“E ogni volta mi è toccato di sperimentare la spietatezza del mondo, che dal poeta non vuole opere e pensieri, ma una personalità”: lasciate da parte i biglietti per l’India, questo è l’Hermann Hesse più autentico (da tatuare in faccia a troppi scrittori narcisi nostrani)

Posted on Maggio 03, 2019, 8:40 am
6 mins

Il nome di Hermann Hesse è legato indissolubilmente al suo scritto più famoso divenuto epocale, lo scritto tra i più letti, riletti e venduti sul pianeta. Il più letto da chi non legge nulla, il più letto da chi ritiene sia essenziale leggerlo per poi raccontare di averlo letto. Le vicende del giovane indiano che vive e vira alla ricerca della via verso la felicità, quella più profonda. Vicende che hanno generato sogni e mostri assieme. Ma se si cercano l’essenza, la radice e il fuoco nell’animo di Herman Hesse, bastano poche pagine. Bastano altre pagine. Quelle di Viaggio a Norimberga, edito da Adelphi all’inizio di quest’anno. Il resoconto di un viaggio in treno dalla sua Svizzera verso il cuore della Germania, per delle pubbliche letture. Viaggio intrapreso controvoglia, pubbliche letture rinviate più volte e alla fine accettate quasi per esasperazione. “quando sarà il momento potrai sempre mandare un telegramma per disdire”. Per una volta il telegramma rimane nel cassetto, e il protagonista parte per un viaggio tortuoso, in bilico tra insofferenza e contemplazione, reminiscenze e ansie che si riversano via via nelle pagine, pagine che mai come altre svelano appieno quanta intelligenza, sarcasmo, ironia, quanta lucida e al tempo stesso disperata visione dell’esistenza si celano nelle profondità di Hermann Hesse. Pagine autobiografiche, pagine che strappano sorrisi e risate. E che raccontano come l’essere uno scrittore, un poeta, un letterato, un intellettuale, per Hesse, sia sempre stata una sorta di insensata condanna, un fastidio del quale liberarsi.

*

Ma mano che si addentra in questo viaggio, ci si allontana sempre più dall’India e la caccia agli spiriti e si viene travolti da un fiume in piena.  Un fiume che è una liberazione, una fuga: cosa c’è di più piacevole, intraprendendo un viaggio, di non essere perseguitati dalla posta e le centinaia di missive e richieste avventate? “Ora questo armistizio posso ben dire di essermelo goduto con scrupolo e coscienza, spesso trastullandomi con il pensiero di rimanere durevolmente in quello stato, di rendermi grazie a qualche cavillo, irreperibile e privo di recapiti e recuperare così quella felicità che qualsiasi uccellino nel cielo, qualsiasi vermiciattolo nella terra assapora senza saperlo: non essere conosciuto, non essere vittima di quell’idiozia che è il culto della personalità, non dover vivere nell’aria sordida, ipocrita e asfissiante della sfera pubblica! Non di rado avevo tentato di sottrarmi a questa impostura, e ogni volta mi era toccato di sperimentare la spietatezza del mondo, che dal poeta non vuole opere e pensieri, ma un recapito, e una personalità da osannare e poi gettare via, da parare a festa e poi da mettere a nudo, da usare e poi ricoprire di sputi”. 

*

Queste parole andrebbero tatuate nell’arido animo di molti scrittori contemporanei di casa nostra, tutti alla ricerca del plauso, tutti alla ricerca della devozione, del posto in prima fila, del premio da ritirare ed esibire.  Non si salva nessuno, nella spietata disanima di Hesse. Le pubbliche letture contemplano un pubblico e il pubblico per Hesse, contempla sdegno, sdegno cui solo la vanità è il rifugio più sicuro: “C’è uno scrittore che nel suo intimo dubita di sé  e del valore delle sue fatiche letterarie, davanti ad una sala piena di pubblico, il quale da parte sua non ha la più pallida idea dei contorti processi dell’animo dell’illustre conferenziere. Che cosa dunque consente a questo scrittore di leggere comunque i suoi fogli, invece di darsela a gambe e di appendersi ad un cappio? Glielo consente innanzitutto la vanità di scrittore. Anche se non riesce a prendere sul serio né sé stesso né il pubblico, tuttavia egli è vanesio, giacché ogni uomo lo è, anche l’asceta, anche chi dubita di sé”.  

*

Sembra di aggirarsi nei dintorni di Thomas Bernhard: “il pubblico in quanto tale mi è completamente indifferente, anche se fra me e il pubblico accadesse il peggio, anche se io facessi miseramente fiasco e venissi fischiato, tutto ciò mi toccherebbe ben poco. Dentro di me qualcuno si unirebbe a quei fischi. No, le persone sedute in sala non mi incutono timore, né io mi aspetto granché da loro”. Ma nessuno, a parte lo stesso Bernhard, può permettersi di mandare all’aria una lettura pubblica, una premiazione. E alla fine, nell’intimo di Hesse, ecco far capolino l’amore e la speranza. C’è qualcuno che si può salvare, lì, in mezzo al pubblico, fosse anche uno soltanto: “Infatti mentre io, grazie a quel senno e a quel basso e un po’ meschino menefreghismo che derivano dall’esperienza, mi metto in salvo dal pubblico, con tanto maggiore amore, con tanto più caloroso impegno mi rivolgo al singolo. Se questo singolo a cui vanno il mio amore e i miei sforzi siede veramente in sala, allora mi rivolgo esclusivamente a lui, facendo di quella persona l’unico destinatario della mia lettura”. Lasciate da parte i biglietti per l’India. Cercate un posto libero vicino a Hesse e viaggiate assieme a lui verso la Germania.  Non ve ne pentirete.

Cosimo Mongelli