“Essere amati è il grande privilegio”. Discorso sul Paradiso attraverso la poesia
Poesia
Vincenzo Gambardella
Inutile cincischiare: Giacomo Prampolini è stato un genio. Nato a Milano il 22 giugno del 1898, studi al ‘Beccaria’, da ragazzo, oltre alle lingue, per così dire, ovvie – inglese, francese, tedesco, spagnolo – cominciò a praticare il russo, il giapponese, l’arabo. Volontario durante la Prima guerra – fu sul Piave e a Caporetto – continuò, con ansia insonne, rabdomantica, a rivoltarsi nel linguaggio. Padroneggiava una sessantina di lingue.
Uomo dal talento inverosimile, portato allo studio e alla scrittura come servizio più che all’idolatria dell’io, Prampolini prese a collaborare pressoché con tutti gli editori del Paese, da Formiggini – per cui tradusse Keats – a Corticelli – per cui si occupò di Kipling –, Treves – sua la versione di Bambi – e Bompiani – Il volto del bolscevismo, dello storico austriaco René Fulop-Miller reca un’introduzione di Curzio Malaparte. Dal 1928 fu tra i più assidui collaboratori della Mondadori: al di là di alcuni libri di vaglia – le Novissime avventure di Sherlock Holmes, ad esempio – a Prampolini era chiesto di tradurre gli impossibili, da lingue ignote ai più. Nascono così libri ‘iperborei’ come Con l’Aquila verso il Polo (1930), il diario della disastrosa spedizione artica a bordo della mongolfiera Örnen (“Aquila”, appunto) guidata dall’avventuriero svedese Salomon August Andrée, e L’Antartide esplorata (1931), dell’ammiraglio americano Richard Evelyn Byrd. Per la ‘Medusa’, a parte qualche rara celebrità – Par Lagerkvist e Aldous Huxley –, voltò in italiano autori ora tumulati in olio oblio: gli islandesi Kristmann Guðmundsson e Gunnar Gunnarsson, il danese Nis Petersen, il ceco Ivan Olbracht, il faroese William Heinesen, tra i tantissimi. Amava le lingue marginali, cioè gli scrittori sconfinati, ai limiti del mondo – in questi smarriti riconosceva, forse, una originalità, un istinto originario ancora intatti.
I bibliomani ricorderanno il legame tra Prampolini e Scheiwiller: da quel sodalizio sono germogliati, per la collana ‘Oltremare’, libri preziosi e bellissimi, la raccolta di Proverbi coreani e di Proverbi cinesi, le Poesie indonesiane, le Strofe del Vietnam, i Canti del Dalai Lama. Non era il gusto per l’esotico ad affascinare Prampolini, ma l’ansia di chi anela all’ignoto, scopre nuove costellazioni, si fa spazio nella giungla del linguaggio. Gli pareva angusto il pantano culturale italiano, ingiusto l’indecoroso snobismo riservato alle letterature extra-occidentali, infame il chiacchiericcio che intorbida la vitalità del linguaggio. A tempo perso, scrisse una Grammatica teorico-pratica della lingua olandese; recluso a Spello – di cui la moglie, Elsa Damiani, fu il primo Sindaco donna, dopo la Seconda guerra –, questo vagabondo dell’intelletto non aveva bisogno, come i borghesi avvinti in una tediosa inquietudine, di viaggiare: uscì dall’Italia, per la prima volta in vita sua, nel 1958 – nei Paesi Bassi lo avevano onorato con un ciclo di convegni. Prampolini compiva sessant’anni quell’anno: Scheiwiller allestì una “Piccola antologia” di sue traduzioni, Porticello, introdotta da Montale.

Di quest’uomo degno di un racconto di Borges, oggi non resta pressoché nulla: Garzanti continua a ristampare la sua traduzione de Il segno rosso del coraggio, memorabile libro di Stephen Crane. Dagli anni Trenta, con infaticabile lena, Prampolini lavorò al suo capolavoro, un’impresa borgesiana in ogni senso: l’immane repertorio della Storia universale della letteratura. Uscita per Utet, in prima battuta, in cinque volumi, nel 1935, questa formidabile Storia universale fu costantemente rivista, aggiornata, riscritta. In Prampolini la pazienza dello scriba si misurava con l’audacia del pioniere: l’ultima edizione – in sette volumi per oltre settemila pagine in totale – uscì nel 1961. L’opera – per delicatezza e vigoria di stile prima che per vastità d’intenti – è mirabile, un’avventura spericolata, come squadernare l’Uranometria di Johann Bayer, l’Histoire naturelle di Buffon, la Monstrorum Historia di Ulisse Aldrovandi. Cercatela nella biblioteca del vostro paese. L’attacco pare un incipit da romanzo:
“Fra le letterature vive di popoli civili, quella cinese detiene il primato per l’antichità e per la ricchezza della produzione. Un fenomeno astronomico, descritto in un vetusto libro di prosa, è stato da scienziati europei riconosciuto esatto e attribuito con sicurezza al febbraio dell’anno 2461 a.C. D’altra parte, quando nel secolo XVIII il grande imperatore manciù C’ien Lung, scrittore fecondo egli stesso, incaricò un gruppo di dotti di fare una scelta fra i capolavori della letteratura nazionale, il risultato dei lavori culminò in un elenco comprendente 160.000 opere degne di considerazione”.
Il culto di Prampolini per le letterature sconosciute tocca qui il suo apice: ciò che fa della Storia universale della letteratura un’opera unica, tuttavia, è la singolarità dell’autore, le vestigia dello stile, le frasi ben tornite. Basti a mo’ di emblema il paragrafo con cui Prampolini conclude il profilo dedicato a Friedrich Hölderlin (tomo numero V):
“Separandosi dal poeta dell’entusiasmo conviene ripetere, per compendiarne la grandezza e il destino, le chiare parole che egli ha dette su se stesso: ‘Io mai non compresi le parole degli uomini. Crebbi nelle braccia degli Dei’. I Greci invero sapevano che la pazzia colpisce chi si avvicina troppo alla divinità. Hölderlin si frantumò, cantando contro l’Infinito, contro il Tutto”.
Questa Storia universale – naturalmente scomparsa dagli scaffali librari, dacché il nostro tempo è infinitamente infimo, vuole conquistare l’universo dimentico degli universali – è il vero antidoto a Wikipedia e alla cosiddetta Intelligenza Artificiale: un uomo – e non una macchina o una speciosa, livida ‘oggettività’, né simili artifici della tecnica – parla in queste pagine, titaniche e docili assieme. Una stessa catena umana, l’umanità costi quel che costi, anima la ‘poetica’ di Prampolini:
“La letteratura ha molti volti e una sola sostanza: l’uomo […]. Un filo ben discernibile collega il più remoto inno pagano al più moderno scenario per film: esso corrisponde alla continuità delle razze umane nel tempo, e durerà finché gli uomini conosceranno con la vita la morte, saranno capaci di gioire e soffrire, di procreare e di lavorare”.
Prampolini fu, tra l’altro – per esistenza e istinto – poeta. Lo fu secondo la propria indole, come si culla un rito privato, un florilegio di strane farfalle, un gioco troppo importante da divulgare al mondo. Le pubblicazioni, rarefatte – per Scheiwiller, nel 1928, esce Dall’alto silenzio, libro dal titolo-emblema; nel 1931, per Artigianelli, Segni; nel 1946, per Utet, Dominio delle cose –, culminano con Molte stagioni, stampato da Mondadori nel 1962. Nessuno ne parlò – Prampolini non fece nulla perché se ne parlasse. Il poeta poliglotta morì, nella sua stoffa, umile e coriacea assieme, il 25 aprile del 1975, a Pisa. Nei repertori della lirica patria, Prampolini è quasi sempre il grande assente. La democraticissima Antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo a cura di Ravegnani & Titta Rosa (Aldo Martello, 1972), tiene conto della sua poesia, inscatolando Prampolini tra Giacomo Noventa e Carlo Betocchi. I curatori scrivono che “nei suoi libri di poesia, non soltanto per le colorite visioni del mondo, ma soprattutto per l’intimo sentirsi creatura terrestre, ha risalto uno stupore d’anima, il quale porta, tra inquietudine e felicità, delicati accordi al leggero gioco dei sentimenti, e, assieme, estatiche consolazioni”.

Il Prampolini poeta pare un tenue paesaggista: più che ai crepuscolari il suo dire ha qualcosa dei macchiaioli, ricorda i campi stretti di Silvestro Lega, le campiture di Giovanni Fattori. L’atmosfera da primo giorno del mondo – ingenua per cura più che per distrazione – però, fa di Prampolini un poeta estraneo al nostro canone primordiale. Di lui si può dire quello che lui diceva della letteratura islandese che tanto amava: “estetica insulare”, “integrità”, “perizia”, “umano calore”. L’opera di Prampolini, così, si apparenta a quella degli autori – mai uditi prima – che lui stesso ha tradotto: Steingrimur Thorsteinsson (“Credi in due cose al mondo,/ che portano la più alta dignità:/ Dio nello spazio dell’universo/ Dio dentro te stesso”), Pall Olafsson (“Vorrei poter diventare paglia/ e appassire nelle tue scarpe;/ più lieve certo cammineresti/ sopra gli errori miei”), Stephan G. Stephansson (“L’arte è il lavoro/ di lacerare a poco a poco/ e assottigliare sempre più/ sino alla massima sottigliezza”).
In questa interiore insularità è la bellezza delle poesie di Prampolini, che giungono a noi come levigati cristalli – sanno ancora ferire.

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Se pietra fosti nella realtà
convolvolo sarai nel sogno;
cordiali saluti le piazze
ti offrono nei mattini,
quando la costa argentea
è una caviglia di donna,
e il tram operaio sferraglia
correndo verso il lavoro;
quando ai caselli scorgi
visi tuffarsi nei catini,
e lungo la costa ride
un bianco bacio agli scogli.
*
Sotto le nuvole nere
odorano dei nespoli i fiori:
novembre, la tua prima sera
è un estremo tepore.
Cieli specchiati da acque
occhi nella pianura;
sul monte la folta bufera,
qui per le api il miele.
Passione di luce che muore,
ecco la nostra vita:
pericolo, grido, singulto
mentre la terra continua.
*
I morti ci stanno intorno nell’aria:
a mezz’ora di strada, le loro tombe;
al tramonto là cantano usignoli –
e noi qui facciamo le solite cose.
Ieri cogliemmo i papaveri in fiamme,
oggi Aprile irrora le fervide fave:
Aprile che apre ogni anno illusioni alla vita
e molte sere agli stanchi suggella le ciglia.
*
Le parole oggi mi danzavano intorno
come farfalle; parole semplici acute:
sasso, terra, cielo, il mio soffrire
e quello di tutti. Ma anche oggi è finito:
un altro giorno. E domani pure
sarà un altro giorno: almeno per te,
mondo, che ruoti senza memoria.

*
I luoghi, le piante, i tetti
di queste vecchie case
mi hanno limato
sino all’usura;
sino a quella punta
di uomo che in me ancora
osa domandare al cielo
una qualche ragione.
Ma il cielo nelle nubi si chiude,
e tu, mio vicino, t’allieti
a voli di uccelli di passo:
quattro spari – e poi viene la sera.
*
Sull’Appenino gli dèi
ancora colgono timi;
gli spiriti della natura
nei luoghi più selvaggi
danzano al sole,
poi tra le foglie dormono.
Allora il vento dal valico porta
respiri eterni,
ignote parole –
e chi le sente
sa senza apprendere:
cose del sonno e del tempo.
*
Non toccherai le cose
che non ti guardano:
l’erba, il sasso, la foglia morta –
esse sono del cielo.
Ma potrai sul colle
narrare in solitudine,
con trepida voce,
il tuo passare.
Giacomo Prampolini
*In copertina: un’opera di Alex Coville