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Ciò che non mi fa dormire la notte è Sergej Esenin, il grande poeta. Spesso ripenso a suo nonno, che si rifugiava nel bosco perché “Ora non c’è nemmeno dove pregare Iddio”

Il sonno è una cosa delicata. Ci sono infiniti motivi perché un uomo onesto, una volta coricato, non riesca a scivolare con la giusta dolcezza tra le braccia di Orfeo. Il mutuo della casa o dell’auto, l’adolescenza dirompente dei propri figli, problemi coniugali, il lavoro, ecc… poi altre cose più grandi, come l’incertezza del futuro, le condizioni del proprio paese e via dicendo. Per quel che mi riguarda, ciò che non mi fa dormire la notte è Sergej Esenin (1895-1925). Questo poeta russo “teneramente malato di ricordi d’infanzia” è entrato nella mia testa e non esce più, con quel suo visino dolce da ragazzo di campagna e il vestito buono della domenica. Dal suo poemetto L’uomo nero, Esenin torna nelle notti tranquille e si siede sul bordo del letto di chi si appresta a dormire, e legge la storia della vostra vita, come a volervene fare una colpa, come se da qualche parte un romanziere guardone avesse scritto i vostri più reconditi e oscuri pensieri.

La felicità – egli diceva –
È destrezza di mente e di mani.
Tutte le anime maldestre
Ebbero sempre fama d’infelici.
Non fa nulla
Se molti tormenti
Arrecano i gesti
Ambigui e bugiardi.

Fra tempeste e bufere,
Nel gelo della vita quotidiana,
Nelle perdite gravi
E nella tristezza,
Mostrarsi sorridenti e semplici
È l’arte più alta del mondo.

Queste sono le parole recitate dall’uomo nero direttamente dal libro che tiene in grembo, e sono parole che parlano di voi, delle vostre menzogne, delle vostre falsità. Esse nascondono qualcosa di terribile, qualcosa a cui non vogliamo credere. Credo siano più terrificanti di qualunque mostruosità possa uscire dalla penna di Stephen King. Una notte l’uomo nero, la vostra stessa ombra, potrebbe entrare nella vostra camera da letto e fare i conti con le vostre bugie. Esenin ci mette davanti alle menzogne più penose: quelle che raccontiamo a noi stessi.

*

Durante la sua breve esistenza, Esenin deve essersene raccontate parecchie di bugie. Cantore della Rus’, la Russia mitica che si perde tra le pieghe del tempo e tutta splendente di verdi pascoli e sapienti eroi pastori, aveva però abbandonato la contrada natale per recarsi nella grande metropoli. Laggiù aveva costruito la sua notorietà proprio su quella bucolica Rjazan’ che aveva abbandonato, fino ai giorni della rivoluzione.

Esenin non era un rivoluzionario, forse aveva creduto che i venti del cambiamento avrebbero portato qualcosa di buono, una nuova vita per la Rus’ arcaica. Ma i bolscevichi non avevano alcuna intenzione di ripristinare un tempo così lontano, così ideale. Anzi, erano più votati all’acciaio, anziché ai verdi pascoli. Dev’essere difficile credere o sperare in una causa e poi abbandonarla, inorriditi da come le buone idee possono trasformarsi in azioni terribili. Quando Esenin farà ritorno al suo borgo, dirà di non essere mutato; invece la sua casa è scivolata nell’autunno più grigio che si possa pensare, trascinando con sé la famiglia e il paese intero.

*

Ieri han tolto le icone dal palchetto,
E in chiesa il commissario ha levato la croce.
Ora non c’è nemmeno
Dove pregare Iddio.
Vado ormai al bosco di nascosto,
Prego le tremule…
Forse, può servire…

Con queste parole amare il nonno si rivolge a Esenin, che a stento lo riconosce. La rivoluzione sta pian piano cancellando le tracce della religione e così il cambiamento che Esenin si aspettava è arrivato, ma in tutt’altra veste. Nella sua poesia, egli non rimpiange un tempo perduto, ma un luogo senza tempo, un’immagine fissa della sua infanzia che si fa eternità dorata, come le icone che adornano le chiese ortodosse. Come spesso accade per molti autori, l’infanzia non è in un passato lontano, ma in un mondo a parte, un’età ideale, quasi che lo scorrere del tempo e le storture del presente facessero risplendere ancor di più gli anni della fanciullezza.

Ecco allora tornare le parole dell’uomo nero, ecco l’immagine di un poeta scandaloso che ha lasciato bruciare la sua terra e che ha illuso sé stesso di poter tornare bambino.

*

Aveva trent’anni quando Esenin decise di impiccarsi, aggiungendo una tacca alla strage, all’autoannientamento dei poeti russi di inizio Novecento. Poeti che non riescono a trovare un posto per sé stessi, proprio come si domandava Majakovskij: «Dove potrà ficcarsi uno come me?». Esenin non sembra aver trovato una risposta. Forse, di questa incongruenza è responsabile quella rivoluzione che dopo il primo infuocato assalto, riporta l’ordine, anzi, un nuovo ordine ancor più rigido entro cui i poeti non riescono a trovare casa, e molti sono i personaggi che da eroi della patria si trasformeranno in reietti e nemici del popolo.

*

A volte ripenso al nonno di Esenin che si perde in un bosco, si inginocchia e prega Dio. In un mondo dove Dio non ha più la casa, l’uomo è costretto a vagabondare in eterno.

Valerio Ragazzini

*In copertina: Sergej Esenin con Isadora Duncan; i due si sposano nel 1922, la ballerina americana, di 18 anni più grande del poeta, non sa una parola di russo.

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