30 Ottobre 2026

“Non adescarmi con i tuoi sogni”. Gunnar Ekelöf, il Kavafis svedese

A dire del tipo. Nei primi libri – editi nei primi anni Trenta e passati per lo più inosservati in patria – insisteva su un ribellismo imbelle, riassunto in un cupo ritornello (“tagliati la pancia, tagliati la pancia/ non pensare al domani”) tragicamente realizzato, molti anni dopo, da un altro grande poeta svedese, Harry Martinson. Nel suo ultimo libro – Sagan om Fatumeh, 1966 – mutano i modi (più modulati, gnomici, risolti), ma non le ossessioni: “…svanisci/ nell’immagine del Tutto”. Per effrazione o sparizione, ciò che resta del poeta, in più di trent’anni di scrittura, è un foro – l’avvio di una via; eco d’angelo. 

A vederlo, Gunnar Ekelöf intimidiva: fronte ampia, viso pari alle mani, affusolato, di chi ha pensato troppo, di chi ha un cervello-coltello; tumide le labbra, gli occhi che trapassavano, tra il telescopio e la fucilata. Nacque ricco, a Stoccolma, nel 1907, compresso, da subito, dalla tragedia. Il padre – un danaroso agente di cambio – impazzì dopo aver contratto la sifilide, morendo che Gunnar era bambino; la moglie si accasò con un altro. Flirtava poco con il figlio, spesso dato in cure a parenti più o meno prossimi. Gunnar – secondo il più ovvio canovaccio shakespeariano – non legò col patrigno: per tutta la vita, coltivò mondi paralleli. La poesia fu sua salvezza. 

Poco più che ventenne, sbarcò a Parigi: scoprì Apollinaire, conobbe Robert Desnos. Una fin troppo scabra descrizione della sua vita letteraria lo definisce così: è stato il primo poeta a portare il Surrealismo in Svezia. Verità ossificata dai fatti: nell’opera di Ekelöf il sonnambulismo pende sull’altro mondo dell’uomo; alla categoria del politico, il poeta svedese sostituì quasi subito quella del mistico. Alla scrittura automatica preferiva quella meditata sugli antichi – un Epitteto all’assenzio. Alcune memorie del soggiorno parigino ne inquadrano l’agguato: 

“Giravo con una rivoltella in tasca, detenuta, come è ovvio, illegalmente. Ero un disperato che faceva di tutto per restare aggrappato al suo mondo onirico. Iniziai a giocare d’azzardo – quando persi tutto il denaro di cui disponevo, tornai in Svezia”. 

In realtà, sono due le letture davvero decisive per Ekelöf, tali da levargli tutte le surrealistiche pose. La prima è Thomas S. Eliot, di cui traduce i Quattro quartetti; l’altra è il canzoniere sapienziale di Ibn Arabi, il grande mistico sufi vissuto nel XIII secolo, scovato nella Biblioteca Reale svedese. Fu quest’ultima lettura a ‘costringere’ Ekelöf a studiare il persiano: pensò di trasferirsi in India, poi a Londra – falciato da una malattia, ripiegò per Uppsala. L’insieme di questi elementi – Surrealismo; Eliot; mistica islamica – ha prodotto uno dei poeti più originali – e misconosciuti, almeno in Italia – del secolo scorso. La prima poesia fu scritta, secondo le memorie del poeta – naturalmente fasulle –, in estasi: sognò di essere “investito da una pioggia di stelle cadenti”.

Figura d’angelo-lupo, un poco estraneo ai fasti della letteratura del suo tempo – ma nel 1958, per meriti, fu eletto all’Accademia di Svezia, di cui occupò il seggio 18 – Ekelöf pubblicò nel 1965 il suo libro-totem, Diwan över fursten av Emgión, il “Diwan sul Principe di Emgión”. Il libro, abbozzato durante un viaggio a Istambul, gli venne ‘consegnato’, per così dire, molti anni prima, quand’era ragazzo, durante una seduta spiritica. Il poeta aveva chiesto chi fosse il suo ‘Io’ spirituale; l’oracolo gli rispose: “In Persia, il suo nome è Principe di Emgión”. Il poeta cullò a lungo il profilo di questo principe: lo immaginò di origini curde e armene, cristiano e gnostico. Nel Diwan, opera, al contempo, lirica e narrativa, sapienziale e spregiudicata, si racconta la storia di Digenis Akritas, eroe di un poema epico bizantino del XII secolo: “figlio di padre arabo e madre bizantina, catturato in battaglia, fu rinchiuso nella prigione delle Blacherne, dove venne torturato e accecato”. Il libro piacque a Wystan H. Auden, che ne tradusse alcuni Selected Poems (Pantheon Books, 1971); riteneva Ekelöf una specie di Kavafis svedese:

“Come il poeta greco Kavafis, Ekelöf ambienta le sue poesie in un’epoca passata. Pur diversi per sensibilità – Kavafis è ironico e distaccato mentre Ekelöf è appassionato e coinvolto – entrambi non coltivano il passato come una specie di fuga dal mondo: per entrambi, è il mezzo più efficace per illuminare e criticare il presente”.  

Nel mondo anglofono, Ekelöf trovò un altro fedele traduttore nel poeta Robert Bly.

Anche in Francia – per via dei legami parigini – Ekelöf è poeta riconosciuto. Gallimard ha in catalogo quattro libri di Ekelöf: in particolare, il Dīwān sur le prince d’Emgion (1973) esce con una prefazione di George Perros; mentre Guide pour les enfers (1979) reca una nota di Pierre Emmanuel – a dire della presenza di Ekelöf in altre terre linguistiche.

In Italia Ekelöf è un paria: mal attecchiscono tali esperimenti in un paese per lo più diviso tra tradizionalisti (lirici-lirici) e progressisti (sotto la cui tettoia ogni specifica è buona). Al di là di certi esperimenti di Giacomo Oreglia (Dikter, Italica, 1966), il solo libro a cui riferirsi è Elegia di Mölna (Acquario/Guanda, 1986, traduzione di Ludovica Koch): beato chi lo trova. Nella sua Storia universale della letteratura, Giacomo Prampolini ricorda Ekelöf come “poeta di indubbia originalità e di raffinata cultura”, protagonista assoluto dell’“evoluzione della lirica svedese contemporanea”. In Svezia, un sito gli rende onore: chi sa, lo approcci. 

Instabile nel cuore – ebbe tre mogli – Gunnar Ekelöf morì relativamente giovane, nel marzo del 1968. Le sue ceneri – come aveva chiesto – furono sparse sulle rive del Pattolo, in Anatolia, il fiume dorato dove si era immerso, secondo la leggenda, Mida. Il fascino lirico di Ekelöf è nella capacità di forgiare mondi che non fungono da ‘quinta’ o da tappezzeria, ma evolvono in stato d’animo, tema venatorio, divinazione, vena d’oro. La poesia d’oggi, al contrario, è claustrofobica, si rassegna in museruola, in bassi soffitti; qui, si sente l’aperto, l’angelo che si prostituisce in farfalla e si sbriciola tra le mani. 

***

Da “Dīwān sul Principe di Emgión”

Mio Nulla, tenero e misericordioso Unico
che sommi le mani degli uomini 
per armonia
hai fiori sulla punta delle dita
e sfiori come brezza
i miei sensi 
la fragranza della tua pelle
la tua voce, il tuo tocco
si intensificano
quando sconfino in Te.  

*

Enypmon [di cose che si vedono in sogno]

“Non chiedermi
cosa è successo”

Poi mi avvolge con cura
in un velo bianco
mi offre vino moresco
e mi adagia a riposare
tra rocce intagliate dal tempo. 

*

Se potessi
descrivere la sua altezza
direi azzurro
con scaglie d’oro:
una stella sul capo
una stella ai piedi
sotto i piedi un’immagine riflessa
che culmina nella stella

Se potessi descrivere la grandezza
direi abbraccio
perché ho sensi
primitivi e fallaci
e non so artigliare ciò che davvero è – 
non c’è stella
dov’è il tuo capo
non c’è appoggio
per i tuoi piedi 
ma un grano della tua bellezza
so di aver saputo. 

*

Fuori, voglio vedere
il tuo Dentro
è rosso? è bianco?
Fuori, sei coraggioso?
Dentro, sei coraggioso?
dimmi come ti travesti
come ti dipingi di bianco e di rosso
per rendere le guance così belle
i piedi così piccoli
appena visibili
dalla veste a fiori. 

*

Ayazma [acqua santa]

Un guardiano con un occhio solo
custode del nascosto
pozzo sacro
offre acqua
per pulirci le mani:
la stessa acqua purificava
gli imperatori folli tormentati
dal potere e dal sospetto.
Oh, lurida brama di potere!

Ero con un romano
ho visto strage e tradimento.
Oh, lurida brama di potere!
Acqua per mondare le mani – 
certamente anche questo
il più semplice dei gesti
può purificare le mani da tutto ciò che vogliono
afferrare, queste semplici amni:
la brama di potere, la brama della brama. 

Tu dici: sono innocente
perché tutto è possibile. 

Accordato al nostro essere
ogni male possibile è sufficiente. 

*

Vivo – se si può dire vita – 
ancora a Costantinopoli
principe curdo della tribù
i cui pascoli sono sopra il lago di Van.

Per tre giorni e tre notti sono rimasto 
disteso su questa argilla
per tre giorni
riscaldata dal mio corpo
fresca della mia urina
pregna delle mie feci
su cui, quando seccano,
plasmo i loro nomi
in caratteri persiani:
tanto non sanno leggerli. 

*

L’agguato e l’assassinio
non mi si addicono:
io stesso sono vittima di un agguato
in prigione mi uccidono lentamente.

Se ti avessi incontrato, Digenis
avremmo deposto le armi
abbracciandoci, avremmo
parlato a lungo del motivo
per cui era necessario combattere
ci saremmo abbracciati 
ancora al momento del congedo. 

*

Come le donne che tornano
con la giara sul capo o sulle spalle
dopo aver chiacchierato al pozzo
piene dei mariti e dei figli 
delle loro amiche 
piene di sé
solleva la giara dal capo o dalla spalla
posala a terra
e rivolgi un pensiero
a chi ha la gola piena di polvere
a chi non mangia da giorni
pensa a me e a ciò che mi è accaduto
non solo all’amica dell’amica della tua amica
damma acqua dalle tue mani, figlia:
non veno neppure per bere. 

*

Ho lasciato che il chirurgo
mi scavasse gli occhi
bruciando la ferita
con il ferro rovente. 

Questa è la terra dei ciechi aedi
ora sono uno di loro:
mia moglie mi guida per mano
ho intagliato un bastone – 
chi ricorda che appena ieri eravamo 
principi? Eppure, lei nutre i passeri
con cibi squisiti: dagli uccelli
ascolto ciò che un tempo
potevo vedere. 

*

Sulla strada per Sardi
mi racconta ciò che vede:
grotte e rovine sui monti
un’immagine scolpita sulla pietra
di chi e da chi non so – 
dice che c’è neve sui colli
come se non la sentissi
dice che i contadini hanno vesti di svariate tinte
come se non sapessi che questa
è la Via dei Re che oltrepassa
l’inverno fino alla Mezzaluna Fertile
e da lì risale verso la mia terra
natia, verso la Stella nell’asse
della luna crescente, verso
un nuovo inverno – 
voglio dirigermi lì
e ascoltare ancora una volta
il mormorio dei ruscelli di montagna. 

*

Niobe piange i figli
uccisi senza dubbio
per un buon motivo
dagli dèi degli uomini
dai pensieri degli uomini
dagli dèi personificati 

Li piange gigantesca
sulla Roccia Magnetica
li piange lungo
la strada per Sardi
pietra che piange
Grande Madre
antica quando il cielo notturno
le stelle che vediamo con i nostri
occhi sono le sue lacrime – il resto
è lei, il vero volto della notte
scavato dalle lacrime  
impersonale. 

*

In marcia
ormai marcio
le mani consunte
luridi i piedi
cieco
scroto e glande
recisi – una fenditura
mi spezza il cuore
eppure, non mi hanno colpito alle spalle
li ho sempre affrontati fissandoli – 
mutilato
cammino guidato da mia figlia
o da mia sorella
verso le montagne
ne sento l’odore
le sento issarsi. 

*

Conversiamo lungo la via
tra acqua e sete
così ricordo quando
fioriva la giovinezza. 

Mi sono detto:
dopo cinquant’anni
quando tra confessioni e dubbi
sono diventato inerme come una rondine
torna vivo il ricordo del sentiero
che corre tra gli abbeveratoi del “Sì” e del “No”
di quando guidavamo i cammelli lungo i colli
e accendevo fuochi per loro
sfregando i legni
dell’albero del Niente
e dell’albero del Qualcosa
uno contro l’altro. 

**

Da “Il racconto di Fatumeh”

Autunno – primavera
giovinezza – vecchiaia: 
che differenza fa?
In ogni caso Tu svanisci
nell’immagine del Tutto. 
Sei svanito, sei svanito – 
ora, un istante fa
un millennio fa. 
Ciò che resta è
la Tua scomparsa. 

*

Madre, so a chi mi hai dato:
alla Suprema Porta
che è chiamata Morte.
Nel suo mondo di specchi
incontrerò me stessa
sarà la figlia di me stessa
con i canti che mi hai insegnato
con la bellezza, le fiabe
gli sguardi fitti, il latte
e l’odore della mia balia
felice nel suo abbraccio. 

*

Quando parlano tra loro
le anime non sono diverse
dagli uccelli. Le nostre orecchie
hanno bisogno di molte parole
e di suoni articolati con cura
affinché venga compreso
ciò che viene pronunciato:
agli uccelli basano pochi 
versi, che variano nel tono
e nell’intensità. 

*

Continuerai ancora
a destarmi dai miei
pensieri, angelo? Quante
volte ancora mi sveglierai?
Voglio svanire nei miei pensieri.

A volte, ho sognato di essere tua moglie
altre volte, tua figlia: mi prostituivo
alle fiere per procurarti il pane. 

Una volta, ho fatto
scorrete le dita sulla tua spalla:
ho sentito le piume
e le ali sciogliersi al mio tocco. 
Una volta, ho sfiorato 
la tua guancia per il gusto
di vederla sgretolarsi in polvere
come l’ala di una farfalla. 

Come posso liberarmi di te?
Smettila. Non adescarmi più
con i tuoi sogni. 

Gunnar Ekelöf

Gruppo MAGOG