19 Febbraio 2022

Contaminarsi col sacro leggendo l'epistolario assoluto tra Ceronetti e Quinzio

Ho affrontato per la prima volta l’epistolario Un tentativo di colmare l’abisso in piena pandemia. A casa, solo, accecato dalla luce del sole di metà marzo che baciava il mio stretto balcone al quarto piano. Occhiali da sole, sigaro, solitudine. Due mesi senza internet, niente social, pochissimi contatti. Moltissimi volumi. Tra questi anche l’epistolario tra Cioran e Mircea Eliade. Struggente e disperato. Ma è un’altra storia.

L’ho riletto poi nel 2021 in due momenti diversi. Durante un mio isolamento volontario in campagna e a seguito del mio trasferimento a Ravenna, mentre affrontavo una stagione al contrario, lavorando di notte come Bolaño, in un camping sulla riviera come guardiano notturno.

Ad ogni nuovo affondo sulle lettere coinvolgenti, disperate, dettagliate, gonfie di pregna solitudine e ammirazione per l’altro, irte di discussioni e di divergenze d’opinioni, cariche di dettagli sul quotidiano disarmante, si scoprono due vite segnate dalla abissale contaminazione con il sacro e con la parola, da quella poetica a quella scritturale, che il carteggio restituisce in una policromia di sfumature e di rimandi serrati.

Ma lo snodo intellettuale, al di là delle divergenze teologicamente scandalose, oltre al manto sociopolitico italiano di quegli anni (l’epistolario comincia dopo il loro primo incontro nel ’68 e termina con la morte di Quinzio nel 1996) pian piano lascia spazio all’amaro quotidiano, qui scandito con forza tra i due amici, come una richiesta perenne e muta d’aiuto, appagata dal confortarsi a vicenda.

Ed ecco che la solitudine, l’orrore, la morte, la salute, il cibo, i figli, le case, gli spostamenti, le collaborazioni con i giornali. Affiorano le loro vite, spinte in un limite di rinunce e solitudini, di viaggi e attese, di riconoscimenti e malinconie.
Ceronetti cerca sempre casa, ma la cosa non si risolve mai. Vive in un paesino del Lazio che lui stesso detesta. Fugge molte volte a Torino, azzarda viaggi a Parigi. Cerca casa in tutta Italia. Racconta della sua passione per la macrobiotica, del suo vegetarianismo, del suo salutismo. I suoi scritti, Calasso, le marionette, la salute.

Quinzio è un fumatore accanito e divoratore di carne e soffre sempre di problemi al cuore. Scrive da un anonimo paesino perso nelle Marche (che aveva scelto come luogo di attesa per la resurrezione dei morti dopo aver perso la moglie Stefania) è poco incline al viaggio, deve badare alla figlioletta piccola, alla anziana madre e zia a carico, vive con le collaborazioni per i giornali e soprattutto per una pensione avuta in anticipo dalla guardia di finanza, dove aveva prestato servizio per quasi diciassette anni.
Due vite segnate dalla abissale contaminazione con il sacro e con la parola.

Due fedi assolute, infrangibili, irriducibili: da un lato quella teologicamente scandalosa Quinzio nella resurrezione della carne, dall’altro quella, fi­losoficamente tenace, di Guido Ceronetti devoto al potere della gnosi.

Nel loro onesto quotidiano non c’è posto per il mondano, per il triste rito italiano del conoscere e fare PR nell’attesa scontata di risolvere carriere, vita sociale, vita amorosa, altro. Tutto è sospeso in una ricerca cosmica e assoluta, tra traslochi, visite mediche, preoccupazione per i figli che Quinzio, ad un certo punto, definisce faticosi e lontani. E i pacchi di pasta biologica e le marmellate spedite dalla comunità di Montebello (per mano di Girolomoni) ad un esigente Ceronetti, l’aiuto economico di quest’ultimo (grazie a qualche premio vinto) all’amico Sergio (come racconta la figlia Pia in un suo racconto autobiografico, vestiva sempre con la sua solita logora mantellina mentre scriveva e terminava la sua opera più esaustiva, il Commento alla Bibbia.)

Ho dovuto rileggerlo tre volte per ritrovare questa forza nella fede che sbriglia il dolore, brucia la carta, schiaccia via apatie e solitudini. Intanto gli anni passano, e noi siamo sempre più soli. Dobbiamo smetterla con questa comunicazione facile e monca. Bisogna riprendere carta e penna, sedersi alla scrivania, spegnere i suoni del mondo e concentrarsi nello scrivere lettere feroci, colme di tutto, sincere, disperate. Riprendere a comunicare sul serio. Tentando così di colmare l’abisso che ci circonda.

Fabrizio Testa

Gruppo MAGOG