bisogni.

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In ogni caso: l’Antologia di Spoon River fu il lungo epitaffio del poeta Edgar Lee Masters. Non lo dico io: “Masters arrivò – svanì. Vittima del successo del suo unico inalterabile capolavoro, Spoon River Anthology; ciò che ha pubblicato dopo non importava, non avrebbe mai potuto competere con quel libro, tutti gli altri lavori non rappresentavano altro che l’esegesi di un declino. Spoon River Anthology lo ha reso famoso, ma ha reso più triste la sua vita, è stato – plagiandolo – il suo ‘vero epitaffio, più duraturo della pietra’” (Herbert K. Russell). Dopo “Spoon River” scrisse tanto, Lee Masters. Scalfito dalla fama, decise di darsi totalmente alle lettere. Fallì. I suoi libri – compresa una New Spoon River, 1924 – non facevano presa, sembrava aver detto tutto, subito, dannazione dei libri epocali. Nel 1931 firma una biografia di Lincoln, nel 1937 di Whitman; nel 1938 scrive Mark Twain: A Portrait. Un paio di anni prima, si era ritratto in una autobiografia, Across Spoon River. Restò cementato nelle voci dei suoi morti, eternamente vivi all’altare della letteratura.

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Antologia. Da non sottovalutare la contraffazione, la letteratura che piega e plagia se stessa, un pianto verbale, il vezzo ellenistico dell’antologia, il florilegio, la raccolta di fiori. Prima di ELM ricordo i Canti di Ossian di Macpherson, l’Omar Khayyam rifatto da Edward Fitzgerald, il Kalevala, mito finnico impastato in pieno Ottocento, ma pure le cosmogonie di William Blake. Ecco, ELM ha ridotto il cosmo a un villaggio, è passato dall’eroico al frugale, ma quello è: esercizio liberty – epopea bizantina su ceramica – incarnato in una specie di Twin Peaks.

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Debbo il ‘gancio’ all’amico Bruno Giurato, che ubriaco di oracoli delfici mi fa, guarda che Edgar Lee Masters ne fa 150. Sbaglia di una ebbrezza: il 23 agosto ELM, che nelle fotografie ha l’eleganza dell’uomo d’ufficio – e la poesia, ufficio esoterico, quando diventa occupazione ‘ufficiale’ spesso ti si ritorce contro, si fa veleno – ne fa 151. Cifra elegante, in effetti. “Non mi pare un compendio di finitezza, ma un manuale iniziatico”, mi scrive Bruno, citando l’epitaffio a Jonathan Swift Somers. Eccolo:

Quando vi siete arricchita l’anima
fino al massimo,
con libri, pensiero, sofferenza, comprensione,
la capacità d’interpretare occhiate, silenzi,
le pause nei mutamenti importanti,
il genio della divinazione e della profezia;
tanto da sentirvi capace, a momenti, di tenere il mondo
nel cavo della mano;
allora, se, per l’affollarsi di così grandi poteri
nel recinto della vostra anima,
l’anima prende fuoco,
e nell’incendio
il male del mondo è illuminato e reso limpido –
siate grati se in quell’ora della visione suprema
la vita non vi canzona.

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Su “l’Unità”, il 12 marzo 1950, Cesare Pavese, passato dal furore americano all’amore assoluto per la Grecia arcaica, trova in Lee Masters la stessa ambasciata delfica: “Disse Lee Masters a un giornalista: ‘Ogni due o tre anni ho fino a poco tempo fa riletto tutte le tragedie greche. La civiltà dei Greci fu la grande meraviglia del mondo. Essi pensavano in universali’”. La quintessenza degli Usa la trovi all’ombra di Atene, nell’ombelico di Delfi.

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Più che intenzionalità iniziatica, penso ci sia imitazione, l’enigma dell’ispirazione, in ELM. Americano con patria a Delfi (“tu andrai attraverso la terra, o anima forte,/ e attraverso innumerevoli cieli,/ verso la vampa finale!”, Arno Will; anche se è un po’ come la Venezia a Las Vegas), ELM intuì, poi si perse nel pettegolezzo degli oltremondani. Il poeta, lacerato dalla nostalgia furibonda degli andati, è il ponte tra i vivi e i morti – la sua parola non centra la cronaca, ma il crocevia del millennio venturo. Muore a Melrose Park, pressoché dimenticato, Edgar Lee Masters, autore di un unico libro che si ostinò a scriverne decine di altri. “Ridottosi a vivere diconferenze, morì assai povero il 5 marzo 1950 in un convalescenziario… Si dice che fu Theodore Dreiser a pagargli l’ultima retta d’ospedale” (Pivano). “Giovinezza, non serve fuggire il richiamo di Apollo./ Géttati nella fiamma, muori con un canto di primavera,/ se morire tu devi in primavera. Perché mai nessuno/ vedrà il viso di Apollo e potrà sopravvivere”: l’epitaffio che chiude “Spoon River” è intitolato a Webster Ford. Lo pseudonimo di Edgar Lee Masters. I poeti sanno come dare la vita e darsi la morte. (d.b.)