“Il Suo dovere è diventare un uomo, una personalità e un carattere, nient’altro”: le lettere di Hermann Hesse ai lettori

Posted on Luglio 19, 2019, 6:41 am
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L’arditezza fu Il giuoco delle perle di vetro. In Germania gli fu impedito di pubblicarlo: a Peter Suhrkamp chiusero la casa editrice in faccia e lui pubblicò per Fretz & Wasmuth, a Zurigo, nel 1943. Soltanto nel 1946 quel capolavoro ambiguo e impossibile fu edito nel suo paese. Quello stesso anno, gli svedesi lo incoronarono con il Nobel che lui non andò a ritirare. Ormai, Hermann Hesse era più noto di ogni premio – era alieno a simili vanità. “Dopo Il giuoco delle perle di vetro, nei suoi ultimi vent’anni, Hesse non scrisse altri libri. Visse molto appartato a Montagnola, ma sempre vigile e a stretto contatto con gli avvenimenti del mondo, sempre rammaricandosi che gli uomini non abbiano ancora abbandonato l’idea della violenza. Instancabile espresse il suo pensiero in articoli, opuscoli, lettere, messaggi, con tale abbondanza che se ne possono e se ne poterono empire interi volumi… Non potendo rispondere a tutte le lettere che riceveva Hesse stampava foglietti o epistole circolari che mandava ai corrispondenti e agli amici. Non andò a Stoccolma nel 1946 a ricevere il premio Nobel, non andò a Francoforte nel 1955 a ricevere il premio Goethe e il premio della pace, limitò le visite al minimo. Alla porta di casa aveva attaccato un foglio con le parole dell’antico cinese Meng Hsie: ‘Quando uno è diventato vecchio e ha fatto la sua parte, gli si addice di familiarizzarsi tacitamente con la morte… Alla porta della sua dimora conviene passar oltre, come se fosse l’abitazione di nessuno’”, scrive Ervinio Pocar, grande interprete di Hesse nel volume dedicatogli da Utet nella collana dei Nobel (1965).

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“Bisogna rileggere Demian ogni anno, per capire…”, dice, lasciando in sospeso la frase, un uomo di candida cultura. Demian – pubblico esattamente un secolo fa – poi Il lupo della steppa, eventualmente Siddharta erano letture ‘date’, decise fin da ragazzi, sentieri narrativi per diventare uomini. Come si leggeva Conrad, si maneggiava Hesse – per farsi. Oggi entrare nell’empireo della crisi e della prova, disciplinarsi alla ricerca, insomma, essere un ‘individuo’, è sconsigliato. Occorre avere delle voglie in un regno di risposte.

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Mi regalò Demian con una scritta, “per noi figli di Caino”. Ero poco più che maggiorenne, tremante dal tradimento, mi sembrò bellissima, non accadde altro che questo riconoscerci, attraverso la perpetua peripezia della giovinezza di Hesse, quell’inquietudine che tutti distrugge, per risorgere.

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Hesse non si erge a maestro – la sua maestria è nell’indicare l’avvio alla vita, alla scelta propria. La vita piena, l’ardore. Con quadruplice e complice generosità, le lettere di Hesse ai suoi lettori – spesso neanche nominati per nome – testimoniano il vagabondaggio comune. Importante, per Hesse, è coltivare la propria personalità, senza segregarsi in partiti, fazioni, club. L’ideologia di massa corrode crescita e autonomia. Se l’Occidente è sull’orlo della distruzione – ci siamo da decenni – non c’è da disperare, dice Hesse: il sacro tornerà ad abitare i nostri desideri quando non avremo più nulla, gli alberi parleranno. (d.b.)

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Fine ottobre 1932

Caro signor W.,

la mia risposta è: sì, dica di sì a se stesso, al Suo isolamento, ai Suoi sentimenti, al Suo destino! Altra strada non c’è. Dove conduca non so, ma conduce nella vita, nella realtà, in ciò che è ardente e necessario. Lei può trovare questo cammino insopportabile e togliersi la vita: comunque ha il potere di farlo; il pensarci fa spesso bene anche a me. Ma sfuggirvi con uno sforzo di volontà, tradendo il senso del proprio destino e unendosi ai ‘normali’, questo non lo può fare: non durerebbe a lungo, e recherebbe una disperazione maggiore dell’attuale.

È più difficile rispondere all’altra Sua domanda: se la vita di uno come noi, così isolata, così fuori norma, soggetta a leggi tanto diverse da quelle del mondo attuale, valga la pena, e soddisfi colui che la vive. Non so una risposta, o so ogni giorno una diversa. Certi giorni penso che tutto ciò per cui ho lottato e in cui ho creduto sia stato vano ed assurdo. Vi sono invece giorni in cui sento me stesso e la mia vita, benché difficoltosa, pienamente giustificati, anzi riusciti, e ne sono contentissimo – per ore, almeno. E sempre, quando credo d’aver portato la mia fede a una formula valida e l’ho espressa, mi ridiventa dubbia e stolta, e devo mettermi in cerca di altre difese e di altre formule. Ora è tormento e crisi, ora beatitudine. Se poi complessivamente “valga o no la pena” non so, e in fondo mi è indifferente.

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1932

…Lei è un giovane che si pone il problema dei suoi doveri e si chiede se ha il diritto di occuparsi di sé anziché del bene comune e della patria. A questa Sua domanda posso rispondere, contrariamente a tutte le tendenze attuali, in modo preciso:

Il Suo dovere è di diventare un uomo il più possibile utile, buono e sicuro delle proprie capacità. Il Suo dovere è diventare una personalità e un carattere, nient’altro. Quando lo sarà diventato al punto a Lei possibile e concesso, allora i compiti in cui possa dare buona prova di sé verranno da soli.

Nella Germania d’oggi si usa così, che dei ragazzi, i quali non sono ancora uomini e appena sanno leggere, indossino una giacca e un berretto, si dichiarino membri di un partito e immediatamente prendano parte alla vita pubblica. Urlano e rovinano la loro patria, fanno se stessi e il loro popolo oggetto di dileggio per tutto il mondo, e ciascuno di loro è un criminale di stato, perché ha trascurato e tradito il suo dovere di diventare qualcosa, di imparare, di farsi compiutamente uomo e di apprendere a pensare da sé, per inseguire con prematura sfacciataggine compiti che non lo riguardano.

La Germania del 1950 sarà guidata da quei pochi uomini oggi ancora giovanissimi che non partecipano a questo imbroglio ma sviluppano in silenzio la loro personalità.

Ho già detto troppo. Lei ci pensi. Ma non incominci uno scambio di corrispondenza con me, perché io né potrei seguirLa, né saprei dirLe altri e più di quanto Le dico oggi.

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7 febbraio 1940

Stimatissimo signore,

in un bosco può accadere che un alberello spezzato o sradicato s’appoggi cadendo ad uno vecchio, e di conseguenza anche per quest’ultimo non ci sia più niente da fare, perché, pur sembrando ben saldo, è cavo e debole e crolla sotto il peso del più giovane. Qualcosa del genere potrebbe avvenire tra Lei e me. Ma ora le cose sono diverse. Posso pensarmi al Suo posto, perché ho vissuto i quattro anni dal 1914 al 1918 fino al crollo; e stavolta ho tre figli soldati.

Un esempio tratto dalla mitologia Le mostrerà forse meglio di tutto come io veda l’intera faccenda. La mitologia indiana, ad esempio, conosce la leggenda delle quattro età del mondo: quando l’ultima è giunta al punto che tutto è sommerso nella guerra, nella rovina e nella miseria fino al collo, allora deve intervenire Shiva, il dio che lotta e che spazza via, e ballando calpesta il mondo. Appena quello ha finito, il mite dio creatore Vishnù, standosene sdraiato in qualche posto sull’erba, fa un bel sogno, e dal suo sogno, o da un respiro o da un capello di lui, sboccia, leggiadro, giovane e incantevole, un mondo nuovo: tutto ricomincia da capo, e non meccanicamente, bensì animato e magicamente bello.

Ebbene, io credo che il nostro Occidente sia nella quarta età e che Shiva già danzi sopra di noi; credo che quasi tutto crollerà. Ma credo anche che ricomincerà da principio, e gli uomini si rimetteranno presto ad accendere i fuochi sacrificali e ad erigere santuari.

Perciò, vecchio e stanco come sono, godo d’essere così avanzato in età e frusto da poter morire senza rincrescimento. Ma la gioventù, e anche i miei figli, io non me li lascio dietro nella disperazione, bensì solo nella difficoltà e nell’angoscia, nel fuoco della prova; né dubito che quanto fu per noi sacro e bello non lo debba essere anche per loro e per gli uomini futuri. L’uomo, io credo, è capace di azioni assai elevate e di grandi furfanterie, sa assurgere a semidio e sprofondare nel demoniaco; ma compiuto ch’egli abbia la grande azione o la solenne porcheria, finisce sempre col rimettersi in piedi e ritornare alla sua misura, sì che al moto pendolare della diabolicità selvaggia succede inevitabilmente per contrasto l’aspirazione, nell’uomo innata e da lui inseparabile, alla misura e all’ordine.

Io credo bensì che oggi un vecchio non abbia nulla da aspettarsi di buono dal mondo esterno e faccia bene a volgersi al passato, ma penso anche che un bel verso, una musica, uno slancio sincero incontro al divino siano oggi almeno altrettanto reali, vivi e degni che in passato; anzi accade che la cosiddetta ‘realtà’, quella dei tecnici, dei generali e dei direttori di banca, diventa sempre più irreale, insussistente e inverosimile, e perfino la guerra, da che si è fatta amore di sterminio, ha perso quasi ogni forza di attrazione e ogni maestà: in queste grandiose battaglie di mezzi bellici, quelli che si combattono sono giganteschi schermi e chimere – mentre invece appaiono oggi più reali e più vere che mai ogni realtà spirituale, ogni verità, ogni bellezza e ogni elevata aspirazione.

Hermann Hesse