31 Dicembre 2021

“È possibile rimuovere dal mio cervello questi Suoi versi solo chirurgicamente...”. La lezione di Anna Achmatova

Avendo proprio oggi la fortuna sfacciata di leggere alcune riflessioni e ricordi di Anna Achmatova, o altrimenti sulla poetessa stessa da parte di grandi suoi amici, m’imbatto in queste brevi e fiammanti righe che l’amico Mandel’štam le scrisse di proprio pugno.

Dunque, mentre lei confidava all’amico, in una lettera, la propria invidia per il lavoro svolto da un nuovo traduttore:

“… Le invio una fiamma antichissima, a sua volta, quasi sottratta a Prometeo. Sono a Komarovo, nella Casa degli Scrittori. Nella budka ci sono Anja e il suo seguito. Oggi mi sono recata là, ho ricordato il nostro ultimo autunno, con la musica, il pozzo e il suo ciclo di versi. E sono riemerse le parole salvifiche: «La cosa principale è la nobiltà d’intento».

Il cielo, a sera, già si tinge di rosa, pur se una grossa fetta d’inverno è ancora davanti a noi. Voglio confidarLe una mia nuova disgrazia. Una invidia nera mi fa morire. Legga nel n. 12 di «In. Lit.» «L’inchiesta» di Leon Filipe… Là invidio ogni parola, ogni intonazione. Che vecchio! E che traduttore! Non ne avevo ancora visti così. Partecipi al mio dolore.

I versi per la morte di Eliot forse non sono peggiori, ma chissà perché non ne provo invidia. Al contrario, sono perfino felice al pensiero che esistano. Ho ricevuto ora il Suo telegramma. La ringrazio.

Mi sembra di stare scrivendo questa lettera ormai da tanto.

Anna

15 febbraio 1965. Komarovo

…mentre, dicevo, gli confidava la propria invidia, Mandel’štam, in altro istante, in poche righe, sui versi dell’Achmatova, scriveva: ֞Ricevo a volte dai Suoi versi l’impressione del volo. Oggi questo non è stato, ma deve essere. Faccia in modo che lo sia sempre… È possibile rimuovere dal mio cervello questi Suoi versi, solo chirurgicamente…”.

Cos’altro quindi bisognerebbe volere dalla scrittura, dall’amicizia fraterna in letteratura, talmente cara quanto rara e sublime o effimera. Giacché la letteratura, per chi vi scrive, è tutto e il contrario di tutto; menzogna e stretta di mano, abbraccio e finzione.

C’è stata un’epoca, tuttavia, nella quale la parola scritta e parlata era talmente sacra, che infrangerla equivaleva a dire sfidarsi a duello, se non a morte.

Ci fu quindi un’epoca – che paradossalmente rimpiango, in quanto non posso viverla o riviverla in fede e onestà con i miei attuali (?) amici poeti, a modo nostro, s’intende – che sul foglio bianco e nella lettura di poesie e testi, poteva tutto.

E poteva permetterselo in quanto chi si credeva e diceva poeta, era uomo o donna costretto ad affrontare il destino e il suo opposto (il caso) con tutta la drammaticità del mondo.

Era appunto un tempo nel quale la fiamma, la nobiltà d’intento e l’impressione del volo non potevano che sfociare in parole potenti e brillanti come il più fragile dei cristalli. Bisognava puntare a quello. Osip Mandel’štam lo ricordava ad Anna. Mentre io, oggi, addirittura, lo dico a te che mi leggi, sparuto ipocrita lettore, fratello in lettere, poeta di un nuovo rinnovato futuro stupore; che dell’invidia non lascerai traccia; piuttosto e semmai l’orma e l’ombra di un desiderio di lasciare qualcosa di unico e ritrovato. Quell’essere fedele d’amore, che nulla ha a che vedere con il lamento e la presunzione.

Giorgio Anelli