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“Era arrogante come un punk”. René Daumal, una lettera

Uno degli speciali agostani di “Le Monde”, pubblicati, forse, per convincerci che l’estate è il tempo per le repentine conversioni, per far piazza pulita di tutto, del tutto, è dedicato a René Daumal (1908-1944), lo scrittore-cercatore, definito rockeur avant l’heure. Di Daumal, infatti, s’investiga il potere eversivo degli scritti, il genio ipnotico che “ha posto le fondamenta della controcultura psichedelica”. In particolare, s’insiste sull’ammirazione di Patti Smith, che allo scrittore ha dedicato Peradam, disco che ricalca un vagabondaggio mistico dalle Ardenne all’Himalaya. “Era arrogante come un punk, ma era pure un umanista, immerso nella spiritualità. Come Rimbaud e Artaud, conosceva il mistero della bellezza”, ha detto Patti Smith, che ha firmato la prefazione a un’edizione speciale del Monte Analogo, prevista per Gallimard tra un paio di mesi. Daumal, voglio dire, con tentacolare sapienza sembra porsi al centro di un canone ideale: quello dei libri, rarissimi, che coinvolgono in una conversione. Nella sua vita, breve e lampeggiante, Daumal ha attraversato due rivoluzioni: è il fondatore, con Roger Gilbert-Lecomte, Roger Vailland e Joseph Sima, della rivista letteraria, sovversiva, “Le Grand Jeu”, che porta alle estreme conseguenze la patafisica, l’oltraggio alla grammatica, il tanto caldeggiato Oriente, sfottendo l’avanguardia in cravatta dei surrealisti (“Abbi cura, André Breton, di comparire nei libri di testo di storia della letteratura, il nostro onore è quello di essere inscritti dai posteri nella storia dei cataclismi”). Il mutamento accade nel 1930 quando Daumal incontra Alexandre de Salzmann, e per suo tramite gli insegnamenti di Gurdjieff. A quel punto, la scrittura s’incardina nella ricerca spirituale, ne è la serratura e il labirinto. René Daumal – le cui opere sono studiate da Claudio Rugafiori – è il cuore del catalogo Adelphi (quest’anno è uscita una nuova edizione de La gran bevuta, l’anno scorso de Il monte Analogo), di cui costituisce il fondamento ideale, esplicito. A Pelvoux, nelle Alpi francesi, Daumal comincia a scrivere Il monte Analogo; da lì scrive a Jeanne de Salzmann, discepola prediletta di Gurdjieff, raccontandole i progressi nella disciplina. La sua Correspondance – “una delle più belle del secolo”, secondo Rugafiori è edita da Gallimard in tre volumi (1992; 96).

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A Jeanne de Salzmann

Pelvoux, 6 agosto 1943

Abbiamo ricevuto ieri, giovedì, la trascrizione del 22 [ci si riferisce alla trascrizione dei discorsi di G. I. Gurdjieff, del suo insegnamento orale, ndr], l’abbiamo letta ieri sera – e mi sono sentito come se fossi a “Parigi” (dico “Parigi” come altri intendono La Mecca). La tua lettera mi ha aiutato molto. Quanto è necessario sentirsi ripetere e ripetere ancora e ancora ciò che si crede di sapere!

Per prima cosa voglio rispondere alle tue domande:

1) Il ricordo, la sensazione del “io sono” è cambiata? Difficile rispondere in modo compiuto. Nel mio stato ordinario, vedo per lo più i lati negativi: cioè, mi vedo sempre più sommerso nell’oceano delle identificazioni e più lavoro più sono assalito da cause che distraggono. La capacità di ricordare me stesso, dunque, non mi pare cambiata molto. Ma non è vero. Se rifletto, vale a dire se confronto il mio stato ordinario di oggi con il ricordo dei migliori momenti del lavoro, avverto un leggero cambiamento. Ho passato diversi istanti, rari e brevi, in cui “io sono” aveva un sapore nuovo – nuovo, ma allo stesso tempo che riguardava il ritorno all’antico, al profondamente nascosto, qualcosa al tempo stesso di doloroso e quieto – vuoto e niente, eppure sicuro del sé che per qualche istante si separa dalla macchina e su di essa prevale. In quegli attimi, il mio rapporto con il corpo cambia completamente. Non lo considero più “mio”, una proprietà sulla quale ostento un diritto, ma come qualcosa che mi è stato affidato per un compito, che può essermi sottratto da un momento all’altro senza motivo di protesta. In quei momenti, in effetti, non protestavo. Potrebbe essere la profonda reazione al pensiero della morte che dà misura dei piccoli progressi che sono stato in grado di fare nella qualità del ricordo. Ma non nella durata. Proprio lì, sento che il lavoro è grande, e chiede continuità di sforzo e pazienza: “sostenere la fatica”.

Comprendo la distanza percorsa quando confronto il significato della parola “essere” che ha per me oggi rispetto a qualche tempo fa. Un tempo, “essere” significava “piacere”: raggiunto un certo stato, fermarsi, goderne, ammirarsi (e da lì, dunque, che caduta!). Ora, “essere” significa piuttosto realizzare consapevolmente quale sia il proprio luogo e il proprio compito; per questo so di non essere, ma lo so solo quando dico “io sono”.

2) Riguarda alla “concentrazione del pensiero” – anche qui, se c’è un cambiamento, è nella direzione di una lotta più vasta, acuta, presente; se il nemico mi appare più forte e molteplice questo è il segno, forse, che ho un po’ più di forza. Il fatto è che durante gli esercizi, o quando rifletto, il mio pensiero è ormai nettamente diviso in due: in quei momenti la parte attiva non si fonde più con quella meccanica; e quest’ultima la percepisco sottomessa, non mi disturba più con le sue associazioni. Anche in questo caso, però, il problema è insistere sulla durata. Non appena mi lascio andare, declino lo sforzo, il flusso delle associazioni sembra peggiore di prima.

Quello che si sviluppa in questi giorni, insomma, è il gusto e il bisogno di lottare. Una risposta di Gurdjieff sulla necessità di andare contro il corpo proprio in ciò che più gli piace o non gli piace me lo ha mostrato chiaramente. Certo è che nel mio caso non posso applicare alla lettera questa regola (in tempi passati credevo di poterlo fare). Ma se nella parola “corpo” includo tutto ciò che è meccanico nelle mie funzioni, il campo di lavoro è ancora più esteso. In particolare, con il mio meccanismo intellettuale posso applicare la norma e vanificarlo, in tutto, oppormi ai suoi tic, alle sue manie, ai suoi cliché…, in una parola, alla sua pigrizia. Va da sé che questo rende il lavoro di scrittore più complesso, ma molto più interessante e interiormente fruttuoso.

Sì, faccio esercizi, cercherò di farne di migliori, e meglio, nello spirito che chiedi: “come un servizio” e “come si impara un mestiere”. Il lavoro è sempre più un lavoro “dentro me stesso” più che un lavoro “per me stesso”. Le soddisfazioni più grandi, ora, sono gli istanti in cui osservo l’elemento “personale” farsi meno forte. È difficile da spiegare, ma oggi sento con estrema chiarezza che “io sono” è l’esatto contrario di “io, me, mio”.

René Daumal

*In copertina: René Daumal e la moglie Vera, nel 1932; photo Artür Harfaux

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