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Quella poesia sul ramo del lago di Como, tra Hemingway e un’amante

Cosa ci faceva Hemingway nel 1948 al Grand Hotel des Iles Borromées? O meglio, dove si nascondeva oggi il suo fantasma, percorrendo il dedalo intricato di case, tra il vento improvviso e muto, o annaspando caparbiamente tra gli scalini infiniti di un paese sconosciuto ai più, quale è Belgirate, proprio perché lontano dai fasti e dagli onor del mondo?

Stresa ci appare ‒ agli occhi miei, e a quelli della mia cara e amata musa ‒ come un incanto improvviso, per nulla improvvisato. Stresa è il sogno che attendeva il nostro arrivo. Come aspettava, inconsciamente trepidante, quello ‒ avvenuto in un tempo indefinito, grazie a un treno per nulla enigmatico, ma realistico ‒ di Kafka e Max Brod.

Il lago dunque ha i suoi infiniti volti. Eppure, quel che conta, e ha importanza veramente, sono gli istanti del presente. Tutto il resto non riguarda noi, né alcun altro. È l’istante, quell’attimo sfuggevole e fuggente, a portarci a ricercar la bellezza, solcando acque ancora agitate, dopo la tempesta dei giorni precedenti.

Le isole Borromeo sono lo sfarzo scagliato addosso al nostro sguardo meravigliato e incredulo; sono come un quarzo colmato dalla luce di troppa grazia. La bellezza ci sta accanto, non dà scampo, non è affatto un miraggio; ma qualcosa di tangibile, profumato, concreto.

Così mi perdo negli occhi di lei, che sanno di lago, e al lago parlano di un amore perduto, forse, ora, finalmente ritrovato. Mi perdo negli occhi suoi, e nient’altro ha più importanza. La seguo innocentemente, come un bambino, come un amante perduto, a ricercar in fretta, d’intuito e d’istinto ‒ mi ripeto ‒ una bellezza che sta tra le cose del mondo, e che quasi proprio ci parla più del dovuto.

Belgirate così è il regalo che il destino ci ha portato a scoprire e a scartare, come fosse protetto da un pacchetto, al di là della strada del Sempione, oltre il lago, nascosta dietro a una veranda fatiscente, eppur tremendamente affascinante.

Pertanto abbiam vissuto un sogno, scoprendo probabilmente il motivo vero per il quale Hemingway continuava ad aggirarsi da queste parti. Non c’erano solo la guerra, le donne, il whisky. C’erano, tutt’al più, storie nuove da stanare, da dover alimentare con la linfa assetata degli occhi, tra i vicoli segreti ed eccezionali di un paesino che ci ha accolto nel silenzio improvviso.

Perciò, o piuttosto, non sognavamo affatto; stazionavamo ‒ semmai, con gioia e sguardo esterrefatto ‒ nel sogno stesso di Hemingway. C’è da crederlo, che lo stupore sia stato immenso. Nonostante la canicola dalle mascelle a forma di tagliola, le rondini, a un palmo dal naso, c’indicavano il passaggio, l’attimo, il minuto eterno (che si trasforma e ci accarezza); quel fiore da cogliere, come il bacio di lei finalmente arrivato, e ripetuto, e cercato.

Come dev’essere ‒ le chiedo ‒ far l’amore guardando a certe altezze il lago? E cosa per davvero ci facevamo noi, nell’attimo eternato dall’amore che tutto scopre e tutto comprende, a rivelarci bambini e belli ed estranei, in un fluttuare d’emozioni, gravide di semplicità e contentezza.

Perciò non sapremo mai se Belgirate esiste veramente; se è un punto fermo sulla carta, o uno snodo ferroviario di poca importanza. Talmente insignificante, d’aver però richiesto la straordinaria attenzione di Ernest Hemingway e di Franz Kafka.

Il particolare, intriso nel sogno, s’intinge negli occhi nei quali mi perdo. Sono gli occhi di una musa alla quale devo l’incanto, il rinnovarsi del fantastico, il ritorno del mio urlo. Sono, dopotutto, innamorato; intriso nel candore del bisogno; da un cuore, ammaliato. Sono, oltretutto, attraversato da amore e morte; scalfito ma non perduto; abbracciato dall’acqua verde, blu e di piombo di un lago; come dalle braccia di lei, dalle quali non più mi sciolgo. Forse questo era venuto a cercare Hemingway dalle nostre parti: un abbraccio, un bisogno; il soffio eterno dell’istante.

Giorgio Anelli

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