05 Giugno 2022

“I nostri cuori sono gonfi, i corpi inerti”. La leggenda degli amanti legati

La frase e vissero felici e contenti sigilla la favola con codardia ironica. Da quel punto in poi non c’è più nulla di buono da raccontare, degno di storia, siamo nell’alcova di un grigiore: la felicità, viene da dire, è una palude, quieta infermità dell’eterno.

Lungo le scale del suo studio – vertiginoso – Angelo Borgese ha dipinto, da un lato, una palma, dall’altro due amanti che s’intrecciano, come quelli di Chagall: il fondo è blu, e assegna ai corpi una pace subacquea, priva di possesso. Intorno allo studio, in un lembo di Marche, Colombarone, divagano i prati, si acquatta la faina, svetta l’airone. A censimento e censura, forse, di forze avverse, Angelo costella la sua opera di serpenti: il più bello, anaconda onnipossente, è scavata su un portale di legno. Anche questo è amuleto d’amore: il serpente chiude in un anelito di spire e schiude, avvelena e salva, smarrisce e concede sapienza senza spine.

Lui è Angelo Borgese

Nell’opera dell’artista ricorre un altro segno, speculare in eclissi: l’icona di San Giorgio e il drago. Uno degli ultimi quaderni – Borgese è costruttore di libri, ne ha ideati centinaia, specie di Babele di incanti, di bibliografia per sortilegi – s’intitola A protezione del drago. Per rovesciamento, è il drago a inghiottire amanti, copule, cavalieri: drago Leviatano, drago Moby Dick, drago col pennarello, drago che mastica e cura, imperatore di ogni preghiera.

In linea d’aria, sullo zenit dello studio di Angelo, in trono sulla scogliera, s’incassa il santuario di Casteldimezzo; il Crocefisso ligneo che ne è il cardine, enorme, è di catatonica bellezza, incute timore. Il Cristo pare avere le branchie, costato con zattera. Scolpito nel XV secolo, a Venezia, è atterrato sulle coste marchigiane dopo un naufragio, ostaggio del miracolo. Allo stesso modo, il sacro – purificato da ogni paramento, scabro, mendicante, senza ambone – permea l’opera di Borgese, che lavora sul naufragio, cioè su supporti recuperati, riesumati, ricondotti al credo. Non c’è superficie che Angelo non sappia modellare: marmo, legno, tappi di sughero, fogli di preghiera orientali, scatole di latta ornamentali, custodie di fuochi d’artificio esauriti… Nobilita lo scarto, ama l’inerte, l’oggetto abusato, il simbolo scalfito.

Ovunque, tuttavia, i corpi degli amanti, a volte cupi, avvolti in un palmeto – perfezionatosi a Urbino, con dimora in Romagna, Borgese nasce in Sicilia, a Catania, e lì ha radici, fonti, ascendenze d’arte –, cardati in un’inquieta consonanza, un canto stellato. Se nel canone della fiaba un divario separa gli amanti, sostanziale – famiglie avversarie, minacce incombenti – o formale – impossibilità dell’incontro per sortilegio: lei deformata in sirena o falco o mostro, lui in altra bestialità –, qui gli amanti sono gemelli, pari, in sposalizio ossesso. Quasi che il destino d’unione superi l’effetto d’amore, quasi che l’amore si debba autenticare oltre questo mondo, questo mero giro d’astri. Da anni Borgese lavora al ciclo dei Lovers, che rimandano alla leggenda orientale degli “amanti legati”: il “filo rosso del destino” (Unmei no akai ito) legherebbe fin dalla nascita due persone, sconosciute, destinate, prima o dopo, a incontrarsi. L’amore, in fondo, ha qualcosa di ineluttabile, che ci sovrasta. La leggenda è stata tradotta da Takeshi Kitano, nel 2002, in un film di struggente bellezza, Dolls. Gli amanti – Matsumoto e Sawako, nel film – attraversano luoghi e stagioni, legati da una corda rossa: non si guardano, fissano l’orizzonte, irraggiungibili, non si parlano. Ciò che non ha riparo né risposta, ciò che non può essere diviso né venduto li congiunge: abbacinante altare, virginale, quasi. Affratellati, senza proprietà, hanno messo in scacco la fame.

Da qui, il progetto del libro d’artista, Gli amanti legati (De Piante, 2022), di rigorosa pietà: per quale riscatto quei corpi che fluttuano, inadatti al giorno, inadempienti al giogo?, verso quale libertà – dal mio e dal tuo, dalla pretesa, dal pregiudizio, dal caino delirio del possesso, una cura che si fa levando – levitano? 

Le atmosfere – gli amanti estatici e seri, resi burattini da un amore senza baratto o baratro, inaudito – ricordano la statuaria del teatro Nō: di cui Ezra Pound ha tradotto, tra l’altro, il Nishikigi, “uno dei pezzi più misteriosi e poetici” (in Certain Noble Plays, 1916), che nella sua versione attacca con una nenia in vetro, che disorienta:

“Siamo impigliati. Di chi la colpa, amore? Confusi come la trama d’erba intricata in questa tela grezza, o come quell’insetto che vive e trilla tra le alghe secche. Non sappiamo dove sono oggi le nostre lacrime, tra gli sterpi di questa fratta per sempre selvaggia. Non dormiamo e non siamo desti. Passiamo le notti in un dolore che sfocia in visione. Che sono per noi queste scene di primavera? Questo pensare in sogno a qualcuno che a te non pensa? È più di un sogno? Eppure dev’essere il modo naturale di amare. I nostri cuori sono gonfi, i nostri corpi inerti e vuoti. Solo l’acqua dei nostri fiumi in lacrime scorre veloce”.   

In una fiaba giapponese si parla di lacrime che “dove cadevano, fiorivano bellissimi fiori, e ne sbocciavano anche fra le erbe, sugli alberi”. Lacrime come semi, boccioli; corpo-foresta. Qualcosa di inquieto regge gli amanti legati, che alla casa preferiscono il vagabondaggio, alla società la latitanza: verso dove, poi? La corda, sempre, lega ciò che non ha bisogno di nodi: piuttosto, è filo d’alba, altalena, balbettio di seta. Vi si legge il candore delle cose ingiustificate, la magnificenza dell’insensato, una dedizione anacronistica, che non ha finestre.

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