24 Luglio 2024

“Nei tempi antichi, il sole morì”. Storie di uomini e di dèi

Francisco de Ávila aveva la costante ferocia dei neoconvertiti. Nato a Cuzco nel 1573, abbandonato dai genitori, fu allevato da coloni spagnoli: il “Virreinato del Perú” era nato appena trent’anni prima. Gli fu concesso di studiare: dal collegio dei Gesuiti all’Universidad San Marcos, in Lima. Francisco, indigeno peruviano, accolse con trepidazione i voti, amava la Chiesa, fu dottore in teologia. La sua azione inizia sotto il governo del marchese di Salinas, Luis de Velasco y Castilla. L’apparente quiete del chierico non riusciva a nascondere la crudeltà, che conosce, in certi casi, l’arte della pazienza, la dedizione dello studio, le vampate di una intelligenza in esubero. In sostanza: Francisco de Ávila si premurò di estirpare, dalla provincia in cui era stato inviato, Huarochirí, miti, riti, attitudini ‘pagane’. I luoghi, d’altronde, erano abbacinanti: deserti alternati ad alture, nubi di neve, vasti laghi; calanchi che paiono ruggini; Eden e Sheol uniti in un unico, vasto spazio, nelle zona interna del Perù. Dio, laggiù, aveva naturalmente la foggia del giaguaro e del condor, l’uccello sacro, di fronte a cui perfino il cielo si inchina, il senza cuore.

Il paradosso ha sentore di provvidenza: l’opera certosina di Francisco de Ávila gli si è, per così dire, ritorta contro. È grazie ai suoi studi, infatti, che conosciamo con qualche precisione le leggende delle genti di Huarochirí. In particolare, tra le carte del predatorio presbitero è stato ritrovato il cosiddetto “Manoscritto di Huarochirí” – noto anche come “Runa Yndio Ñiscap” – testo scritto in quechua che costituisce una sorta di Genesi e di quest delle civiltà di laggiù. Ora conservato nella Biblioteca Nacional di Madrid come sacra reliquia di perduti riti e sepolti idiomi, il manoscritto è ancora un rebus per gli studiosi: secondo alcuni non ne è Francisco l’autore, che si sarebbe avvalso dell’aiuto di un copista del luogo per tradurre in stadio scritto una tradizione mitica eminentemente orale. “Riteniamo che Ávila possa essere stato l’editore della tradizione orale, ma in nessun modo può considerarsi autore della stessa. Il manoscritto conserva la freschezza dello stile letterario orale, con digressioni che interrompono il filo del racconto principale e incoerenze e discordanze proprie della tradizione orale” (Liliana Rosati).

Nel 1966 lo scrittore peruviano José María Arguedas ha condotto una traduzione originale, in spagnolo, dall’originario quechua titolandola Dioses y Hombres de Huarochirí; da quella versione Diana Mazon ha scelto i passi tradotti in appendice all’articolo, per la prima volta in Italia. Scoperto fortunosamente nel XIX secolo, il testo è stato pubblicato la prima volta a Lipsia, nel 1939, dallo studioso tedesco Hermann Trimborn, con un titolo perturbante: Demonios y magia en el Imperio Inca. Nel 1980 è uscita la versione in francese, Rites et traditions de Huarochiri, nella versione di Gérald Taylor. La scelta di fondarsi sulla versione di Arguedas, educato fin da bimbo al quechua, è, oltre che necessaria dal punto di vista estetico – l’estro dello scrittore che ha fatto del quechua il proprio alfabetiere narrativo –, utile da quello librario. Un tempo idolatrato dall’editoria nostra – per Einaudi erano presenti in catalogo i libri più importanti: Tutte le stirpi, Il Sexto, La volpe di sopra. La volpe di sotto, I fiumi profondi, Musica, danza e riti degli indios del Perù… – è ora passato di moda, quasi che gli scrittori possano essere scacciati dal desco come inopportune zanzare. Non è più tempo di ‘primitivismo’, se non secondo i criteri del villaggio turistico, della cartolina. Morì suicida, roso dalla depressione, Arguedas, nel dicembre del 1969; in una delle ultime conferenze disse: “Non sono acculturato, sono un peruviano che orgogliosamente, come un demone felice, parla cristiano e indio, spagnolo e quechua”. Al suo funerale, chiese che fosse suonato il violino, che si ballasse sulla sua tomba.

Cuniraya Viracocha

I brani scelti in questa antologia del “Manoscritto”, raccontano le vicende del dio creatore Cuniraya Viracocha. Notevoli gli inserti cristiani – il dio che sulla terra veste poveramente, stigmatizzato come “miserabile” dai più; la nascita del figlio tramite la vergine; il ricorso del diluvio universale, che “divampa” come un fuoco – che virano, però, quasi subito, in una frugalità d’altro impianto, in un furibondo immaginario. Così: la vergine rifiuta il figlio avuto dal dio; il dio, come un segugio, si getta all’inseguimento, elargendo doni o pene agli animali che gli danno informazioni. Genericamente, è il capriccio a vincere, il barlume dell’astuzia; l’idea di fondo è quella di un mondo, pur nelle difformità, compatto, senza separazione, dove i ruoli di ciascuna creatura concorrono a costruire una unica comunità, un unico enigma. Il cristianesimo, al contrario, insegna che il mondo si deve spezzare per compattarlo, deve sanguinare. Del resto, qui siamo nell’ambito della fiaba: Ovidio accomunato agli sciamani. Sciama la parola che lega e quella che separa, qui: anche la più innocua ‘storiella’ cela il tranello, il pericolo.

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DEI E UOMINI DI HUAROCHIRÍ

“Cosa accadde a Cuniraya Viracocha e come Cahuillaca partorì suo figlio e quel che ne seguì”

Vita di Cuniraya Viracocha

Cuniraya Viracocha, nei tempi più antichi, camminava, vagava assumendo l’aspetto di un uomo molto povero, la sua yacolla [mantello] e la sua cusma [tunica] erano brandelli. Quelli che non lo conoscevano, mormoravano nel vederlo: “miserabile pidocchioso” dicevano. Quest’uomo aveva potere su tutti i popoli. Con la sola voce riusciva a ultimare appezzamenti ben rifiniti e sostenuti da muri. Insegnava a fare i canali di irrigazione gettando [nel fango] il fiore di una canna chiamata pupuna, l’ha insegnato a fare sin dall’inizio. E così, facendo una cosa e l’altra, camminava, umiliando i huacas[1] di alcuni popoli con la sua saggezza.

E così, a quel tempo, c’era una huaca chiamata Cavillaca. Era vergine. E siccome era bella, i huacas, uno dopo l’altro, tutti loro annunciavano: “dormirò con lei”, dicendo così la pretendevano, la desideravano. Ma nessuno ottenne ciò che voleva. Poi, senza aver permesso a nessun uomo di incrociare le gambe con le sue, un giorno si mise a tessere ai piedi di un albero di lucuma. In quel momento Cuniraya, siccome era saggio, divenne un uccello e salì sull’albero. Sul ramo prese un frutto, gli versò il suo germe maschile e fece cadere il frutto davanti alla donna. Lei molto contenta, inghiottì il germe. E così rimase incinta, senza aver avuto contatto con nessun uomo. A nove mesi, come ogni donna, partorì vergine. Durante un anno allattò la creatura[2] al suo seno. “Figlio di chi sarà?” si domandava. E quando il figlio compì l’anno e già gattonava, la madre fece chiamare i huacas da ogni luogo. Voleva che riconoscessero suo figlio. Gli huacas, sentendo la notizia, indossarono i loro vestiti migliori. “A me deve amare, a me deve amare”, e così dicendo, risposero alla chiamata di Cavillaca.

L’incontro fu fatto ad Anchicocha dove la donna viveva. E lì, quando gli huaca sacri accorsi da tutte le parti erano già seduti, la donna disse loro: “Vedete uomini, potenti capi, riconoscete questa creatura. Chi di voi mi ha fecondato con il suo germe?”; e chiese a ciascuno di loro, in disparte: “Sei stato tu? Sei stato tu?”. E nessuno di loro rispose: “È mio”. E siccome Cuniraya Viracocha, di cui abbiamo già parlato, seduto umilmente, appariva come un uomo molto povero, la donna non chiese niente a lui. “Non può essere figlio di un miserabile”, diceva, disgustata da quell’uomo lacero. E poiché nessuno affermava: “È mio figlio” lei disse al bambino: “Va’ tu stesso e riconosci tuo padre” e ai huacas disse: “Se uno di voi è il padre, lui stesso, riconoscendolo cercherà di salire sulle sue braccia.” Allora la creatura cominciò a gattonare fino al luogo in cui si trovava l’uomo malconcio. Durante il tragitto non pretese di salire sulle braccia di nessuno dei presenti, ma appena arrivò davanti al povero, molto felice e d’improvviso, abbracciò le sue gambe. Quando la madre vide questo, si infuriò molto: “Che schifo! Come ho potuto partorire il figlio di un uomo così miserabile?”, esclamando, sollevò suo figlio e corse verso il mare. Vedendo questo: “Adesso mi deve amare”, disse Cuniraya Viracocha e, indossando il suo vestito d’oro, spaventò tutti i huaca; e giacché erano così spaventati, cominciò a cacciarli fuori, e disse: “Sorella Cavillaca, guarda da questa parte e contemplami; ora sono molto bello”. E facendo risplendere il suo abito d’oro, si mise in piedi. Ma lei non voltò nemmeno gli occhi verso il luogo dove si trovava Cuniraya, e continuò a fuggire verso il mare. “Per aver partorito il figlio immondo di un uomo spregevole, io scomparirò”, disse, e dicendo questo si gettò in acqua. E lì fino ad ora, in quel profondo mare di Pachacamac si vedono molto chiaramente due pietre sotto forma di persone che vivono lì. Non appena caddero in acqua, entrambi [madre e figlio] si trasformarono in pietra.

In quel momento, Cuniraya Viracocha si allontanò dal sito [Anchicocha], dicendo: “Mia sorella deve vedermi, deve apparire”, la chiamava, urlando la pretendeva. E incontrò un vecchio condor. Chiese al condor: “Fratello: dove l’hai incontrata, quella donna?”. “A poca distanza da qui”, rispose il condor, “puoi trovarla”. E Cuniraya gli disse: “Avrai una lunga vita. Quando gli animali selvatici muoiano, siano essi guanaco o vigogna, o qualsiasi altro animale, tu mangerai la loro carne. E se qualcuno ti dovesse uccidere, quello, chiunque sia, morirà anche lui.” Così gli disse.

Poi incontrò una moffetta. E quando le chiese: “Fratello, dove l’hai incontrata, quella donna?”; la moffetta gli rispose: “Mai più la troverai; è andata troppo lontano.” “Poiché mi hai dato questa notizia, tu non potrai più camminare durante il giorno, mai, perché gli uomini ti odieranno; e così, odiato e puzzolente, camminerai solo di notte e soffrirai nel disprezzo”, gli disse Cuniraya. Poco dopo incontrò il puma. Il puma disse a Cuniraya: “Lei è molto vicino, puoi raggiungerla.” Cuniraya gli rispose: “Tu sarai molto amato; mangerai i lama degli uomini colpevoli. E se ti uccidono, gli uomini metteranno la tua testa sulla loro nelle grandi feste, e ti faranno cantare; ogni anno taglieranno la gola a un lama, ti porteranno fuori e ti faranno cantare.” Poi incontrò una volpe, e la volpe gli disse: “Lei è già molto lontano; non la troverai.” Cuniraya gli rispose: “A te, anche se cammini lontano dagli uomini che ti odiano, ti perseguiteranno; diranno: ‘quella volpe sciagurata’, e non si accontenteranno di ucciderti; per il loro piacere, calpesteranno la tua pelle, la biasimeranno.”

Poi incontrò un falco, il falco gli disse: “Lei è molto vicino, puoi trovarla” e Cuniraya gli rispose: “Tu sarai molto felice, pranzerai colibrì e poi mangerai uccelli di ogni specie. E se muori, o qualcuno ti uccide, gli uomini ti offriranno in sacrificio un lama, e quando canteranno e balleranno, ti metteranno sopra il loro capo, e lì, magnificamente, starai.”

Subito si imbatté in un pappagallo, e il pappagallo gli disse: “Ha già attraversato una grande distanza, non la troverai.” Cuniraya gli rispose: “Tu camminerai strillando sempre, troppo; quando dirai: ‘distruggerò il tuo cibo’, gli uomini che ti odieranno, ti scopriranno dalle urla e ti scacceranno; vivrai soffrendo.”

E così, a chiunque gli dava buone notizie, Cuniraya conferiva doni, e continuava a camminare, e se qualcuno lo scoraggiava con cattive notizie, lo malediceva e continuava a camminare. (Così, arrivò fino alla riva del mare. Appena arrivato lì, entrò nell’acqua, e la fece gonfiare, ingrandire. E da quell’evento gli uomini di oggi dicono che la trasformò in un nuovo mondo; “anche l’antico mondo va ad un altro mondo” dicono).

E si voltò verso Pachacamac, e lì giunse fino a dove vivevano due giovani figlie di Pachacamac. Le giovani donne erano custodite da un serpente. Poco prima che arrivasse Cuniraya, la madre delle due ragazze andò a visitare Cavillaca sul fondo del mare in cui si era gettata; il nome di quella donna era Urpayhuachac. Quando la donna uscì in visita, Cuniraya Viracocha fece addormentare la più grande delle ragazze, e siccome pretese di dormire con l’altra sorella, lei si trasformò in colomba e volò via. E per questo, la madre venne chiamata: “colei che partorisce colombe”.

A quel tempo, si dice, non c’era un solo pesce nel mare. Solo la donna che chiamavano “colei che partorisce colombe” allevava [pesci] in un piccolo pozzo che aveva in casa. E quel tale Cuniraya, molto arrabbiato: “Perché questa donna visita Cavillaca sul fondo del acqua?” e dicendo questo scagliò tutti gli averi di Urpayhuachac nel grande mare. E solo da quel momento, nel grande lago, i pesci crebbero e prosperarono molto. Allora colui che fu chiamato Cuniraya camminò sulla riva del grande lago, e la donna Urpayhuachac, a cui fu detto come le sue figlie avevano passato la notte, inseguì Cuniraya infuriata. E mentre lo inseguiva e lo chiamava, “Oh!” lui si fermò. Dunque gli parlò [lei]: “Voglio solo liberarti dai pidocchi.” E così inizio a farlo. E quando fu libero da ogni parassita, lei, in quello stesso luogo, fece innalzare un grande precipizio e pensò: “Farò cadere lì Cuniraya.” Ma lui nella sua saggezza, sospettò l’intenzione della donna. “Farò un po’ di pipì, sorella”, dicendo così, se n’è andò, e venne in questi luoghi e vi rimase, nei suoi dintorni o nelle vicinanze, a lungo, facendo cadere nell’inganno uomini e popoli.

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“Cosa successe anticamente agli indios quando divampò il mare”

In questa parte torneremo alle cose che raccontano gli uomini molto antichi

Quello che loro raccontano è quanto segue: in tempi antichi questo mondo rischiò di scomparire. Un lama maschio che pascolava su una verde montagna sapeva che la Madre Lago (il mare) aveva desiderio di debordare e cadere, come una cascata. Questo lama rattristato si lamentava: “in, in”, piangeva, e non mangiava. Il padrone del lama, molto arrabbiato, lo colpì con un torso di granoturco: “Mangia, cane – gli disse –, tu riposi sulla migliore erba”. Allora, il lama, parlando come se fosse un uomo, gli disse: “Tieni bene a mente e rammenta quello che sto per dirti: ebbene, tra cinque giorni, il grande lago arriverà e tutto il mondo finirà”, disse. E il padrone spaventato, gli credette. “Andremo ovunque per fuggire. Andiamo al monte Huillcacoto, lì troveremo riparo, portate cibo per cinque giorni”, ordinò, disse. E così, da quel momento, l’uomo si mise in cammino, portando la sua famiglia e il lama. Quando stava per raggiungere il monte Huillcacoto, scoprì che tutti gli animali erano lì riuniti: il puma, la volpe, il guanaco, il condor, tutte le specie animali. E non appena l’uomo fu arrivato, l’acqua cominciò a cadere a cascate; allora lì, stringendosi molto, c’erano uomini e animali da ogni parte, sul monte di Huillcacoto, in un piccolo spazio, solo sulla punta, fino a dove l’acqua non poteva raggiungerli. Ma l’acqua riuscì a toccare l’estremità della coda della volpe e la bagnò; per questo rimase annerita. E trascorsi i cinque giorni, l’acqua cominciò a scendere, si seccò, e la parte asciutta crebbe; il mare si ritirò ancora di più, e ritirandosi ed asciugandosi uccise tutti gli uomini. Solo quello della montagna visse e grazie a lui si ripopolò la terra e l’uomo esiste fino ad oggi. E ora noi benediciamo questa narrazione; noi cristiani benediciamo quel tempo del diluvio, proprio come essi narrano e benedicono il modo in cui hanno potuto salvarsi, sul monte Huillcacoto.

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“Come il sole scomparve per cinque giorni”

E ora racconteremo come morì il giorno

Nei tempi antichi si dice che il sole morì. Morto il sole, si fece notte per cinque giorni. Le pietre, allora, si colpirono, una contro l’altra; da allora si formarono i mortai, cioè le ciotole e i pestelli. Gli uomini cominciarono a usare questi attrezzi per mangiare e i lama dei monti cominciarono a seguire l’uomo. E questo, ora noi cristiani lo benediciamo dicendo: “Forse il mondo è diventato buio a causa della morte del nostro potente signore Gesù Cristo.” Ed è possibile che sia stato proprio così.

*La traduzione e la scelta dei testi è di Diana Mazon


[1] Il termine huaca o guaca (del quechua wak’a) indica tutte le sacralità fondamentali incaiche: santuari, idoli, gli astri dai quali gli aillus credevano di discendere, gli stessi antenati, comprese le divinità principali, il Sole e la Luna. Secondo la tradizione preispanica, le huacas possiedono personalità proprie e fanno parte dei pantheon locali delle culture incaica e preincaica insieme alle altre divinità «andine maggiori» come Huiracocha, Pachacamac o Pariacaca.

[2] Il sesso del figlio non appare chiaramente determinato, alcune righe più avanti si dice che la convocazione è stata fatta quando “chay huarma“, “quel bambino”, aveva già un anno e poteva camminare gattonando. Il nome huarma, come huahua, non indica il sesso.

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