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“Il nemico, il nemico dentro me stesso, non si poteva certo debellare in maniera così facile e a buon mercato”. Hermann Hesse tra insofferenza e illuminazione. Esegesi de “La cura”

Una pausa, una parentesi, di due settimane. Una vacanza, o meglio, un rifugio salvifico in una località termale (Baden, per la precisione). Cosa ci può essere di più meritorio e, come si suol dire, rilassante per la pace interiore e l’affievolirsi del male esteriore, di un animo poetico e filosofico come quello di Hermann Hesse? La risposta è: nulla di tutto questo. Nelle pagine autobiografiche de La cura (Adelphi), il racconto di questa esperienza è quanto di più caustico e sferzante, si possa auspicare e attendere. Pagine che scorrono tra afflizioni, desolazione, fobie e insofferenza che a poco a poco ne mettono in dubbio fino ad un passo di farne a pezzi tutta l’innata o mostrata (in)sicurezza, illuminazione e convinzioni.

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Del lato ferale intriso di spassoso sarcasmo dello scrittore tedesco, il lettore attento si è potuto render conto nelle altre pagine autobiografiche di Viaggio a Norimberga (sempre edito da Adelphi). Ma qui le vette vengono superate. E, nel vero senso della parola, si ride (e si sorride) di gusto, scorrendo il fiume di insofferenza vergato in questo diario termale. Si ride (e si sorride) di gusto già dalla discesa dal treno. E l’immensa gioia dello scrittore nel vedere, attorno a se, gente più sofferente di lui: “Mi fermai dunque e subito osservai questi ‘segnati’. Ed ecco, quei due o tre o quattro individui avevano tutti un’espressione più cupa della mia, si appoggiavano forte ai loro bastoni, stringevano le natiche con più spasimo, posavano i piedi a terra con maggiore trepidazione e malumore, erano – tutti quanti – più sofferenti, più meschini, più malati e più da compiangere di me, e ciò mi fece un gran bene e , durante tutto il mio tempo a Baden, mi fu di un inesauribile, sempre rinnovato conforto il vedere che tutt’intorno a me zoppicavano, si trascinavano, sospiravano, andavano in carrozzella persone ch’erano molto più inferme di me, che assai meno di me avevano motivo di nutrire speranza e buon umore”. Può bastare la gioia della sofferenza altrui? Non per Hermann Hesse, che anzi si fa vanto della propria superiorità: “No, era evidente e doveva saltare agli occhi di chiunque il passo agile e svelto con cui discendevo quel bel viale e che poco uso facevo – giocandoci, quasi – della mia canna, ridotta a un puro ornamento (…) insomma con che disinvolta energia me ne andavo per quella strada, com’ero giovane e sano in confronto a tutti quei fratelli e sorelle più anziani, più miseri e più infermi, i cui acciacchi si presentavano in modo così chiaro, scoperto, inesorabile”.

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Mai più fugace fu questa gioia. Ora arriva il momento di dover prendere una stanza nell’albergo che lo ospiterà. E per Hesse, è l’inizio della catastrofe: “prendere una camera è, per le persone normali, una bazzecola, un atto qualunque e per nulla emotivo, che si sbriga in due minuti. Per noi altri, invece, per noi nevrotici, insonni e psicopatici, quest’atto banalissimo, fantasticamente complicato da ricordi, ansie e fobie, diventa un martirio. Il gentile albergatore, la simpatica signorina che su nostra trepida e insistente richiesta, ci mostrano e ci raccomandano la loro ‘camera tranquilla’, non immaginano nemmeno la tempesta di associazioni, di timori, di ironie e autoironie che quella fatale parola scatena in noi. Come le conosciamo bene, profondamente e orrendamente bene, quelle camere tranquille, quei teatri delle nostre più atroci sofferenze, delle nostre più dolorose sconfitte, delle nostre vergogne più segrete!”.  Scelta, a malincuore, la camera illusoriamente più sicura e lontana da ogni fastidio e pericolo, ecco comparire il nemico, sotto le sembianze di un ignaro e qualunque signore olandese. Per Hesse cominciano l’insofferenza e la desolazione. Insofferenza, desolazione che tracimano nell’odio, per lo sprovveduto vicino. E si scorrono tra i passi più spassosi di questo libercolo: “Quando me ne stavo a letto, impedito dal sonno dell’olandese, febbricitante di stanchezza e di un appagato desiderio di quiete, e sentivo nella camera accanto il mio vicino muovere i suoi passi sicuri, solidi, sazi, fare i suoi movimenti sicuri e gagliardi, emettere le sue note vigorose, provavo contro di lui un odio piuttosto veemente. (…) Alla fine non serviva più a nulla ch’io ricordassi e dimostrassi a me stesso la personale innocenza dell’olandese. Ormai lo odiavo e basta, e non solo nei momenti in cui mi veniva realmente disturbando, quando nel cuor della notte il suo camminare, parlare e ridere a pieno volume erano forse davvero una mancanza di riguardo. No, oramai lo odiavo, in piena regola, di quell’odio autentico, ingenuo e stupido con cui un piccolo commerciante cristiano privo di successo può odiare gli ebrei o un comunista i capitalisti, di quell’odio stupido, bestiale e irragionevole e in fondo vile o invidioso che tanto deploro negli altri. (…) Non odiavo più soltanto la sua voce, ma lui stesso, la sua persona reale, e quando, durante il giorno, m’imbattevo in lui, ignaro e contento, mi pareva d’incontrare un mio nemico dichiarato, uno che voleva il mio danno, e tutta la mia filosofia mi serviva soltanto a non manifestare esteriormente ciò che sentivo”. Hesse sembra non trovare alternative: “Bello era il pensiero di uccidersi in uno dei soliti modi, già più volte presi in esame, con quel sentimento del suicidio così tipicamente infantile. Bella era anche l’altra prospettiva, quella di affrontare, invece di me, l’olandese e strozzarlo o sparagli un colpo, sopravvivendo vincitore alla sua brutale, indifferenziata, vitalità”. Ma Hesse, rimane comunque Hesse. Il Nostro non può alla fine fare a meno di attingere dal suo animo spirituale, poetico e al tempo stesso infantile: “Il nemico, il nemico dentro me stesso, non si poteva certo debellare in maniera così facile e a buon mercato. Quel che occorreva non era vendicarsi dell’olandese, ma solo assumere, nei suoi confronti, un atteggiamento valido e degno di me. Il mio compito era chiarissimo: dovevo demolire il mio odio così privo di valore, doveva amare quell’olandese. Se mi riusciva di amarlo, non c’era più salute né vitalità che gli servisse, allora era mio”.

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Le pagine proseguono in bilico tra scoramento ed entusiasmo per l’alternarsi delle sue condizioni di salute.  Lo vediamo, in passi che tanto avrebbero divertito l’immenso Tommaso Landolfi, entusiasmarsi per il gioco d’azzardo, fino a elevarlo ad esperienza mistica. Lo scopriamo avverso al cinema e la musica da sottofondo e quindi ai souvenir venduti nei negozi.  Fino all’epilogo, al ritorno a casa, alle ultime parole, trascritte da casa. L’ animo di Hesse, si fa via via via più disarmato e disarmante, con la dolcezza della persuasione di cui è maestro, nel bene e nel male. “Non c’è malato che con un solo passo, foss’anche quello attraverso la morte non possa ridiventar sano ed entrare nella vita. Non c’è peccatore che con un solo passo, foss’anche quello che lo porta al patibolo, non possa ridiventare innocente e divino. E non c’è uomo intristito, sbandato e apparentemente ridotto a zero che un solo cenno della grazia non possa rinnovare all’istante, facendone un bimbo felice”. Le tre ultime pagine sono di fulgida bellezza. Sull’impossibilità, tanto cara a tanti scrittori prima di lui e dopo di lui (ogni scrittore ha in sé motivazioni autentiche, antitetiche, inavvicinabili, inconciliabili rispetto a qualunque altro scrittore riguardo quest’impossibilità), di esprimersi pienamente con le parole. Vi tocca leggervele. Sono una gioia per gli occhi.

Cosimo Mongelli

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