“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
A noi che siamo puro anelito, che in uno spiraglio intuiamo la tonsura ma non il cappio, costelliamo di idoli la vita interiore – mai intera, mai intima, mai tutta, sempre crocefissa alle parole, alle intenzioni e ai fraintesi, volgare vogare nel nulla – ogni conforto è oro. Ci sono giorni, così, in cui basta ascoltare Il carmelo di Echt per dare entità di soglia alla propria stanza e nominare Juan de la Cruz la finestra che pende sul bosco. Scritta da Juri Camisasca, la canzone, ispirata alla vita terrena di Edith Stein, è di struggente bellezza: dà il titolo a un disco del 1991; è stata cantata da Giuni Russo in un album di statuaria bellezza, Morirò d’amore (2003), poi da Franco Battiato in Fleurs 2 (2008). L’attacco del pezzo è formidabile:
“E per vivere in solitudine nella pace e nel silenzio Ai confini della realtà Mentre ad Auschwitz soffiava forte il vento E ventilava la pietà Hai lasciato le cose del mondo Il pensiero profondo dai voli insondabili Per una luce che sentivi dentro…”.
Quando il canto irrompe in urlo – “Dove sarà Edith Stein?”; occorre sentirlo nella versione di Giuni Russo –, siamo certi che la chiamata, se pure esiste, è esigenza prima, ci arrischiamo verso ogni spiffero celeste, con le unghie. Pura ipocrisia – esegesi dell’idolatra – idiozia di chi in ogni corrispondenza scorge la primizia.
La canzone – di rara grazia – riassume, appunto, la storia di Edith Stein, cioè Teresa Benedetta della Croce, proclamata santa da papa Giovanni Paolo II nel 1998. Nata a Breslavia nell’ottobre del 1891, su Edith Stein si può dire che converge il secolo, in ogni brama: quella breve donna si è fatta carico della gioia, dell’orrore, della paura e del coraggio nella sua purezza. Ebrea, atea, assistente di Edmund Husserl a Friburgo, paladina del diritto di voto alle donne, si convertì dopo aver letto l’autobiografia di Teresa d’Avila. Battezzata nel 1922, Edith Stein entrò nel carmelo di Colonia nel 1934. L’ebrea convertita al cattolicesimo sembra realizzare le profezie dell’apostolo Paolo: dovrà incarnare, sacralizzata alla vita beata, il martirio ordito ai danni del suo popolo. Ritiratasi a Echt, nel Limburgo, viene arrestata insieme alla sorella Rosa nel 1942, deportata prima a Westerbork poi ad Auschwitz, dove muore, quell’anno, in una camera a gas – il suo corpo scompare, arso nei forni crematori del campo.
Jean-François Thomas, in uno studio di fatale potenza, Simone Weil ed Edith Stein. Infelicità e sofferenza (Borla, 2002), sintetizza così il percorso della santa:
“Edith Stein, entrando in convento, non è fuggita dal mondo. Dietro le grate essa si trova in comunione più intima con il mondo, e il suo amore non fa che accrescersi. Non appassisce. Fino alla fine, essa lotta contro le violenze della vita, e nello stesso tempo si prepara a donare la propria esistenza e ad accogliere la morte. Venuto il momento, sarà serena e troverà la forza di distribuire attorno a sé ciò che le resta dell’amore… L’innocente, il giusto, il martire, il santo, rinunciano alla vita senza uno sguardo di odio per il presente, senza nostalgia per il passato. Appartengono già al soprannaturale”.
L’opera di Edith Stein – spesso edita da Città Nuova, per la cura di Angela Ales Bello – mira a conciliare fenomenologia e tomismo, incontra l’esperienza di Giovanni della Croce. Gli inni e le preghiere – qui si fa riferimento all’opera curata da Lucy Gelber e Michael Linssen – non attraggono per originalità – parola insensata purché non preluda a un ritorno all’origine – ma per obbedienza. Scevre dalle scorie, da retorico lenitivo, le parole hanno la loro porzione d’urlo, il loro inginocchiatoio. L’Amato è, di volta in volta, pasto e predatore, agnello e cacciatore, pura presenza e sovrana assenza. A tratti occorre inseguire, a volte la sequela prevede la stasi, inibita attesa, a un battito da colui che già ci ha scheggiato la gola – e noi, rovesciamo, verso il patronimico della gioia, un coribante d’ombre.
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Ma io resto in Te
Tu governi alla destra del Padre nel regno dell’eterna gloria dal principio, Parola di Dio.
Tu regni sul trono dell’Onnipotente in trasfigurata umana forma messa a coltura l’opera terrena.
Credo perché la tua parola mi istruisce credo: sapere che piantuma gioia fioritura di speranza che beatifica.
Dove tu sei alloggiano i tuoi: Paradiso è mia gloriosa patria – con te mi è consegnato il trono del Padre.
La più remota stanza dell’anima è il luogo prediletto dalla Trinità trono celeste sulla terra.
Per liberare il regno da mani nemiche il Figlio di Dio si è fatto Figlio dell’Uomo: sangue spartito come riscatto.
Nel cuore trafitto di Cristo il regno dei cieli e l’impero terrestre sono concatenati, nostra fonte di vita.
Cuore della Divina Trinità centro di ogni umano cuore vita che irradia da Dio.
Ci attira con segreta forza ci ripara nel seno del Padre di Santo Spirito ci irrora.
Cuore che rimbomba nel tabernacolo nascosto tra i velami del mistero nell’osta immobile, debole, bianca.
Il tuo trono regale sulla terra, Potente, che per noi hai eretto, visibilmente: quando a te mi approccio, esulta il sangue.
Grave d’amore, puntelli il mio corpo di sguardi tendi l’orecchio ai miei sussurri mareggiata di pace nel mio cuore.
Ma il tuo amore è insoddisfatto: patto prodigo di distacco il tuo cuore è a caccia, mi vuole.
Vieni a me ogni mattina, mi sei pasto. Sangue e carne tua, cibo mio – ed è un miracolo:
il tuo corpo mi invade anima annodata all’anima e non sono più ciò che ero.
Mi invadi e scompari, ma il seme che hai seminato per la futura gloria resta sepolto in questo corpo di niente.
Nell’anima, una scheggia di cielo negli occhi, frantume di tuono e la voce si impenna.
Hai intrappolato tra le corde il mio cuore, la mia vita sgorga dalla tua, animi ogni mio arto.
Meraviglia della tua grazia: non posso che annientarmi in un balbettio – ragione e verbo sono ormai inutili:
e resto in Te.
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Benedici la mente turbata di chi soffre la spaventosa solitudine delle anime confitte nell’abisso, l’inquietudine di ogni uomo, il dolore inconfessato alle fraterne amicizie.
Benedici le notturne vie delle falene che non sciamano insieme agli spettri su strade conosciute. Benedici la miseria dell’uomo che muore in un’ora: concedigli una fine benedetta.
Benedici i cuori annodati di nubi, Dio, guarisci i malati – pacifica i tormentati. Concedi il balsamo dell’oblio a chi ha scortato la propria amata alla tomba. Non lasciare agonia di colpa sulla terra.
Benedici chi gioisce, Signore, tienilo con te. Non mi hai ancora spogliata del lutto e a volte le mie spalle portano un pensante fardello. Dammi la forza di sopportarlo senza anelare al cimitero.
Benedici il mio sonno, preludio alla morte. Ricorda ciò che Tuo Figlio per me ha sofferto nelle ore dell’agonia. Tu, immane misericordia per l’uomo dona riposo ai morti, concedi loro di accedere alla Tua pace.
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Novena
Chi sei, dolce lume che penetra e illumina l’oscurità del mio cuore? Mi guidi come una madre: lasciami, è ora, senza di te non potrò più camminare. Tu sei lo spazio che occupa e seppellisce il mio essere. Lontano da te l’abisso del niente, irriso dalla luce. Mi sei vicino più di quanto io sia prossimo a me stesso – sei l’intimo del mio intimo impalpabile, intangibile al di là di ogni nome Spirito Santo, amore eterno.
Dolce manna del cuore del Figlio, trabocchi nel mio cuore: cibo degli angeli e dei beati. Ti sei destato dalla morte alla vita mi hai risvegliato a nuova vita dai dettami della morte. Nuova vita mi dai ogni giorno finché la pienezza non fluirà dentro di me vita della vita, tu: Santo Spirito, vita eterna.
Sei tu il raggio che s’irradia dal trono del Giudice eterno che spezza la notte dell’anima e che nessuno ha mai conosciuto? Misericordia spietata penetri in ogni piega remota. Allarmato dal riconoscere se stesso l’io è incline al sacro timore sapienza che dall’alto ci giunge: la tua azione fa levitare i nostri pensieri, ci ricrea Spirito Santo, lume che tutto penetra.
Sei tu la pienezza dello spirito con cui l’Agnello scioglie il sigillo dell’eterno decreto di Dio? Da te guidati i messaggeri del giudizio fanno razzia nel mondo con spada affilata, affiliata alla luce separano il regno dalla notte. Allora il cielo tornerà cielo la terra terra e tutto troverà il suo giusto posto nei meandri del tuo respiro: potenza vittoriosa dello Spirito Santo.
Sei tu il maestro che costruisce l’eterna cattedrale che unisce come un punteruolo la terra al cielo? Le colonne si impennano ma tu, tu sei irremovibile. Marchiate con il nome di Dio inseguono la luce divaricano la cupola la corona della sacra basilica opera che accerchia il mondo: Spirito Santo, artefice di Dio.
Sei tu colui che ha creato lo specchio casto accanto al trono dell’Onnipotente, mare di cristallo in cui la Divinità si guarda con amore? Ti pieghi sul creato, la tua opera più bella, e vieni irradiato di lodi. Di tutte le creature, la forma compiuta si realizza nella Vergine, immacolata sposa: Spirito Santo, creatore di ogni cosa.
Sei tu la canzone d’amore e di sacra dedizione che risuona eternamente attorno al trono e fila i limpidi rintocchi di ogni essere? L’armonia che unisce le membra al Capo in cui ciascuno trova il misterioso significato della sua benedizione e si solleva con gioia libero, dissolto nel tuo sorgere: Giubilo eterno dello Spirito Santo.