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“Ti rivedo, più luminosa, più reale, che negli anni immersi nell’ombra”. Le poesie di Ted Hughes a Sylvia Plath, tra dolore e patimenti

Birthday Letters è una raccolta poetica alquanto insolita, forse unica. È stata scritta nell’arco di almeno venticinque anni. In quel lasso di tempo il suo oggetto – il rapporto tra Ted Hughes e Sylvia Plath – era stato il tema dominante di cinque biografie della Plath, la maggior parte delle quali ostili a Hughes, e degli scritti della stessa poetessa, in modo diretto nei diari e indiretto nella poesia. Nel corso degli anni, Hughes ha sondato il terreno con singole poesie pubblicate in rivista, e poi con un gruppo di otto componimenti inseriti nelle New Selected Poems (1995), ma queste ultime furono a malapena notate. Per valutare l’impressione prodotta dalla pubblicazione delle Birthday Letters si deve considerare che nel complesso delle raccolte precedenti, Sylvia Plath è nominata esplicitamente soltanto una volta, nella poesia “Heptonstall Cemetery”, in Remains of Helmet (1979).

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Durante la sua carriera poetica Hughes ha aderito quasi sempre a un principio di impersonalità. Disprezzava il diretto uso del materiale autobiografico, ed era convinto che per produrre della poesia di un qualche valore l’esperienza dovesse essere trasformata tramite l’immaginazione. Tuttavia, era stato anche inibito dal fatto che negli anni Settanta l’opera, la vita e la morte di Sylvia Plath furono fatte proprie dal discorso femminista sull’oppressione maschile, che lo relegava nel ruolo del cattivo senza nulla concedere ai chiaroscuri del rapporto con Sylvia. Come avrebbe potuto pubblicare delle poesie franche e introspettive sui temi delicati che riguardavano il loro rapporto in quel clima infervorato e polemico? Tuttavia, sul finire della vita, arrivò alla conclusione che il suo percorso creativo, nonché la sua salute mentale e fisica, fossero stati danneggiati dalla mancata risoluzione di questo nodo centrale della sua esistenza.

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Le carte di Hughes conservate alla British Library non soltanto rivelano i tempi lunghissimi della genesi della raccolta, ma anche come lui avesse ampiamente modificato le poesie. Subito dopo la pubblicazione le riteneva: “così grezze e poco elaborate, così vulnerabili e ingenue, tanto auto rivelatorie & incaute, quanto prive di quelle finezze che un qualsiasi apprendista di poesia mi avrebbe potuto suggerire” (lettera a Keit Sagar, Poet and Critic: The Letters of Ted Hughes and Keith Sagar, Londra, British Library, 2012). Una ventina di anni prima aveva pubblicato una raccolta di poesie – o quelli che lui chiamava “versi improvvisati” – Moortown Diary, composte seguendo un “metodo che esclude il procedimento poetico”. Si tratta di qualcosa di molto diverso dalle Birthday Letters. I manoscritti di Moortown Diary mostrano che Hughes non aveva quasi mai rimesso mano ai testi delle poesie (questi manoscritti sono nella biblioteca della Emory University, Atlanta, Georgia). Nel caso delle Birthday Letters invece, come si vede dagli esempi pubblicati sul sito Discovering Literature, ha apportato svariate modifiche alle diverse stesure. Dunque, sebbene Ted Hughes, uno dei maggiori poeti del ventesimo secolo, rivedesse di continuo le poesie, queste sarebbero state (a suo giudizio) ancora prive “di quelle finezze che un qualsiasi apprendista di poesia avrebbe potuto suggerir[gli]”. Ciò è quantomeno sorprendente.

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Per lo più nelle stesure delle poesie di Hughes si nota un’evoluzione graduale, spesso da notazioni piuttosto grezze verso esiti esteticamente più soddisfacenti. Portiamo ad esempio un caso limite, la prima stesura di una delle maggiori poesie, Skylarks, inizia con versi non proprio ispirati:

For me the trouble about skylarks
Is that I can’t get to like them
Somebody else will have to write their poems
I can’t. I’ve tried & I can’t.

Il mio problema con le allodole
È che non riesco a farmele piacere.
Sarà qualcun altro a comporre poesie per loro
Io non posso. Ho tentato & non posso

Mentre la poesia pubblicata nella raccolta Wodwo inizia in tono assai più memorabile:

The lark begins to go up
Like a warning
As if the globe were uneasy.

L’allodola va verso l’alto
Quasi un monito
Come se il globo fosse turbato.

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Non è quello che capita, o lo è molto meno, con le Birthday Letters, dove sembra che le revisioni abbiano una ragione del tutto diversa. In una delle stesure di St Botolph’s, la poesia che tratta del primo incontro di Hughes e Plath, il poeta scrive:

To get a better look at each other
We re-materialised
In the store-room, where the crates of drink
Were hoarded from the rabble.
Behind the door, I poured more brandy We drank.
I kissed you. Whether you were drunk
Or concentrated for a masterpiece, suddenly
You fastened to me, your limbs steely,
Like a trap. Our kiss developed
Till my left cheek was in your teeth
And Your screwed-up ball-face of joy
Bit & held with all your strength. I broke free,
I was laughing & you were laughing,
People were barging in.

Per darsi ancora uno sguardo
Siamo ricomparsi
In dispensa, con le scorte di alcolici
Nascoste alla gentaglia.
Ho versato altro brandy, dietro la porta.  Abbiamo bevuto.
Ti ho baciata. Che fossi ubriaca
O con la mente a un capolavoro, di colpo
hai aderito a me, il tuo corpo come l’acciaio,
Una morsa. Il bacio evolveva
Alla fine, mi hai preso la guancia sinistra tra i denti
Col viso sottosopra, una palla di gioia
Hai morso e stretto con tutta la forza. Mi sono liberato,
Io ridevo & e tu ridevi,
La gente irrompeva nella stanza.

Vi è qui un resoconto assai più circostanziato che nella poesia edita, dove l’incontro fisico vero e proprio è eluso con la frase “I remember/ Little from the rest of that evening” (Ricordo/ Ben poco del resto della serata”) e appena intuito a posteriori dai segni lasciati dai denti che Hughes scopre di avere sul volto. È nota la versione dell’incontro della Plath, da lei annotata sul diario il giorno successivo: “quando lui mi ha baciata sul collo io l’ho morso proprio come si deve sulla guancia” (Sylvia Plath, The Journal of Sylvia Plath 1950-1962, a cura di Karen V Kulil, Londra, Faber&Faber, 2000). Il morso, presentato come un’evoluzione del bacio, assume nella stesura di Hughes un aspetto molto diverso: l’incontro nel suo insieme è più erotico e meno aggressivo che nella versione data dalla Plath. È fonte di gioia e risate, e non di angoscia e di un senso di minaccia come nel diario.

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Come mai Hughes abbia omesso questa parte è difficile dirlo, ma non può essere stato per ragioni di natura estetica. Nella poesia edita l’episodio non è dominato dall’incontro fisico ma dall’impressione che lei aveva prodotto su di lui:

I see you there, clearer, more real
Than in any of the years in its shadow –
As if I saw you that once, the never again.
The loose fall of hair – that floppy curtain
Over your face
A rubbery ball of joy
Round the African-lipped, laughing, thickly
Crimson-painted mouth. And your eyes
Squeezed in your face, a crush of diamonds,
Incredibly bright, bright as a crush of tears
That might have been tears of joy, a squeeze of joy.
You meant to knock me out
With your vivacity.

Ti rivedo, più luminosa, più reale
Che negli anni immersi nella sua ombra –
Magari ti ho vista quell’unica volta, e poi mai più.
La cascata dei capelli sciolti – un sipario spiovente
Sul viso, sulla cicatrice. E il tuo viso
Elastica sfera di gioia
Attorno alla bocca ridente, uno spessore cremisi
Sulle labbra africane. E gli occhi
Strizzati nel viso, succo di diamanti,
Lucenti all’eccesso, lucenti come succo di lacrime
Forse lacrime di gioia, essenza di gioia.
Hai voluto travolgermi
Con il tuo brio.

Molti tra i momenti più pregnanti delle Birthday Letters sono, come questa, vivide rappresentazioni dell’aspetto e della personalità peculiari alla Plath, dove si trasmette al lettore la precisa ragione per cui Hughes si era innamorato di lei. Può essere che, per lui, questo fosse più importante di un resoconto dettagliato di quanto era accaduto tra loro.

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Ciò ha una ricaduta sul fatto che, sebbene le poesie siano organizzate in una sequenza più o meno cronologica, il libro non soddisfa sul piano narrativo. Le poesie non furono intese come narrazione, ma per comunicare con lo spirito della Plath. Eccetto due, le poesie sono tutte rivolte a lei, creando l’effetto di una conversazione privata che noi lettori ascoltiamo per caso. In questo modo Hughes ha potuto aggirare la polemica del dibattito pubblico che gli aveva reso così difficile scrivere a proposito del loro matrimonio. Soprattutto verso la fine qualsiasi parvenza narrativa viene meno. Dopo Dreamers – la poesia a proposito del suo innamoramento per Assia Wevill – soltanto Robbing Myself (il toccante racconto del viaggio in auto da Londra, in mezzo alla neve, diretto alla casa abbandonata del Devon per andare a prendere patate e mele per lei) e The Inscription (a proposito di uno dei loro ultimi incontri) sono in qualche modo circostanziali.

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Le Birthday Letters sono state selezionate da un ampio corpus di scritti di cui la maggior parte resta inedita. Nello stesso anno, Hughes diede alle stampe un’altra selezione più ristretta in un’esigua edizione di lusso dal titolo Howls and Whispers. Una delle poesie The Offer – riguardo a tre episodi in cui lo spettro di Sylvia fa visita a Hughes – è in genere ritenuta da tutti allo stesso livello, se non migliore, di tutte quelle pubblicate nelle Birthday Letters. Scrisse anche alcune poesie che trattano, in modo più esplicito di qualsiasi altra nelle Birthday Letters, del periodo della morte della Plath e di quello che l’aveva preceduta. Una di queste, Last Letter, immagina l’ultima notte della sua vita, quando la Plath va avanti e indietro più volte nella neve, in cerca di una cabina telefonica per mettersi in comunicazione con Hughes, lui si trovava fuori casa in compagnia di un’altra donna. Last Letter fu pubblicata nel New Statesman nel 2010. Il brano, intriso di una pena quasi intollerabile, documenta più di ogni altro di pubblico dominio i sensi di colpa di Hughes. La poesia fa parte di un documento manoscritto, conservato presso la British Library, dal titolo Final Arrangement? Le Birthday Letters avrebbero prodotto una sensazione ancora maggiore se l’avessero inclusa. Forse Hughes ha ritenuto che quella poesia avesse bisogno di essere perfezionata. O con maggiore probabilità, sentiva che si stava esponendo troppo. La sua esistenza è un’ulteriore conferma che le Birthday Letters non devono essere lette come una narrazione conclusa in sé stessa, ma come una serie di meditazioni in divenire.

Neil Roberts

*Il testo, come “An Introduction to Birthday Letters” è stato pubblicato in origine qui; la traduzione in italiano, anche delle poesie di Hughes, è di Anna Rocchi

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