04 Novembre 2026

Sulle tracce di Borges, lo scrittore argentino che ha cambiato il mondo

Di recente, l’editore Adelphi ha pubblicato come Professor Borges le “Lezioni di letteratura inglese” tenute dal grande scrittore all’Università di Buenos Aires. Il libro – uscito nei mondi ispanici nel 2000 – raccoglie, in particolare, le lezioni tenute nel 1966: alcuni allievi del nobile prof le hanno registrate poi sbobinate, sabotando l’oralità in scrittura. Una di queste lezioni – la quarta, per chi ha il libro sotto gli occhi – tratta “del frammento eroico Finnsburh”, uno dei più antichi reperti epici anglosassoni: composto intorno all’VIII secolo, è stato “scoperto agli inizi del Settecento e pubblicato da un antiquario”. La storia – che mescola piani temporali difformi, conferendo all’arcaico, all’antico una perentorietà attuale, da evocazione magica – è assai borgesiana. Nel corso della lezione, Borges si dilunga sul talento dei Vichinghi, “forse il più straordinario fra i popoli germanici del Medioevo”. 

Proprio sul frammento di Finnsburh si concentrò l’esame svolto da Sylvia Iparraguirre, tra le più note scrittrici argentine viventi, al cospetto di Borges. Intimidita dalla presenza dello scrittore, prese poco meno del massimo dei voti. Borges era un uomo umile, il genio enciclopedico era messo al servizio degli allievi: li portava sulle chiatte vichinghe e sul veliero di Jim Hawkins, stevensoniano eroe de L’isola del tesoro, in un battito d’occhi. Muoveva le mani come un tessitore d’ombre, uno sciamano. Alcuni rari uomini, è noto, hanno mani pari al fuoco. Il suo amuleto era il bastone e l’enorme orologio ‘a cipolla’ che teneva sempre in tasca. La madre di Borges – donna d’intelligenza feroce –, come si sa, traduceva dall’inglese: ha voltato in spagnolo, tra l’altro, alcuni libri di David Herbert Lawrence e di William Faulkner. 

È una fatale coincidenza che la pubblicazione di Professor Borges in Italia avvenga in concomitanza con l’uscita, per Alfaguara, di Borges, un destino sudamericano, libro in cui Sylvia Iparraguirre – la più talentuosa tra gli allievi universitari di Borges – ricostruisce la biografia del suo maestro (in calce, calchiamo per gentile concessione le pagine introduttive). Al di là dell’aneddotica – Borges era un prof antiaccademico: non credeva nella valutazione, nella gerarchia istituita a tavolino, nell’istituzione in grado di conferire una qualche ‘sapienza’; non bocciava nessuno – ciò che conta è il punto di osservazione, peculiare rispetto ai soliti riti tributati all’Omero argentino. Sylvia Iparraguirre insiste su tre aspetti. Intanto, sulla dimensione “argentina” dei libri di Borges: nato a Ginevra, cresciuto a Buenos Aires, ha scritto racconti, è vero, che attraversano tempi e spazi, fondono l’Islanda di Snorri, la Cabbala ebraica, le poesie di Walt Whitman e le atmosfere di Franz Kafka. Eppure, Borges resta, perentoriamente, uno scrittore argentino – è come se a Buenos Aires (specie di Gerusalemme letteraria) convergesse un mondo, più mondi; il calle Bollini è come Delfi, il sacro omphalòs. 

Gli altri due punti vengono di conseguenza. Iparraguirre dona piena luce alle opere e all’attività letteraria nel suo complesso compiute da Borges tra gli anni Venti e i Trenta. Insomma: per capire Borges bisogna leggere il Borges prima di Borges, quello che precede Ficciones. È lì, in nuce, che il grande scrittore elabora il suo labirintico laboratorio. Contestualmente, va riletta la poesia di Borges. Borges nasce alla letteratura con Fervor de Buenos Aires – 1923, stampava Imprensa Serantes in trecento copie, la copertina reca un disegno della sorella di Borges, Norah –, raccolta di versi che enuncia in breve i suoi temi prediletti. Spesso in Borges accade così: la poesia è la prova, il frammento, l’ispirazione meridiana che poi sarà sviluppata nel racconto. La poesia è il ‘negativo’ del racconto, ne è la crisalide. 

Sylvia Iparraguirre – in Italia sono usciti, per Einaudi, La terra del fuoco (2001) e per L’Asino d’Oro Il ragazzo dai seni di gomma (2012) e Sotto questo cielo (2014) – coltivò un’amicizia con Borges, al di là della parentesi accademica. Qualche anno fa ci ha raccontato uno sketch esemplare:

“Ricordo una splendida notte nel 1983, quando io e Abelardo Castillo rimanemmo fino all’una del mattino con Borges nella casa di una signora che organizzava incontri tra scrittori. Era particolarmente felice. Parlammo di tutto. Recitò strofe del Martín Fierro, con Abelardo parlò di libri. Non voleva andare via, continuava a dire: ‘ancora una domanda, un’altra ancora’. Scesi con lui a cercare un taxi; era solo, cieco e stava per compiere 84 anni ma non volle che lo accompagnassimo”.

Il cieco, solo, nella notte argentina – un corpo che chiameremmo Aleph. 

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Borges, un destino sudamericano

La prima volta che ho letto Borges avevo quindici anni. Frequentavo le scuole superiori e una professoressa ci fece conoscere alcune poesie tratte da Fervore di Buenos Aires. Non sapevo assolutamente nulla di Borges, tranne il suo nome. Vivevo in una piccola città e il mondo culturale di Buenos Aires mi sembrava lontano e ignoto. 

Non ricordo come, ma riuscii a procurarmi il libro e lo lessi tutto. Molte delle poesie mi hanno commossa e mi sono sentita coinvolta in quella lettura. Avendo vissuto in paesi di provincia, conoscevo bene l’emozione silenziosa che suscitano le loro periferie rurali, la loro solitudine. La famiglia di mio padre era di Los Toldos, territorio felice e sonnolento della mia infanzia, che a lui piaceva percorrere quando andavamo a trovare mia nonna. Si dirigeva verso i confini del paese e cercava la strada per la campagna dove aveva trascorso la sua infanzia. Proprio lì iniziava l’orizzonte aperto della pampa. Molte volte ho visto il tramonto su quella strada… “i campanacci raccolgono la malinconia/ dispersa del pomeriggio. La luna nuova/ è una vocina dal cielo./ Man mano che cala la notte, il paese torna ad essere campagna”: mi veniva in mente Campi al tramonto, per sempre nella mia memoria, proprio come Il Sud, la poesia che apre il libro. Durante quei viaggi mi assaliva un sentimento a cui solo in seguito ho saputo dare un nome: la nostalgia di vite, destini e fatti altrui – in quel caso quelli di mia nonna e di mio padre –, per un mondo che se n’è andato per sempre. Come ho capito in seguito, avevo condiviso quell’emozione con Fervore di Buenos Aires.

Sono stata fortunata. Mi sono avvicinata a Borges attraverso la poesia e ho iniziato a leggerlo per conto mio; nessuno mi ha chiesto se fosse difficile o se non lo capissi. Neanch’io ho fatto domande. Quello che non capivo lo mettevo da parte. 

Ricordo, sì, di aver letto con uno stupore e un trasporto senza precedenti Le rovine circolari. Era il 1964.

Quattro anni dopo, a vent’anni, vivevo a Buenos Aires, studiavo Lettere all’Università di Buenos Aires, frequentavo il corso di Letteratura inglese e il mio docente era Borges. Lo vidi ogni settimana durante quel semestre. Aver frequentato le sue lezioni mi permette di dire di essere stata testimone della sua mancanza di solennità, del suo umorismo, del suo buon carattere e della sua profonda modestia, che mi è sempre parsa straordinaria. Anche se ero troppo giovane e troppo impressionata per coglierne la reale portata, che solo in seguito ho compreso appieno, è stata un’esperienza che considero un privilegio. Allo stesso tempo, cominciavo a esplorare e ad amare questa città, inesauribile come lo era Borges, e a comprendere il legame intimo e profondo che la sua opera aveva con essa.

Borges era l’esatto contrario della vanità e della pedanteria. Avvicinava l’interlocutore (in quel caso, i suoi allievi) con gentilezza al suo mondo, la letteratura. Non era condiscendente con chi gli parlava; dialogava di cose elevate pur partendo da un orizzonte semplice. L’umorismo, componente immancabile e costante della sua opera e della sua vita, era la sua via d’uscita abituale. 

Faccio un esempio che ricordo molto bene perché fu l’argomento del mio esame. Stavamo leggendo il frammento di Finnsburh, poema epico anglosassone dell’VIII secolo. L’azione si apre di notte nel castello di Finn, assediato dai danesi e difeso dal re e dai soldati appostati ai parapetti. Dopo aver recitato parte del brano con voce tremante, Borges avvertiva: «Non vi mettete a immaginare eserciti in uniforme e cose del genere. Erano due gruppi di uomini, come se combattessero quelli di Temperley contro quelli di Lomas de Zamora». Ci faceva ridere; smontava qualsiasi accenno di gerarchia o pomposità che potessimo attribuire alla letteratura.

L’esame, poi, era un’esperienza a sé stante. Ci si sedeva di fronte a Borges con la scrivania in mezzo; lui tirava fuori dalla giacca un enorme orologio da tasca, lo apriva, lo avvicinava terribilmente all’occhio destro e lo lasciava, aperto, lì, sulla scrivania. Questo accadeva nel 1968, pare che Borges fosse ancora in grado di vedere i numeri a una distanza di due centimetri. Forse, penso ora, non era altro che la messinscena di un professore afflitto da timidezza. A quanto si diceva, aveva iniziato a insegnare negli anni Cinquanta; arrivava in classe da solo, tastando con il bastone la porta dell’aula. Lo sguardo di Borges mi sfiorava il viso e si dirigeva verso il fondo dell’aula; al contrario, il sorriso era rivolto interamente a me, proprio come lo era per tutti gli altri.

Mi chiese di cosa volessi parlare. Borges non interrogava mai gli studenti; ci lasciava scegliere un argomento di cui ognuno parlava liberamente. Scelsi, appunto, il frammento di Finn. Anche se mi ero preparata, e molto, la mia testa era un vuoto che conteneva soltanto un’idea ricorrente: ero seduta di fronte a Borges. Lo scrittore mi incoraggiò con un gesto. Riuscii a iniziare, lui annuiva; acquisii sicurezza, a metà commisi un errore sulla parola «elegia»: lo stupore di Borges fu pari al mio. Facendo appello al mio coraggio, continuai. Poco dopo, Borges sollevò l’orologio, lo guardò di nuovo. Con lo stesso sorriso mi disse: «Basta così. Molto bene, è andata molto bene. Che ne pensa, che voto si darebbe, un otto, un nove?». Immagino che avessi un sorriso raggelato. Di fronte al mio silenzio, mi disse: «Può andare, ha nove». Non era merito mio: Borges non bocciava nessuno ed era estremamente generoso con i voti.

In seguito, lo vidi in diverse occasioni, parlai molte volte con lui al telefono. Ma ci sarebbe voluto ancora del tempo prima che, come lettrice, potessi cogliere le sottili precisioni della sua prosa; riconoscere il tessuto di allusioni bibliografiche che rende la sua opera un universo unico. Divertirmi fino a riderne di gusto. Al di là dell’enorme ampliamento del mondo della letteratura che Borges mi ha concesso, aggiungo che ho intessuto con la sua opera una vicinanza profonda, complessa, forse di temperamento (cito l’umorismo come mediazione e difesa di fronte alla realtà), su cui ho meditato in seguito. […]

Non condivido le posizioni né le opinioni che Borges ha espresso in certi periodi riguardo alla realtà del suo tempo – egli stesso le ha riconsiderate e rettificate. La sua letteratura vola ben al di sopra di quelle discrepanze ormai dimenticate e oggi anacronistiche.

Oggi la lettura di Borges è sommersa da fama, allori, universalità. Si è perso – parlo del lettore argentino – un rapporto intimo con la sua opera, la consapevolezza della sua decisiva appartenenza al sistema letterario argentino, il suo magistero esemplare come lettore. Viene percepito come uno scrittore cittadino del mondo, che orbita molto in alto, nello spazio siderale, asettico, della letteratura. Uno scrittore quasi senza storia, sepolto sotto l’immensa bibliografia che trabocca dalle biblioteche del mondo.

Dopo aver vinto il Premio Formentor, nel 1961, si verificò un fenomeno straordinario, che pochi scrittori hanno conosciuto: all’età di sessantadue anni Borges divenne una rivelazione. I suoi racconti, i saggi e le poesie furono tradotti e letti in tutto il mondo. Il decennio successivo, quello degli anni Settanta, ha coinciso con la piena affermazione di Borges, con lo stupefatto riconoscimento del suo prodigioso talento. A quel punto, la figura iconica dello scrittore cieco, con il bastone e lo sguardo perso nel vuoto, è apparsa in innumerevoli pubblicazioni, su quotidiani e riviste internazionali. La sua provenienza da un paese sudamericano, ai margini delle culture egemoniche, lo ha reso un «caso raro», in grado di suscitare un’enorme curiosità. Quei lettori che, al di fuori del nostro Paese, sapevano qualcosa di lui o avevano letto qualcuno dei pochissimi scritti che erano stati tradotti negli anni Cinquanta, si riconoscevano quali membri di una setta elitaria e clandestina. I racconti di Borges hanno affascinato scrittori, pensatori, studiosi e critici, come Umberto Eco che ne Il nome della rosa, prende ispirazione da lui per creare il personaggio del bibliotecario cieco: Jorge de Burgos. Per alcuni registi, menzionare Borges conferiva un tocco intellettuale al proprio film: è il caso di Woody Allen in Io e Annie.

A livello mondiale, Finzioni ha cambiato il modo di leggere le opere di finzione.

Eppure, Borges ci appartiene; è profondamente argentino, profondamente porteño. La fama universale ha fatto sì che, anche nel nostro Paese, diventasse un personaggio distante e cosmopolita. Che perdesse quella condizione iniziale del genio che ha vissuto e scritto, si è innamorato, ha avuto amici e ha percorso le nostre strade e il nostro Paese. La sua letteratura è intrecciata con la nostra lingua e le nostre usanze. La sua opera è una cartografia di Buenos Aires, città che ha amato e posto al centro delle sue poesie e dei suoi racconti. Per un lettore argentino, Borges attinge a elementi concreti della città e della sua storia: le strade, i luoghi, le case, i cortili, le tenute di campagna, i quartieri, la Banda Oriental, come lui chiama l’Uruguay; questi temi sono intessuti nella sua scrittura. Borges è lo scrittore argentino che ha utilizzato più volte la parola «patria», in minuscolo e in sottofondo, per indicare qualcosa in cui ci riconosciamo: una chitarra, il Martín Fierro, il tango, l’amore per le strade di Buenos Aires, gli antenati immigrati, le costellazioni del sud, «la gravità della pianura». Ha scritto in un’Argentina di miti in gestazione: il gaucho, il quartiere popolare, l’epopea del coraggio, l’immigrazione, la pampa, il creolo, e li ha uniti alla cultura universale. È stato uno scrittore sudamericano che si è recato in Europa per la prima volta grazie alla sua opera, all’età di sessantadue anni, per ricevere un premio.

In precedenza, Borges aveva dato vita alla cultura letteraria argentina contemporanea: quella della doppia biblioteca dello scrittore formatosi all’incrocio tra l’autoctono e l’universale, quella dell’adozione di un linguaggio argentino proprio – si era guadagnato da vivere come tutti gli scrittori, tenendo conferenze e discorsi pubblici. Viaggiava in treno e in autobus verso paesi e città importanti o sconosciute per parlare di Hernández, di Whitman, di Ascasubi, di Cervantes o di Spinoza, per un compenso irrisorio o addirittura nullo. Negli anni Venti fu il fulcro dell’avanguardia argentina, pubblicando idee e procedimenti letterari nuovi e sorprendenti. Personalmente, ritengo fondamentale il periodo criollista del giovane Borges e tutto ciò che ha prodotto nel decennio degli anni Venti, fino al 1935: in quegli anni c’è tutto ciò che Borges sarebbe diventato, anche se in seguito rinnegò i libri di quel tempo. Dal ’35 al ’50 si conoscerà la grande opera di Borges; tuttavia, in questi primi anni di vita letteraria e di attività giornalistica c’è una disinvoltura, un umorismo sacrilego, un’iconoclastia, ma soprattutto una consapevolezza della nostra marginalità come cultura periferica, spiegata e difesa in conferenze e polemiche, che mi piace e mi interessa. Nel 1940 scrive Tlön, Uqbar, Orbis Tertius e inaugura un altro tipo di narrativa fantastica, che ha caratterizzato per sempre la letteratura del Río de la Plata.

Alla luce di quanto appena detto, ritengo che sia proprio nel contesto della letteratura argentina – all’interno del quale egli ha scritto, polemizzato, provocato rotture e dato vita a un nuovo ordine letterario – che Borges acquisisce la sua reale e meritata dimensione. Non si tratta di uno sciovinismo inopportuno e del tutto fuori luogo in un’opera di portata globale. Si tratta semplicemente di collocarlo nel suo contesto e di leggere in quel medesimo contesto i suoi racconti, le poesie, i saggi. […] 

Non so se Borges approverebbe questa lettura; so che ne riconoscerebbe la buona fede… Col tempo ho capito che ogni lettore costruisce il proprio Borges, lo percorre in una direzione, indica le proprie preferenze e traccia il proprio percorso personale.

Sylvia Iparraguirre

Traduzione di Diana Mazon

Gruppo MAGOG