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Ho incontrato Esenin nel futuro. Ritratto di un amico

Improvvisamente, in libreria, Sergej Esenin folgora il mio sguardo assetato di parole. Sfoglio, leggo, mi esalto! Chi diavolo fu costui? L’amico rispettoso, e reciprocamente stimato e distante di Majakovskij. Un grande poeta che, tra l’altro, ebbe il coraggio di scrivere versi come questo: “Nel mio paese io sono ancora uno straniero”… Non posso dunque che essere in sintonia, con lui.

Rimango immediatamente irretito, quindi, naturalmente impigliato, quasi apostrofato dalle sue parole. Come non esserlo, d’altronde. Più di tutte ‒ ma solo a un primo intrepido fantomatico sguardo ‒ due poesie battono all’unisono col ritmo della danza che balla nelle vene di un’identica sostanza:

Arrivederci, amico mio, arrivederci,

Tu sei nel mio cuore.

Una predestinata separazione

Un futuro incontro promette.

Questo fa la letteratura. Un nuovo amico, in un altro contesto, scrivendomi una lettera a mano (come si faceva una volta, e come sarebbe bello riprendere a fare), mi ricordava esattamente la stessa identica cosa: si scrive per un incontro; affinché l’incontro tra amici o nuovi amici possa accadere; affinché la verità possa splendere nell’affinità dei versi, in quell’unità che ci unisce insieme nel medesimo amore per i classici della letteratura, per quei poeti fragili e al tempo stesso decisi e immortali di ogni tempo.

Così è sempre stato e sempre, mi auguro, sarà. Subito ripenso ai miei compagni di viaggio, a chi, immancabilmente, poco o tanto, si fa presente nella fatica della condivisione per la bellezza. Seppur distanti, la letteratura ci tiene uniti in un altrove che sa di realtà più di quanto la realtà stessa possa offrirci: “Arrivederci, amico mio, / Senza strette di mano e parole, / Non rattristarti e niente / Malinconia sulle ciglia: / Morire in questa vita non è nuovo, / Ma più nuovo non è nemmeno vivere.”

Esenin pertanto è un sobbalzo, confessa come nessuno al mondo quanto la parola possa essere viva e sapienziale. Ma soprattutto irrora vita a se stesso e agli altri, prima di sparire, di sua sponte, la notte del 28 dicembre 1925, quando si uccise impiccandosi nella sua stanza d’albergo.

Esenin oggi è stato un incontro: personale, intimo, fraterno; di quelli che accadono nel futuro, proprio come dev’essere tra poeti, oltrepassando ogni lamento, indietreggiando soltanto per umiltà e per voglia di conoscere ancora chi, prima di noi, ha solcato il passo della tradizione per rinnovarla e rivoluzionarla, nel niente di un soffio che è poema eterno.

D’altro canto la sua poesia può essere perfino semplice, sincera, affabile, se non addirittura ingenua. Eppure, leggendola, scopriamo che non lo è affatto. Semmai è tutt’altro che un bluff. Tuttavia, ti penetra il cuore, formando un anfratto dove poter abitare, nell’attesa d’incontrare di nuovo chi ci ha lasciato con le parole uniche di quei pochi fedeli d’amore che, oggi più che mai, dovrebbero tornare ad abitare gli spazi e i luoghi incustoditi di quella tensione che ci permea, nella malia che brilla nei versi della poesia.

“Io non sono mutato. / Nel mio cuore non sono mutato. / Come fiordalisi nella segale, / gli occhi fioriscono nel volto. / Stendendo stuoie dorate di versi, / ho voglia di dirvi una tenera parola. / Buona notte! / A voi tutti buona notte!”

Poiché gli occhi, per un poeta, dicono tutto. E, in primo luogo, sono tutto ciò che abbiamo.

Giorgio Anelli

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